Maurizio Casagrande al Cilea: il teatro che nasce davanti al pubblico

Intervista a Maurizio Casagrande, protagonista ieri sera al teatro Cilea di Reggio Calabria de "La prova del 9" nell'ambito del cartellone dell'Officina dell'Arte di Peppe Piromalli

Maurizio Casagrande

Ieri sera, il Teatro “Francesco Cilea” ha accolto Maurizio Casagrande con “La prova del 9”, spettacolo inserito nel cartellone dell’Officina dell’Arte di Peppe Piromalli. Un ritorno atteso, che ha confermato ancora una volta il legame profondo tra l’artista napoletano e il pubblico reggino.

Poco prima di salire sul palco lo abbiamo incontrato per farci raccontare l’anima di uno spettacolo che è, prima di tutto, un gioco teatrale intelligente e sorprendente. 

Casagrande parte da lontano, dalla musica, che non è mai stata un semplice accompagnamento nei suoi lavori.
«Io nasco come musicista prima che come attore. Ero un batterista, ma ho sempre cantato, suonato il basso, la chitarra, mi incuriosiva tutto. Il mio strumento era la batteria, ma avevo bisogno di capire come funzionavano anche gli altri. La musica è sempre stata una parte fondamentale di quello che faccio».

Ed è proprio la musica ad aver caratterizzato molti dei suoi spettacoli, anticipando una formula oggi diffusissima: raccontare la vita attraverso le canzoni.
«Quando cominciai, anni fa, mi dissero che ero pazzo. Oggi, quel tipo di spettacolo lo fanno in tanti. Io l’ho portato in scena per otto anni, evidentemente funzionava. Raccontare la vita con la musica dietro è una formula che arriva dritta al pubblico».

Con “La prova del 9” Casagrande compie un ulteriore salto creativo: racconta il teatro mentre il teatro accade. Metateatro puro.
«È la follia di raccontare come nasce uno spettacolo. Un produttore – che in realtà è un attore della compagnia – finge di costringermi a portare in scena uno spettacolo senza prove, per risparmiare. Così inventa una “prova aperta” con il pubblico. Ma, ovviamente, è tutto un complotto alle mie spalle».

Il risultato è un susseguirsi di situazioni comiche, equivoci e colpi di scena, in cui il pubblico diventa parte integrante dello spettacolo.
«Il palco è il luogo dove tutto può accadere. E allora bisogna farlo accadere, anche con il pubblico. La costruzione di uno spettacolo è uno dei momenti più belli della creazione teatrale, ma il pubblico non lo vive mai. Qui sì».

Un altro elemento centrale è la compagnia: musicisti che recitano e attori che suonano.
«Ho voluto fare un vero laboratorio. Al mio fianco ci sono musicisti veri, bravissimi, che recitano. E attori che suonano. Ania Cecilia, la protagonista femminile, nasce come cantante. È un gioco continuo di scambi, ed è questo che lo rende divertente».

Dietro la comicità, però, c’è una riflessione molto seria sul mestiere dell’attore e sulla meritocrazia.
«Sul palco, ci deve salire chi questo lavoro lo sa fare. La fama non è talento, non è studio, non è preparazione. Se sei famoso ma non hai niente da dire, fatti le foto per strada, ma non salire su un palco».

Un pensiero che si lega direttamente a un progetto a cui Casagrande tiene moltissimo: la sua scuola.
«Quest’anno, lavoro solo con ragazzi dagli 11 ai 16 anni. È l’età in cui puoi distruggere un talento senza accorgertene. Io voglio fare l’opposto: capire cosa hanno dentro e farlo fiorire. Qui chi insegna deve mettere da parte il proprio ego. Non devi formare copie, ma aiutare ognuno a diventare il meglio di se stesso».

Per Casagrande il talento esiste in tutti, anche se può prendere strade diverse.
«Non ho mai conosciuto una persona senza talento. Magari non diventerà un attore, ma può trovare il suo posto nello spettacolo: tecnico, macchinista, musicista. Se lo fai con passione ha senso. Se lo fai solo per soldi, ci sono mestieri più sicuri».

“La prova del 9” è dunque molto più di una commedia: è una dichiarazione d’amore al teatro, al lavoro di squadra e alla verità del palcoscenico. E al Teatro Cilea, ancora una volta, Maurizio Casagrande ha dimostrato che la prova più importante è sempre quella con il pubblico. 

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