Malika Ayane torna al Cilea per uno spettacolo che unisce teatro e musica
Intervista alla cantautrice e attrice che ha aperto la stagione della Polis Cultura al teatro Cilea con "Brokeback Mountain", uno spettacolo "emozionante e umano prima di tutto"
Il sipario del teatro “Francesco Cilea” si rialza su una storia senza tempo e ad aprire la nuova stagione della Polis Cultura è una protagonista d’eccezione. Malika Ayane torna a Reggio Calabria dopo dieci anni e lo fa con un progetto potente e delicato insieme: “Brokeback Mountain”, dove musica e prosa si intrecciano per dare voce a ciò che spesso resta inespresso. Poco prima di andare in scena, l’artista si racconta in un’intervista intima e lucida, tra memoria, emozioni e il valore umano del teatro come spazio di incontro e trasformazione.
Ritorni al Teatro “Cilea” dopo dieci anni. Che emozione senti?
“Le emozioni mi hanno travolta già quando sono atterrata. Le ultime volte che sono venuta in Calabria arrivavo da altre date in giro per l’Italia, quindi l’atterraggio mi ha riportato non tanto a dieci anni fa, ma a quasi vent’anni fa, alla prima volta che sono venuta a cantare qui. Era un concerto alla Rotonda sul Lungomare. Mi sono resa conto di quanto i luoghi cambino mentre cambiamo noi, mentre cresciamo. Chi ha la fortuna, come l’ho avuta io, di vedersi cambiare e proporre cose diverse, poi arriva una giornata come questa in cui tutto esplode. Dieci anni sembrano pochi, ma sono tantissimi. Quindi, tornare è davvero speciale”.
Cosa ti ha convinto ad accettare questo progetto che unisce teatro e musica?
“La qualità della proposta. Ho adorato il film, come tantissime altre persone e l’idea di mescolare musica e prosa in un modo relativamente inedito in Italia, mi è sembrata un’ottima occasione per continuare un percorso parallelo nella mia carriera musicale. È un modo per sperimentare, incuriosire e, soprattutto, incontrare le persone in una maniera che solo il teatro permette. Togliersi i propri panni, interpretare quelli di un personaggio e allo stesso tempo accorgersi che il mondo reale è ancora più potente di qualunque racconto. Per un musicista che firma la propria musica con nome e cognome è fondamentale. Ogni città, ogni teatro, ogni pubblico ha una storia diversa. Andare così vicino alle persone, raccontare storie guardandole negli occhi, è una fortuna enorme. Sarebbe stato davvero sciocco non accettare”.
La tua musica riesce a dare voce ai personaggi, ad esprimere ciò che non riescono a dire.
“Ci aiutiamo moltissimo. Io, insieme ai musicisti – Giacomo Belli alla chitarra, Giulio Scarpato al basso, Marco Bosco al pianoforte e alla direzione musicale – interpretiamo le emozioni dei personaggi, soprattutto nella seconda parte. Non solo quelle di Jack ed Ennis, ma di tutti. Ne raccogliamo la quota emotiva e la trasformiamo in musica. La storia originale vive di silenzi e paesaggi. A teatro possiamo usare la parola e quando i personaggi non possono parlare, interveniamo noi. Creiamo evocazione: noi carichiamo loro, loro restituiscono a noi. Quando questa connessione funziona, crolla tutto ed è meraviglioso”.
È uno scambio di energia continuo.
“Esatto. Se a questo aggiungiamo il pubblico, diventa l’apoteosi. È un trittico: passa da noi agli attori, dal pubblico a noi, e viceversa. È qualcosa a metà tra alchimia e chimica pura, che non si può spiegare se non come esperienza umana. In questo momento storico è preziosissima. Noi che possiamo viverla, dobbiamo approfittarne”.
Cosa rende davvero forte un messaggio teatrale e culturale, capace di resistere al tempo?
“Dopo oltre cinquanta repliche mi sono resa conto che, come spettatrice, esco sempre scossa da uno spettacolo: a volte piena di energia, altre devastata, ma sempre con uno spunto di riflessione su cosa fare della mia esistenza, che è breve e finita. Il teatro deve innescare una reazione. Far sentire all’essere umano un senso della propria esistenza, anche quando quel senso sembra non esserci. Deve stimolare emozioni e, di conseguenza, azioni che diano significato a quelle emozioni”.
La contaminazione dei generi può aiutare questo processo?
“Assolutamente sì. Più il teatro mette insieme forze diverse, più riesce a parlare a tante persone. È come nella società: più voci ci sono, più il messaggio diventa accessibile. Ciò che non si capisce in un modo, lo si capisce in un altro. È una sorta di Babele positiva: come gli annunci in aeroporto, più lingue usi, più persone comprendono”.
Se stasera fossi seduta in platea, come definiresti questo spettacolo?
“Umano. La lezione più bella che sto imparando è proprio questa. Sembra uno spettacolo che parla di una storia d’amore tra due uomini negli anni Sessanta, ma in realtà parla di esseri umani che faticano a comunicare ciò che sentono. Non solo loro, ma anche le mogli, le famiglie, tutti i personaggi coinvolti. Parliamo di incomunicabilità, del rapporto con la società, dal microcosmo familiare fino a quello più grande. Se lo spettatore riesce a immedesimarsi anche solo in uno dei personaggi, allora abbiamo davvero fatto qualcosa”.
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