Le anime pezzentelle: Sud, mistero e devozione pagana, tra Reggio e Napoli
Tra il Rione Sanità e il Cimitero delle Fontanelle, un viaggio nella devozione delle anime pezzentelle tra storia, leggende, fede popolare e mistero - GALLERY
C’è un mondo nascosto che appare quando siamo noi a cercarlo, con il tempo che è la variabile che custodisce un passato eterno, che si trasforma in realtà e leggende popolari. Napoli a luglio è un tappeto d’asfalto che rifrange i raggi di sole, le navi nel porto sono puntini bianchi nel golfo e Partenope vive nella trasposizione cinematografica.
Il Rione Sanità è l’anima popolare, un po’ malandrina e colorata, con percorsi in salita e la piazza che diventa il punto di snodo di vite, storie e racconti con la maestosa Basilica di Santa Maria della Sanità, con la curva della strada che è lo scenario di un palazzo antico con un murales con i volti di Toto’ e Peppino, fratelli Caponi nel film “Totò, Peppino e la Malafemmina”. Le voci delle donne sono musica nei vicoli, con gli altarini votivi che sono l’ultimo segno di devozione per grazie ricevute, mentre i colori bianco e azzurro del Napoli calcio insieme a murales di Diego Maradona, restituiscono l’immagine di un Dio pagano dell’oppio dei popoli del tifo calcistico, che con la vittoria degli scudetti ripaga di tante povertà e torti subìti.
La porta del rione Sanità è l’inizio di una tortuosa salita che finisce in un luogo magico “Il Cimitero delle Fontanelle”.
Napoli è uno scrigno prezioso, ha tante anime e volti che attraversano l’Arte, la musica, il teatro, il melodramma, è il riassunto di storie e contaminazioni tra Potere e Rivolte, tra Federico II e Masaniello. Non puoi non innamorarti del disordine creativo, degli scorci panoramici, della fantasia e dell’improvvisazione. In un attimo tutto cambia, dal rumore delle marmitte di motorini truccati al silenzio magico, per raccontare una storia che parte dal basso da una cooperativa “La Paranza” che gestisce il “Cimitero delle Fontanelle” e restituisce al mondo intero una serie di grotte nella cava di tufo, che dal XVII sono i tunnel della memoria delle anime del purgatorio.
Un insieme ordinato di tutto quello che resta dei corpi di migliaia di persone vittime di pestilenze, carestia, colera e terremoti. Nasce con il passare dei secoli la devozione per le “capuzzelle” e ogni teschio viene adottato dai napoletani. E’ l’inizio del caregiver, del prendersi cura nella memoria delle persone. Quante storie vere o immaginarie scorrono nella mente, camminando all’interno di questo luogo silenzioso e misterioso ci si rende conto di come possa esistere una dignitosa devozione, con l’opera iniziale di un sacerdote Gaetano Barbati, fondamentale figura iconica che alla fine dell’Ottocento organizza il Cimitero delle Fontanelle dando il via al culto popolare delle anime pezzentelle.
Le preghiere e l’adozione delle capuzzelle non hanno prezzo, sono come parenti e l’unica cortesia che si chiede è apparire in sogno e dare numeri vincenti al lotto o intercedere per grazia ricevuta. Gli umili, gli ultimi, gli abitanti dei bassi dei vicoli. E’ uno scenario in cui la cave di tufo custodiscono segreti, speranze, ex voto, con l’azione della chiesa cattolica che dal 1969 blocca il culto considerato quasi pagano e sacrilego.
La volontà popolare, la trasposizione esoterica di culto e preghiera laica si incontra con immaginazione e verosimile, in una giostra in cui i desideri si trasformano in oggetti lasciati sulle piccole urne votive costruite da chi adotta una capuzzella, come segno di ringraziamento. Basta per un attimo ascoltare il silenzio e chiudere gli occhi per ritrovare con la mente le vite delle migliaia di vittime dimenticate, che vengono recuperate dall’amore popolare.
E’ la Napoli delle periferie, di “Operazione San Gennaro”, di Totò e Peppino, di Eduardo De Filippo, Giuseppe Marotta, di Nunzio Gallo, Sergio Bruni, Roberto Murolo e Mario Merola. E’ la Napoli di Sophia Loren, di Pupella Maggio, di Angela Luce. La penombra e il silenzio della cava di tufo è l’habitat migliore per raccontare le storie di “Donna Concetta”, dal teschio lucido come se sudasse, a differenza di altri coperti di polvere, secondo la tradizione popolare quel sudore è segno di un’anima del purgatorio che sta espiando le ultime pene.
Proprio per questo, Concetta è divenuta nel tempo la confidente di molte donne napoletane che le affidano speranze e preghiere, soprattutto legate alla maternità. Attorno a lei un tempo si accumulavano ex voto, gioielli e fiocchi come testimonianza delle grazie ricevute. Storie immaginarie che diventano verosimili con quella del “Capitano”. Il “Teschio del Capitano” è uno dei simboli più celebri e misteriosi delle Fontanelle, considerato dal popolo l’immagine di un capo giusto e temuto. Su di lui circolano numerose leggende legate e fatti di onore e gelosia: apparizioni nefaste a matrimoni, vendette dall’aldilà e prodigi ispirati dalla particolare orbita annerita del suo occhio sinistro, forse colpito da chi osò sfidarlo. Il Capitano resta una figura centrale della devozione popolare napoletana.
L’anima pezzentella (dal latino petere: chiedere per ottenere) è l’anima anonima o abbandonata che invoca il refrisco, l’alleviamento della pena in colui che l’ha adottata. Un luogo da scoprire in alto nel Rione Sanità, “Il Cimitero delle Fontanelle” dove umanità e compassione convivono insieme.
Storie popolari, realtà storiche di vittime di pestilenze, colera, alluvioni e terremoti, che continuano a vivere sostenute da una linea sottile e invisibile nelle emozioni di colori i quali credono e chiedono una grazia o un terno al lotto, perché la vita è realtà, illusione, sogno.
“Io voglio rimanere in questo luogo capuzzella tra le capuzzelle. Voglio ascoltare le storie di questi umili defunti, piangere e gioire con loro, sentirmi in compagnia. Qua dentro la solitudine non si avverte. Là fuori si” (da IL CAPITANO brano tratto dal romanzo “Benvenuti in casa Esposito” di Pino Imperatore).
![]()