C’eravamo tanto amati: la rivoluzione chiusa nell’armadio
Dagli Eskimo al fashion globale e omologato: cronaca di una generazione che voleva cambiare il mondo e che alla fine ha cambiato guardaroba
C’erano i Loden e c’erano i Montgomery e gli Eskimo. Poi i giubbotti di pelle in stile “Chiodo” e i raffinati “Montoni” con la fila doppia di bottoni. Le magliette “Fruit of the Loom” e le vestaglie della nonna tirate fuori da vecchi bauli e riadattate. Poi comparve l’aquila di Armani che per lungo tempo imperversò su cinturoni, maglioni, pantaloni. C’erano i jeans Levi’s e le decine di imitazioni, e poi quelli Wrangler, o Americanino, o Jesus, pantaloni che per infilarteli dovevi stenderti lungo sul letto, trattenere il fiato e tirare la zip con uno strappo che ti mozzava il respiro e ti condannava a restare in piedi per l’intera serata.
Gli stereotipi culturali degli ultimi decenni emergevano anche dal vestiario. Reggio Calabria non si distingueva dal resto della società italiana, ieri come oggi. I negozi che andavano per la maggiore erano tutti ubicati al centro. Con i vestiti andavano forti gli autoadesivi delle marche. Coloratissimi, giovanili, iconici.
Si attaccavano ovunque, si collezionavano. Erano un marchio trattato come appartenenza. I giovani da un lato, i matusa dall’altro. A voi la cravatta, a noi la t-shirt con le maniche arrotolate come Miguel Bosè. La moda globale si dissolveva nella creatività individuale. Le ragazze tiravano fuori le camicie da notte delle nonne e le rilanciavano come abiti da sera. I jeans venivano personalizzati con firme e disegni realizzati con le penne Bic. Fasce in testa come indiani, collane, bracciali, cavigliere, tutti gli accessori erano prodotti artigianalmente. Si compravano lacci di cuoio e perline e realizzavano gadget unici. L’originalità era la via di fuga politica all’odiato conformismo.
Lo schiacciamento dell’omologazione globale ha sconvolto queste dinamiche. Anche nell’effimero campo del vestire. L’importanza degli abiti è cresciuta in modo esponenziale. La contestazione delle mode, dei vestiti firmati e costosi, simbolo di quel mondo borghese che gran parte di quella gioventù voleva abbattere, è solo un ricordo sbiadito.
Già dagli anni ’80, dopo la fatica dell’adeguamento alla nuova realtà economica (da popolo di pezzenti a popolo di benestanti, con tutte le conseguenze del caso), il bel gusto per il vestire bene ha preso il sopravvento. Gli stilisti italiani sono elevati addirittura al rango di artisti.
Tra Valentino e Versace o Caravaggio e Dante la differenza diventa risibile. È la moda a dettare i tempi, anche nell’arte.
Si realizza l’affermazione della caducità. Tutto ciò che è frutto di una mente creativa è arte. Anche mettere insieme quattro stracci colorati e rivenderli poi a 3.000 euro a pezzo è arte.
Riproducibilità, simulacri di bellezza e fatuità. Le tre regole d’oro dell’estetica contemporanea, in quasi tutti i settori dell’inventiva umana.
Il liceo di fine anni ’70, con quella grande infornata di una “middle class” solo figurata, tutta italiana, armata di una gran voglia di riscatto che però non sarà economico, era il bacino evidente delle differenze di ceto. Era il paradosso di quella mascherata ideologica. Tutti uguali nella lotta e nello studio, o nel non-studio.
Tra i giovani primeggiava – almeno a chiacchiere – la volontà di redenzione culturale. Di avanzamento ideale. Di applicazione di un credo assolutamente eterodosso, fatto di Cristo e Marx, di marcette Scout e canti rivoluzionari a pugno chiuso. Nessuno mirava all’effimero, almeno apparentemente. Chi lo faceva se ne guardava bene dal rivelarlo.
Naturalmente poi quel velo ipocrita alla fine si è dissolto nel nulla, spinto prima dai mega Palatrussardi e poi dall’avvento finale del berlusconismo.
La dialettica politica verrà affidata allo stile. Tutto è Fashion. Tutto è apparire. Arrivano le cravatte coloratissime degli yuppies e la contestazione finisce. Pecore colorate e intere città da bere. Aperitivi e adorazioni del dio unico: se stesso. Adorarsi.
Perché io valgo, recitava la pubblicità.
Tutto è immobile nella struttura economica, solo la moda cambia, e le illusioni sono morte e sepolte sotto un cumulo di abiti uguali e illusoriamente unici, la scala verso il cielo della miseria contemporanea.