“Le Supplici” di Eschilo: Moni Ovadia e Mario Incudine raccontano una sfida nata a quattro mani
Uno spettacolo nato undici anni fa e oggi ripreso in una versione più concentrata, ma forse ancora più intensa. Ne abbiamo parlato con Moni Ovadia e Mario Incudine
Ci sono spettacoli che non si limitano a riportare in scena un testo antico, ma cercano di interrogare quel testo attraverso una lingua, una musica, una sensibilità contemporanea. È il caso de “Le Supplici” di Eschilo, nella rilettura firmata da Moni Ovadia e Mario Incudine, andata in scena ieri sera all’Arena “Neri” di Catonateatro.
Una tragedia greca che diventa Sicilia. Il verso antico si trasforma in ottava rima, la parola dialoga incessantemente con la musica, mentre il movimento degli attori e delle danzatrici diventa esso stesso una componente della narrazione. Una scelta radicale, nata oltre un decennio fa e tornata oggi sul palcoscenico in una forma più essenziale.
La genesi dello spettacolo, racconta Moni Ovadia, è quasi casuale.
Come nasce l’idea di affrontare “Le Supplici”?
“Per la verità io non l’avevo pensato. È successo undici anni fa. Nel Consiglio d’amministrazione c’era uno dei membri che era il direttore artistico di fatto, Walter Pagliaro, che mi chiese se me la sentivo. Io, un po’ per scelta e un po’ per non morire, a 70 anni pensavo che potessi permettermelo e ho affrontato questa nuova sfida”.
Una sfida che affondava però in una relazione molto intensa con la cultura greca.
“Io ho un rapporto molto intenso con la cultura greca, soprattutto con quella moderna. Parlo abbastanza correttamente il greco moderno e avevo questa preparazione della poesia e della grande cultura greca. E così ho accettato di fare Le Supplici”.
Ma Ovadia decide fin dall’inizio di non affrontare Eschilo secondo i tradizionali costrutti del teatro di prosa.
“Non ho voluto affrontare la tragedia secondo gli stilemi del teatro di prosa italiano, che spesso utilizza una lingua artificiosa e retorica. Ho pensato subito che l’avrei messa in scena in siciliano. Questa scelta mi ha portato a coinvolgere Mario, senza il quale questa messa in scena non sarebbe stata possibile”.
È qui che il progetto diventa qualcosa di diverso da una semplice rilettura di un classico.
“Mario è un grandissimo artista e insieme abbiamo dato vita a quello che potrebbe essere una sorta di ottava rima siciliana: tutto musicale, tutto in movimento, con inserti di greco”.
Non un greco qualsiasi, però. Ovadia recupera anche la katharèvousa, la lingua “purificata” elaborata nella Grecia moderna dopo l’indipendenza dall’Impero ottomano.
“Quando la Grecia si liberò dal giogo ottomano non voleva parlare la lingua del popolo, che era molto contaminata da turchismi. Costruì allora una lingua prendendo il greco classico e attualizzandolo. Questa lingua si chiama katharévousa, la “purificata”. È stata in vigore fino all’ultima dittatura in Grecia e fino al 1976 era la lingua ufficiale del Parlamento e dei Tribunali”.
Il confronto tra questa lingua e il siciliano diventa così il cuore dell’operazione artistica.
“Con queste due lingue abbiamo voluto rappresentare la Grecia come la sentivamo noi, sia nella sua dimensione della tragedia sia nella sua fibra intima. Le due lingue, questa lingua greca istituita dopo il 1821 e il siciliano, ci hanno permesso di costruire qualcosa di insolito, inedito”.
Una scelta che, per Ovadia, trova una ragione profonda anche nella natura stessa del siciliano.
“Il siciliano è una lingua straordinaria dal punto di vista sonoro ed espressivo, molto più dell’italiano, a mio parere. E poi Eschilo è noto per aver lavorato a Siracusa, perché Siracusa era Grecia. Vi lavorò per nove anni: i siracusani avevano i quattrini e gli ateniesi no. Venne a fare le sue grandi opere e si conquistò il titolo di Anthropos Sicilianus, cioè uomo di Sicilia”.
È anche questa connessione storica ad aver convinto Ovadia della necessità di coinvolgere Incudine.
“Questo mi ha ispirato nel coinvolgere Mario, che è stato l’assoluto coartefice di questa messa in scena e ha dato un contributo fondativo e istitutivo. È veramente un’opera germinata a quattro mani. E Mario ha fatto anche le musiche”.
Per Mario Incudine, lavorare accanto a Ovadia significa innanzitutto confrontarsi con un maestro che aveva già rappresentato, per lui, un punto di riferimento quando era ancora un giovane artista.
Com’è lavorare con Moni Ovadia?
“Lavorare con il maestro è un arricchimento continuo. Io lo vedevo in teatro quando ero un giovane aspirante attore, regista e musicista. Quando lo vidi nel suo grande capolavoro, “Oylem Goylem”, dissi: “Io voglio diventare come lui”. Poi ho avuto la fortuna di incontrarlo, di poterlo vivere non solo artisticamente ma anche umanamente. E da lì è cambiata completamente la mia carriera. A lui devo tutto quello che sono adesso”.
Un rapporto che Incudine considera parte di una precisa tradizione del teatro musicale italiano.
“Sono davvero felice di essere nel solco di quella tradizione del teatro musicale che lui ha costruito e rinnovato in Italia. Ci sono due grandi maestri in Italia, Moni Ovadia e Roberto De Simone. Roberto De Simone ci ha lasciato un’eredità enorme con “La Gatta Cenerentola”. Moni Ovadia continua in questo solco di nuovo teatro musicale e io sono fiero e orgoglioso di poter essere, tra virgolette, il suo erede”.
Il risultato è uno spettacolo nel quale musica e drammaturgia non sono due elementi separati. La musica non accompagna semplicemente l’azione: la governa.
“È un progetto innovativo che unisce il passato e il presente, ma soprattutto unisce la prosa con la musica. È uno spettacolo in cui la musica non finisce mai, dal primo all’ultimo momento”.
Incudine descrive la rappresentazione come un organismo in continuo movimento.
“C’è un binario sul quale si posa la drammaturgia parlata, ma c’è sempre un binario musicale che governa tutta l’opera, tutta la messa in scena. Gli attori cantano sulla musica, recitano sulla musica, le danzatrici e le attrici dialogano continuamente con la musica. Questa è la bellezza e l’originalità dello spettacolo”.
Per un’ora e mezza, spiega, la musica cambia insieme ai personaggi e alle loro emozioni.
“È un magma che cambia in base a come cambiano le situazioni e i sentimenti dei personaggi e dei protagonisti. C’è un continuo ribollire, un continuo movimentarsi di questo tessuto musicale, che è la spina dorsale della messa in scena”.
E qui torna ancora una volta la centralità del siciliano.
“Quale lingua, se non il siciliano, può reggere una messa in scena tutta in rima e tutta cantata? Noi abbiamo tradotto non solo in siciliano, ma abbiamo tradotto la prosodia di Eschilo in poesia e tutta in ottavarino”.
La scelta linguistica diventa anche una sorta di viaggio nella storia del Mediterraneo.
“È tutto un incedere ritmato in cui la melopea greca incontra l’ictus percussivo latino e quindi incontra la bellezza e le sfumature millenarie della lingua siciliana, che altro non sono che una stratificazione di linguaggi e di suoni che provengono da tutto il Mediterraneo”.
Arabo, spagnolo, greco e altre influenze convivono dentro una lingua che, nelle intenzioni dello spettacolo, diventa uno strumento musicale.
“Dentro la nostra lingua ci sono rimandi arabi, spagnoli, greci, andalusi e tutto questo fa di questa lingua una lingua totalmente, meravigliosamente musicale”.
Se si dovesse individuare un solo elemento capace di sintetizzare la forza dello spettacolo, Incudine non avrebbe dubbi.
“Il movimento scenico, il movimento corporeo, la parola cantata e detta sono un tutt’uno”.
Non è dunque un musical, né un’opera nel senso tradizionale del termine.
“È uno spettacolo che ha un’estetica nuova, in cui il corpo, quando si muove, quindi la partitura del corpo, la partitura vocale e la tessitura musicale sono un tutt’uno, sono insieme”.
Una contaminazione nella quale ogni elemento interviene quando un altro non è sufficiente.
“Dove la parola non arriva, arriva la musica; dove il corpo non arriva, arriva la drammaturgia. È uno spettacolo totale, totalizzante, che colpisce lo spettatore proprio perché non c’è soluzione di continuità tra quello che il corpo fa e quello che la parola dice o canta”.
Lo spettacolo che è arrivato a Catonateatro è anche il risultato di un ritorno. Dopo quindici anni, “Le Supplici” sono state riprese in una versione ridotta rispetto all’allestimento originario.
“Avevamo più di cinquanta persone. Qui siamo in diciotto. Ma credo addirittura che questa versione abbia una sorta di fibra concentrata, ancora più espressiva”.
Una sintesi che non sembra averne indebolito la forza, anzi. Ovadia racconta che l’accoglienza ricevuta dallo spettacolo è stata costantemente positiva.
“Il pubblico è sempre entusiasta, dovunque lo facciamo. E vi dirò di più: il più grande specialista di teatro e di dramma antico, il professor Oliver Taplin di Oxford, considerato il massimo specialista nella storia di Eschilo, ci ha anche invitati a Oxford e ha scritto un vero e proprio peana sullo spettacolo sulla rivista dei grecisti”.
Il progetto avrebbe potuto dunque avere una dimensione internazionale molto più ampia.
“Siamo stati invitati anche negli Stati Uniti, alla Columbia University. Ma, purtroppo, non abbiamo potuto proseguire nel cammino di questo spettacolo perché servivano sostegni finanziari”.
È forse questa la nota più amara nel racconto di Ovadia: la consapevolezza di aver costruito un progetto originale e riconosciuto, ma di non aver trovato le condizioni per accompagnarlo oltre.
“Né Mario né io siamo nati bene in questo Paese, dove contano il familismo, i traffici politici, i favoritismi. Non abbiamo potuto proseguire. Però, siamo riusciti a fare un grande sacrificio”.
E quel sacrificio, ieri sera, è arrivato sul palco dell’Arena “Neri” di Catonateatro sotto forma di una tragedia antica che parla una lingua sorprendentemente vicina al presente: quella di Eschilo attraversata dal greco, dal siciliano, dalla musica e dal corpo.
Un incontro tra mondi lontani solo apparentemente. Perché, nelle “Supplici” di Ovadia e Incudine, la Grecia di Eschilo non viene semplicemente raccontata: viene fatta risuonare attraverso la Sicilia.