Massimiliano Gallo: “Il teatro è la mia casa”
Intervista a Massimiliano Gallo al teatro Cilea di Reggio Calabria: lo spettacolo “Malinconico moderatamente felice”, il teatro, la tv e il senso profondo dell’arte
Massimiliano Gallo è uno di quegli attori che portano il teatro dentro, come una seconda pelle. Figlio d’arte, cresciuto tra palcoscenici e quinte, ha costruito una carriera solida tra teatro, cinema e televisione, conquistando il pubblico con personaggi complessi e profondamente umani, da Vincenzo Malinconico al Pietro De Ruggeri di Imma Tataranni.
In questi giorni è a Reggio Calabria, sul palco del teatro Cilea per la stagione 2026 di Polis Cultura, con “Malinconico moderatamente felice”, spettacolo che lo vede protagonista e regista. Un lavoro ambizioso, tratto dall’universo narrativo di Diego De Silva, che ieri sera ha conquistato il pubblico tra risate e riflessioni.
Noi di CULT lo abbiamo incontrato a margine dello spettacolo per una lunga chiacchierata sulla sua carriera, il teatro e il senso del suo lavoro.
Cosa rappresenta per te Malinconico, dopo il successo tv?
«È stata una sfida, perché già portarlo dalla pagina alla televisione è stato complicato: Malinconico è un mondo pieno di pensieri, voci fuori campo, immaginazione, un universo stratificato e tutt’altro che semplice da tradurre in immagini. Per la tv abbiamo dovuto trovare una serie di soluzioni per rendere visibile il suo pensiero. Ma a teatro è stato ancora più complesso, quasi un triplo salto mortale.
All’inizio, con Diego De Silva, avevamo solo l’intuizione ma non la forma: non sapevamo da dove partire. La soluzione più semplice sarebbe stata costruire una serie di monologhi su macrotemi – l’amore, il lavoro, l’amicizia – quasi un teatro-canzone. Ma io sentivo che non bastava, volevo restituire davvero il mondo di Malinconico, con una vera commedia.
Così è nata lentamente una struttura più ampia, con altri attori. Avevo bisogno di interpreti capaci di sostenere più ruoli, perché il caos di Malinconico richiede una molteplicità di voci. Anche la scenografia segue questa logica: uno spazio surreale, nero e lucido, che può trasformarsi continuamente – tribunale, casa, giardino – mentre le scale, che mi danno la possibilità di salire e scendere continuamente, diventano la rappresentazione visiva del suo rimuginare.
Poi c’è la dimensione più intima: la casa e quella parete centrale su cui appaiono gli ologrammi dell’amore ideale. È uno spettacolo molto stratificato, dentro c’è davvero tutto il suo mondo: il tribunale con le cause impossibili, la famiglia, la figlia Alagia, la “trombamica”, le ossessioni.
All’inizio lo spettatore deve entrarci, ma poi si lascia trascinare. Anche grazie alla musica originale di Joe Barbieri, che accompagna ma non sovrasta. Sembra quasi una commedia musicale, ma in realtà è un racconto teatrale molto più complesso».
Chi conosce già Malinconico lo ritrova davvero sul palco?
«Sì, assolutamente. Chi lo conosce lo riconosce subito, ma allo stesso tempo lo scopre anche in modo nuovo. Perché il teatro ti permette di entrare ancora più dentro il suo mondo».
Sei amato dal pubblico anche per Pietro De Ruggeri, il marito di Imma Tataranni. Quale personaggio senti più vicino a te?
«Senza dubbio Malinconico. È quello che mi somiglia di più, quello che sento più mio. È il personaggio che indosso con maggiore naturalezza, quello che mi diverte e che ormai conosco in profondità.
Proprio per questo ho sentito l’esigenza di scriverci sopra, insieme a Diego De Silva, di dirigerlo, di costruirgli intorno uno spettacolo. È un personaggio che mi appartiene, che riesco ad abitare con facilità».
Se dovessi riassumere Malinconico in una frase, quale sarebbe?
«Direi proprio “moderatamente felice”. Come il sottotitolo. È una definizione che contiene tutto: la sua malinconia, la sua insoddisfazione, ma anche una forma di equilibrio.
Non è un perdente, è uno che sceglie di non partecipare alla gara della vita. E questo oggi, in un mondo dove dobbiamo sempre dimostrare qualcosa, è rassicurante.
È molto amato dagli avvocati…
«Sì, molti avvocati mi scrivono dicendo che è un personaggio molto più vicino alla realtà di quanto sembri. Perché di Malinconico ce ne sono tanti: professionisti che si arrabattano, che vivono tra difficoltà e ironia. Molti più dei principi del foro che si vedono al cinema.
Una volta, a Genova, un avvocato mi ha scritto di aver stampato una mia foto e di averla attaccata sul frigorifero, perché la mattina la guarda e pensa che c’è qualcuno che “fallisce più di lui”, e questo lo rassicura. È una battuta, ma dentro c’è tutto il senso del personaggio».
State già lavorando alla nuova stagione?
«Sì, inizieremo a girare la terza stagione alla fine di questa tournée.
Sarà sempre il suo mondo, con le sue contraddizioni e le sue follie. Si muoverà tra i libri e la scrittura televisiva, ma con Diego De Silva come riferimento, quindi resterà fedele a quello spirito lì».
Hai esordito a 5 anni con grandi maestri: che ricordi porti con te?
«Ho esordito con Carlo Croccolo, poi ho lavorato con Aldo e Carlo Giuffrè. Era una scuola vera, concreta. Non c’era l’idea della formazione accademica come oggi: si imparava sul campo, nelle compagnie.
Accanto ai capocomici capivi tutto: la disciplina, le regole, il rispetto del pubblico, il lavoro quotidiano. E io sono rimasto legato a quell’idea.
Ancora oggi, anche quando uno spettacolo ha successo, continuiamo a provare, a migliorare, a togliere. Il teatro è un organismo vivo.
E poi c’è l’improvvisazione, che è una parte importante del mio lavoro. Ma è una cosa difficilissima, non è libertà totale: devi conoscere perfettamente i tempi, le regole. Però dà una freschezza unica, perché mantiene lo spettacolo sempre vivo».
Quanto conta o quanto pesa essere figlio d’arte?
«Più che un peso, è una responsabilità. Hai un vantaggio iniziale, perché il pubblico ti riconosce, ma allo stesso tempo è molto più severo con te.
Se sbagli, non te lo perdona. Però nascere in una famiglia d’arte ti insegna una cosa fondamentale: la disciplina.
Io sono cresciuto in un ambiente dove questo lavoro era sacro. Non esisteva improvvisazione nel senso superficiale del termine: esistevano solo lavoro e rigore. E questo oggi fa la differenza, perché spesso si sottovaluta quanto sia complesso questo mestiere».
Il rapporto con tuo padre? Hai dichiarato che per te era una leggenda e che non poteva esserci competizione perché l’avresti persa in partenza.
«Sì, infatti. E soprattutto quando mi dicono perché non ho fatto il cantante, io rispondo che non era né un tipo di percorso che mi sarebbe piaciuto fare, né l’avrei fatto.
Con un padre che ha fatto quello che ha fatto lui, Sanremo, Canzonissima, Festival di Napoli e via dicendo, o hai qualcosa di veramente forte da dire o non ti conviene».
Come vivi la sinergia tra teatro, cinema e televisione?
«Sono linguaggi diversi, certo, ma solo in Italia c’è questo equivoco: “faccio cinema”, “faccio teatro”. All’estero non esiste. In Inghilterra e in Francia gli attori nascono a teatro e poi fanno tutto.
Io ho sempre spaziato, perché il teatro è casa. Nasco lì e spero di finirci, il più tardi possibile (ndr ride). Ho bisogno del pubblico, è una necessità fisica.
Durante la pandemia ho lavorato sempre, ma solo sui set. Dopo un anno così ti manca qualcosa: il contatto diretto. Il cinema è più introspettivo, ma il teatro ti restituisce un’energia unica.
E infatti anche nel mio film “La salita” torno a parlare di teatro: racconto quando Eduardo De Filippo arrivò a Nisida e costruì un teatro per i ragazzi del carcere minorile. Un gesto concreto, non retorico. L’arte può salvare, e oggi è importante ricordarlo.»
Perché hai scelto di raccontare Eduardo De Filippo?
«Perché è una storia che andava raccontata. Molti l’hanno dimenticata, altri non la conoscono proprio.
Eduardo, negli ultimi anni della sua vita, invece di pensare a sé stesso si è occupato dei ragazzi di Nisida. Da neosenatore a vita, ha fatto un discorso importantissimo al Senato, accusando gli adulti, non i giovani. La sua lezione è modernissima: la cultura e la bellezza possono cambiare le cose. La pena senza un percorso di crescita non serve a nulla.
È una lezione che dovremmo riprendere: in ogni città esiste un’altra città, più fragile. E il mondo della cultura dovrebbe fare di più per creare ponti».
La napoletanità per il tuo lavoro è un valore aggiunto?
«Per me sì, è un valore aggiunto enorme. Non sono uno che parla in birignao e credo che Napoli, in questo momento di grande pochezza proprio culturale, sia una città molto viva che, non a caso, sforna continuamente talenti nel cinema, nella musica, nella drammaturgia. Secondo me è una città unica che si fa contaminare e contamina con la sua cultura».
Del resto, negli ultimi anni il cinema guarda sempre più al Sud.
«Sì, oggi la Campania è seconda solo al Lazio per produzioni cinematografiche. Si gira bene, ci sono location straordinarie e una buona organizzazione.
Quello che poteva essere un miracolo momentaneo si sta mettendo a regime per farlo diventare una vera industria».
Oltre a Malinconico, quali sono i tuoi prossimi progetti?
«Prima di tornare con Malinconico, che riprenderà a dicembre fino alla primavera successiva, farò uno spettacolo, “Lettera ad Eduardo” e poi c’è una serie Netflix, “Mondo”, già girata, che uscirà in autunno. È italiana, ma sarà distribuita a livello internazionale».
Massimiliano Gallo ci saluta con il sorriso di chi vive il teatro come una necessità e non come un semplice mestiere.
“Malinconico moderatamente felice” resta addosso perché parla di tutti: delle nostre fragilità, delle aspettative mancate, di quella strana capacità di andare avanti anche quando non si vince davvero.
E forse è proprio lì, in quell’equilibrio imperfetto, che si nasconde la felicità.
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