Mannarino a Roccella: ballare pensando è ancora possibile
Mannarino conquista Roccella Jonica con un concerto intenso e travolgente: musica, denuncia e partecipazione per dimostrare che si può ancora ballare pensando
In un panorama musicale italiano sempre più avvilente, soffocato da tormentoni costruiti in laboratorio, testi inconsistenti e da una trap che troppo spesso scambia la provocazione per profondità, Alessandro Mannarino rappresenta una forma ostinata di resistenza.
Il concerto di ieri sera, 13 agosto al Teatro al Castello di Roccella Jonica, nell’ambito del Roccella Summer Festival, non è stato soltanto uno spettacolo riuscito. È stato la dimostrazione che ci si può ancora divertire senza rinunciare a pensare; che si può ballare su parole impegnate, sfrontate, irriverenti; che la musica popolare può essere allo stesso tempo festa, racconto e denuncia.
Mannarino non addomestica il proprio repertorio per renderlo più facilmente consumabile. Le sue canzoni continuano a parlare degli ultimi, delle donne, degli emarginati, degli oppressi, delle ingiustizie e delle contraddizioni di una società che spesso preferisce rimuovere ciò che non riesce a risolvere. Eppure, quelle canzoni non assumono mai il tono della predica. La denuncia entra nel ritmo, attraversa i corpi e diventa partecipazione collettiva.
È questo uno degli aspetti più sorprendenti del concerto: Mannarino coinvolge il pubblico senza doverlo continuamente sollecitare. Non impartisce istruzioni, non reclama applausi, non ha bisogno di incitare artificialmente la platea. È la musica a fare tutto. Gli arrangiamenti crescono, si stratificano, cambiano direzione e finiscono per travolgere gli spettatori con una forza quasi rituale.
A rendere straordinaria la dimensione musicale dello spettacolo è stata una formazione di altissimo livello: Alessandro Chimenti alla chitarra, Matteo Pezzolet al basso, Cesare Petulicchio alla batteria, Francesco Santalucia alle tastiere e ai sintetizzatori, con Lavinia Mancusi e Simona Sciacca ai sintetizzatori e ai cori.
A spiccare sono state proprio le voci potentissime e cristalline delle due musiciste, capaci di emergere con una forza sorprendente anche nei passaggi strumentali più densi e di conferire ai brani profondità, tensione e luminosità. La band compatta e travolgente, non si è limitata ad accompagnare Mannarino, ma ha contribuito a trasformare ogni canzone attraverso arrangiamenti nuovi, originali e, a tratti, apertamente psichedelici.
Le canzoni non sono state riprodotte fedelmente come oggetti da esposizione, ma riaperte, smontate e ricostruite sul palco. Percussioni, chitarre, tastiere, sintetizzatori e suggestioni provenienti da tradizioni musicali diverse hanno dato vita a una materia sonora densa, inquieta e pulsante.
Nel corso della serata Mannarino ha attraversato diverse stagioni del proprio repertorio, alternando i brani del nuovo progetto, “Primo amore”, alle canzoni più amate dal pubblico. Tra i momenti più sorprendenti c’è Marilù, proposta con un inedito e potentissimo arrangiamento rock, che ne ha trasformato radicalmente l’atmosfera senza tradirne l’anima.
Particolarmente intenso è stato anche il momento di Me so’ ’mbriacato.
Nella tappa di Roccella, Mannarino ha scelto di cantarla da solo, affidandosi quasi interamente alle voci degli spettatori. Il pubblico conosceva ogni parola a memoria e la canzone si è trasformata spontaneamente in un unico, enorme coro. È stata la dimostrazione più evidente della sua capacità di creare partecipazione senza imporla: Mannarino ha iniziato a cantare e il pubblico è diventato parte della musica.
In un’epoca nella quale molta musica italiana sembra concepita per durare quanto una stagione, accompagnare un video di pochi secondi e poi essere sostituita dal tormentone successivo, assistere a un concerto come quello di Roccella restituisce speranza. Ricorda che la musica può essere accessibile senza essere banale, popolare senza essere dozzinale, politica senza diventare retorica.
Soprattutto, ricorda che si può ballare senza spegnere il cervello.
Mannarino ci ha fatto divertire, cantare e muovere fino alla fine, ma ci ha anche costretti a guardare ciò che normalmente preferiamo non vedere. Ed è forse questa la sua forza più autentica: trasformare la denuncia in festa senza svuotarla del suo significato.
Al Teatro al Castello abbiamo avuto la conferma che, nonostante tutto, esiste ancora una musica italiana capace di essere libera, colta, popolare e sfrontata. Una musica che non chiede al pubblico di seguirla: comincia a suonare, cresce, dilaga. E il pubblico, inevitabilmente, si alza e balla.