Massimiliano Gallo a Catonateatro racconta Eduardo e si racconta

Massimiliano Gallo racconta a CULT "Lettera ad Eduardo", il rapporto con il maestro napoletano, l’impegno dell’artista e "La salita", il suo esordio alla regia

Massimiliano Gallo Foto di Antonio Sollazzo

Eduardo De Filippo può essere raccontato in mille modi: attraverso il teatro, la memoria e la musica, ma soprattutto attraverso gli occhi di chi ne ha raccolto appieno l’eredità artistica. È il filo che attraversa Lettera ad Eduardo, lo spettacolo che Massimiliano Gallo ha portato in scena ieri sera, 6 agosto, all’Arena “Alberto Neri” di Catona, per la 41ª edizione di CatonaTeatro, organizzata da Polis Cultura.

Un racconto intimo, scritto e interpretato dallo stesso Gallo, nel quale l’attore non cerca di imitare De Filippo, né di allontanarsene ma lo “affronta con onestà”, per “rendergli onore”, scrivendogli idealmente una lunga lettera per raccontargli che cosa abbia rappresentato nella sua vita e nel suo percorso professionale.

Sul palco, insieme a lui, la voce di Carmen Scognamiglio e cinque musicisti della Napolinord Big Band, con gli arrangiamenti del maestro Mimmo Napolitano. Ma anche gli aneddoti su Totò e Raffaele Viviani, i ricordi legati al padre Nunzio Gallo, le poesie, le pagine teatrali, la musica e anche l’ironia. E soprattutto una riflessione sul ruolo dell’artista, sulla necessità di raccontare il proprio tempo e sul vuoto lasciato da una generazione di intellettuali che Gallo considera irripetibile.

È un tema che torna anche nel suo primo film da regista, La salita, dedicato alla vicenda di Eduardo De Filippo e dei ragazzi del carcere minorile di Nisida. Il film, premiato con il Nastro d’Argento per la migliore Opera prima, sarà proiettato questa sera, 7 agosto, all’Arena “Alberto Neri” nell’ambito di Verso Sud, il Festival del cinema mediterraneo.

Proprio alla vigilia di questo doppio appuntamento, CULT ha incontrato nuovamente Massimiliano Gallo, dopo l’intervista al Teatro Cilea in occasione di Malinconico moderatamente felice. Ne è nato un dialogo che parte da Eduardo e arriva inevitabilmente al presente.

Tra Lettera ad Eduardo e La Salita c’è un filo comune? Da dove nasce questo doppio omaggio?

«Lo spettacolo è un omaggio che faccio a Eduardo. Ho immaginato questa lettera che scrivo a Eduardo per raccontargli quello che ha rappresentato per me.

È uno spettacolo molto intimo e anche molto particolare, perché parlo per un’ora e mezza di Eduardo, ma non recito Eduardo. Recito tutte cose scritte da me e poi racconto.

Racconto la sua amicizia con Totò, quella con Raffaele Viviani e alcuni episodi che il pubblico non può conoscere, episodi che ho vissuto io quando ho messo in scena le sue opere. Oppure racconto un episodio di mio padre quando lavorò con Eduardo.

Credo che sia proprio questo il motivo per cui lo spettacolo ha avuto un grande successo: sembra un racconto fatto ad amici, nel quale si parla di bellezza, di poesia e anche di un personaggio che alla fine abbiamo perduto, insieme ai grandi intellettuali che avevamo, come Pasolini.

C’era un periodo in cui avevamo dei rappresentanti culturali di spessore mondiale e questo non lo abbiamo più. Racconto anche questo ed è lo stesso motivo per cui poi ho pensato di portare questo tema pure nel film La salita, il mio esordio alla regia».

Il valore di un messaggio artistico impegnato…

«Sì, impegnato, però Eduardo faceva sempre le cose a modo suo, senza mai fare retorica. Quando va a Nisida, invece di fare discorsi plateali, fa un assegno e fa costruire un teatro, con una scenotecnica, e attraverso quella esperienza riesce poi a salvare tanti ragazzi. Dimostra che con poco puoi fare tanto.

E quindi, quando diciamo che in questo periodo storico, in questo Paese, ci mancano proprio questi personaggi, credo che sia vero. Eduardo aveva un peso specifico enorme.

Poi è chiaro che la discussione sarebbe infinita: l’arte non deve per forza lasciare un messaggio, può essere anche intrattenimento e basta. Però credo che stia all’artista capire e raccontare quello che sta succedendo nella società.

Quando lui scrive Napoli milionaria! mentre gli Alleati stavano ancora entrando, per esempio, racconta già le conseguenze della guerra, le persone che sono cambiate, quelle che si sono vendute. Di solito, per capire fino in fondo le brutture di una guerra, ci metti dieci anni; anche un intellettuale può metterci tre o quattro anni. Lui invece lo scrive quando la guerra non è ancora finita.

Per me era uno dei più grandi intellettuali che abbiamo avuto».

Eduardo è un indiscusso gigante del teatro. Tu, però, scegli di raccontare l’uomo.

«Sì, perché è una figura che alla fine spesso si idealizza e si sminuisce. Quando la raccontiamo diciamo che è l’autore napoletano più rappresentato nel mondo. E questo dovrebbe già farti capire la caratura di quell’autore.

Però, al di là dell’autore, io racconto la persona.

E quella persona era una persona che, invece di farsi i fatti suoi, quando prese il San Ferdinando a Napoli fece una cosa enorme: prese un teatro distrutto, lo ristrutturò a spese sue, pagando cambiali fino al ’72 per un’impresa. Penso che oggi costerebbe miliardi. Lo fece a spese sue e poi la famiglia De Filippo donò il teatro al Comune di Napoli.

Gli artisti possono fare niente e tutto. Poi dipende da chi sei».

Tuo padre Nunzio ha lavorato con Eduardo, raccontaci.

Questa è una delle storie che Gallo ha scelto di raccontare sul palco.

Nunzio Gallo fu chiamato da Eduardo per interpretare uno dei tre protagonisti. In casa Gallo l’attesa era enorme: tutti aspettavano il ritorno del padre e il racconto dell’incontro con quel «gigante».

Ma Eduardo non organizza un vero e proprio provino. Fa accomodare Nunzio Gallo e comincia a parlare con lui di canzone napoletana. A lungo. Poi arriva la cameriera con il caffè e, poiché nella commedia c’è un richiamo proprio al caffè, Eduardo gli porge una battuta.

Nunzio Gallo comprende immediatamente il gioco, risponde da personaggio e Eduardo continua a far finta di niente.

Quando alla fine Nunzio, già cantante famoso, trova il coraggio di chiedere se debba sostenere il provino, arriva la risposta di Eduardo: «Avete già fatto tutto, dovete solo parlare con l’amministratore».

È uno degli episodi più gustosi della serata e, insieme, uno di quelli che permettono a Gallo di mostrare Eduardo nella sua dimensione più umana, lontana dalla celebrazione e vicina al ricordo.

Ti abbiamo lasciato al Cilea e ti ritroviamo qui. Possiamo dire che ormai sei un figlio di Catonateatro?

«A Catonateatro ci sono venuto nell’89. Questo vi fa capire la mia vecchiaia e da quanto tempo faccio questo lavoro. Venni con La Francesca da Rimini, con mio fratello e la regia di Aldo Giuffrè. E sì, ci vengo sempre molto volentieri.

Sono contento del fatto che stiamo facendo cose dove riesco ad esprimere quello che voglio dire, con grande libertà, che non è scontato per un artista.

Sono molto contento anche perché il pubblico ti riconosce un percorso di grande coerenza. La salita è stato in sala cinque settimane. Andare alle prime e sentire il pubblico che dice: “Io sono venuto comunque perché sapevo che era il tuo film”, è come se avessi un credito da spendere. Secondo me è una cosa bellissima, perché sono quarant’anni che faccio questo lavoro e quindi si vede che piano piano sto seminando qualcosa».

Come vivi il fatto che ti considerino l’erede del lascito di Eduardo?

«No, mi sento piccolo rispetto a una cosa del genere. Questi erano personaggi che probabilmente non nasceranno più, ma per una serie infinita di cose. Oggi siamo in una specie di censura e comunque in un appiattimento culturale in cui anche dire la tua diventa una presa di posizione strana, perché nessuno più dice niente.

Questi personaggi hanno avuto il coraggio di esprimere sempre la loro posizione. Sempre. Poi c’è chi l’ha pagata un po’ di più, come Pasolini, e chi un po’ di meno».

Una risposta che sembra quasi proseguire idealmente il monologo di Lettera ad Eduardo. È proprio il senso del suo omaggio: non provare a diventare Eduardo, ma continuare a portare in scena le ragioni per cui Eduardo è stato Eduardo.

La Salita porta sul cinema la stessa riflessione nata dal teatro?

«È un film che ha avuto una vita bellissima. È nato alle Giornate degli Autori a Venezia a settembre scorso e poi ha fatto un lungo cammino. È stato cinque settimane in sala. È stato un piccolo miracolo. Vi invito a vederlo perché secondo me fa bene al cuore. Parte da una cosa che era successa a Nisida: 18 detenute del carcere femminile di Pozzuoli che, all’epoca, con il bradisismo, vengono trasferite lì ma Nisida non era attrezzata per avere anche le donne. Arriva invece Eduardo De Filippo, che porta la sua compagnia lì e inizia a fare un assegno di tasca sua per far costruire un teatro e una scenotecnica. È una storia che secondo me andava raccontata perché andava ricordata a chi l’aveva dimenticata a Napoli, ma andava raccontata anche a chi non la conosceva.

In un mondo che stiamo vivendo, secondo me, impazzito, di enorme violenza, raccontare un po’ di bellezza e ricordare che avevamo intellettuali come De Filippo, come Pasolini, personaggi che si esponevano e dicevano veramente la propria, facendo anche atti molto semplici, è importante. Lui va lì e non fa parole: fa un assegno. Va al Senato e mette uno specchio di fronte agli altri».

Il Premio Nicola Petrolino chiude il cerchio tra teatro e cinema

Ed è proprio La salita a riportare il discorso della serata verso il riconoscimento che Polis Cultura ha scelto di assegnare a Gallo.

Dopo lo spettacolo, quando gli applausi stavano ancora accompagnando l’ultimo saluto dell’attore, sul palco è salito Luciano Pensabene, direttore artistico di Polis Cultura.

«È difficile parlare dopo tutto quello che abbiamo visto», ha detto Pensabene, sottolineando come lo spettacolo avesse riunito in un’ora e mezza «arte, cultura, letteratura, musica, teatro, cinema» e la voce di Napoli. Poi ha ricordato il legame con Nicola Petrolino, critico cinematografico e instancabile operatore culturale della città, alla cui memoria è dedicato il premio che ogni anno viene assegnato a una personalità importante del cinema italiano.

Il Premio Nicola Petrolino 2026 è stato quindi consegnato a Massimiliano Gallo proprio per il suo debutto alla regia che, come ha ricordato Pensabene, ha riportato sul grande schermo anche l’eco delle parole di Eduardo.

«Per me è motivo di grande orgoglio riceverlo qui, essere tornato dopo 37 anni», ha detto Gallo, scherzando poi sul tempo trascorso: «Spero che la prossima volta non venga dopo 30 anni, perché sennò non ce la faccio. Invitatemi prima».

Ma il premio è diventato l’occasione per parlare ancora una volta di Catonateatro e dei “luoghi sacri” da salvare.

“Luoghi in cui possiamo incontrarci, gli unici luoghi dove ancora, fin quando ci sarà qualcuno che vorrà raccontare una storia e qualcuno che vorrà ascoltarla, succederà una magia» ha concluso Gallo.

 

E questa sera, 7 agosto, il palcoscenico lascerà spazio allo schermo e La salita porterà ancora una volta Eduardo a Catona, attraverso lo sguardo dell’attore napoletano. E la magia si ripeterà, semplice, antica e necessaria.

About Marina Crisafi
Marina Crisafi è direttrice responsabile di CULT and Social e di Dike Giuridica Editrice, e giornalista per Il Sole 24 Ore. Laureata in Scienze Politiche all'Università degli Studi di Messina, vive e scrive da Reggio Calabria, con un focus su cultura, società e territorio calabrese.
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