Luca Calvetta e il cinema che resta dentro

Intervista al regista Luca Calvetta sul film “Il mare nascosto”, tra migrazione, identità e libertà. Il racconto dal Cartoline After Club di Reggio Calabria

Luca Calvetta Foto di Marco Costantino

“Il Sud è ovunque qualcosa si interrompe”. È una delle frasi del film “Il mare nascosto” che resta impressa e ti “lavora dentro”. Ed è da qui forse che bisogna partire per comprendere il primo lungometraggio di Luca Calvetta, presentato al Cartoline After Club di Reggio Calabria, in un incontro intenso con il pubblico e con il direttore artistico Francesco Villari.

L’opera “prima” del giovane regista, con una lunga carriera tv su La7, infatti, non si limita a raccontare ma attraversa identità, confini e ferite. Nata fuori dai circuiti produttivi, costruita con minimi mezzi ha una visione radicale e necessaria che diventa linguaggio e che rompe le barriere tra cinema, teatro e documentario.

Tra le immagini del lungomare di Reggio, del lido, ma anche delle crepe sociali e del degrado, in una Calabria che rappresenta tutto il Sud, si muovono personaggi sospesi, alla ricerca di un nome, di un’origine, di una possibilità di ritorno. “Devi dare un nome alle ferite”, si ascolta nel film. Ed è proprio questo il viaggio che Calvetta propone: un attraversamento interiore che diventa anche politico. Ed è di questo (ma anche di tanto altro) che abbiamo parlato con Luca Calvetta in una lunga chiacchierata prima della proiezione del film al Cartoline.

“Il mare nascosto” segna il tuo esordio, libero e senza confini.

“È il mio primo lungometraggio completamente autoprodotto, ed è nato con l’idea precisa di rompere tutti i confini possibili. Non solo quelli geografici, ma anche quelli simbolici e narrativi.

Ho voluto costruire un’opera che fosse libera anche nella forma, in cui potessero convivere linguaggi diversi: il cinema di finzione, il documentario, il teatro. Questo perché il film stesso parla di liberazione: dei personaggi, ma anche dello sguardo.

È un film che affronta il tema della migrazione, ispirato al Piccolo Principe, ma in modo non lineare. È una contaminazione, un dialogo tra voci diverse, una favola che viene rovesciata. E al centro c’è la libertà: la libertà di costruire la propria identità. In questo senso è un omaggio al Sud, intenso non come luogo geografico ma come condizione esistenziale. Il Sud è ovunque qualcosa si interrompe. E da quella interruzione può nascere qualcosa di nuovo.

Come si rompono i confini?

“Rompere i confini non è un gesto improvviso, è un processo. Nel film è raccontato come un percorso iniziatico.

Il primo passo è riconoscere le proprie ferite, smettere di nasconderle. Dare loro un nome. Perché l’identità non è solo ciò che ereditiamo, ma anche ciò che scegliamo.

Oggi viviamo in un tempo in cui si tende a definire tutto in modo rigido: identità, appartenenze, confini culturali. Il film prova invece a restituire la complessità, la molteplicità. A dire che ognuno di noi contiene più identità, più storie, più possibilità”.

Perché il Sud porta sempre ferite?

“Il Sud porta ferite, ma non è l’unico. Le ferite sono una condizione universale. Il punto non è evitarle, ma capire come attraversarle.

Nel film le ferite non sono solo un segno di dolore, ma anche una possibilità. Possono diventare una porta, un passaggio verso una forma diversa di consapevolezza. Ma questo richiede un atto: guardarle, nominarle, attraversarle.

Molto spesso, invece, tendiamo a rimuoverle, a nasconderle anche a noi stessi. E questo impedisce qualsiasi trasformazione. Il film insiste su questo passaggio: non si può andare avanti senza attraversare ciò che ci ha ferito”.

Il tuo è un film indipendente che continua a parlare al presente.

“È stato un percorso lungo. Essendo un film completamente indipendente, la produzione ha richiesto tempo, sacrifici e anche rinunce. Non avevamo i mezzi per realizzare tutto ciò che immaginavamo, e ogni limite ha imposto una scelta.

Il film ha poi iniziato a circolare nei festival, dove ha ricevuto diversi riconoscimenti. Ora stiamo portandolo in giro con una tournée che sta incontrando un pubblico molto attento.

Ma la cosa più importante non è solo la proiezione. È l’incontro. Ogni tappa diventa un momento di dialogo, con scrittori, intellettuali, spettatori. Il film si completa in questi incontri, diventando uno spazio di confronto tra visioni diverse”.

Perché proprio Ascanio Celestini e gli altri attori?

“In realtà, non ho fatto casting. Ho scelto ogni attore pensando a una persona precisa. Per ogni ruolo c’era un solo nome possibile nella mia testa.

Sono andato direttamente da loro, raccontando il progetto. E tutti hanno accettato subito. È stato un gesto di fiducia straordinario, soprattutto considerando le condizioni produttive del film.

Questo ha reso il lavoro ancora più significativo: non è stato solo un set, ma un incontro tra persone che condividevano una visione”.

Perché hai iniziato proprio con questo tipo di film fuori dagli schemi?

“Il mio percorso non è quello classico del cinema. Ho studiato scienze politiche, ho fatto un dottorato, ho lavorato in televisione per molti anni e non ho mai frequentato scuole cinematografiche.

Questo film nasce dopo un documentario sulla Calabria “Il paese interiore” interamente basato sull’opera di Vito Teti.

A un certo punto ho sentito la necessità di seguire questa direzione. Non come un calcolo, ma come una scelta personale, quasi inevitabile”.

È stata un’illuminazione?

“Più che di illuminazione si è trattato di un qualcosa che era già presente, uno sguardo sul mondo che esisteva da sempre.

C’è un episodio che mi piace ricordare: da bambino, a otto anni, dissi a mia madre che volevo riscrivere Il Piccolo Principe. Poi ho dimenticato quella frase per moltissimo tempo.

Oggi mi ritrovo a fare un film ispirato proprio a quell’opera, ma contaminandola, intrecciandola con altre voci: Pasolini, Mahmud Darwish e altri. Un luogo di incontro tra mondi diversi”.

Qual è il tuo legame con la Calabria?

“È un legame familiare e profondo. Mio padre è calabrese, mentre io sono nato all’estero e cresciuto tra Roma, Parigi, Bruxelles e la Calabria, alla quale sono legatissimo. Questa terra per me è un luogo complesso, stratificato, uno spazio metafisico. Spesso raccontato in modo riduttivo, quasi esclusivamente attraverso il tema della criminalità.

Il film prova a restituire questa complessità, senza negare le difficoltà ma senza ridurle a stereotipo. È un tentativo di liberare questi luoghi da una narrazione chiusa”.

Quali luoghi vengono mostrati nel film?

“Il film è il risultato di un lungo viaggio. Abbiamo percorso circa 15.000 chilometri attraversando gran parte della Calabria.

Da Reggio Calabria a Cosenza, passando per Vibo Valentia e Catanzaro, abbiamo cercato luoghi che potessero raccontare la complessità del territorio.

In questo senso, i luoghi non sono semplici sfondi: sono veri e propri personaggi, portatori di memoria, contraddizione e identità”.

Cosa farai dopo “Il mare nascosto”?

“In questo momento sto accompagnando il film, perché credo sia importante seguirlo nel suo percorso.

Il desiderio è continuare a fare cinema, ma senza rinunciare alla libertà. È questa la condizione fondamentale. Seguire la propria voce, anche quando non è allineata con le logiche dell’industria.

Se ci sarà spazio dentro il sistema, bene. Altrimenti si continuerà in modo indipendente”.

Che sensazione lascia il film?

“Molti spettatori mi dicono che è un film che continua a lavorarti dentro nei giorni successivi. Non si esaurisce nella visione.

È un film stratificato, con più livelli di lettura. Non tutto è immediato, e forse non deve esserlo. Ha bisogno di tempo per sedimentare.

Ma proprio per questo lascia qualcosa di profondo”.

Un cinema che resta dentro

Il mare nascosto è un viaggio che continua anche dopo i titoli di coda. È un film che, come il suo autore, non cerca scorciatoie, non semplifica, non si adatta. E forse proprio per questo lascia tracce. Come suggerisce una delle sue frasi più intense: “a se stessi solamente si torna”.

Domenica sera, al Cartoline After Club, questo ritorno è iniziato ancora una volta. E continuerà, tappa dopo tappa, incontro dopo incontro. Perché, in fondo, dove qualcosa si interrompe può sempre nascere qualcosa di nuovo.

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