Max Cavallari a Reggio, tra radici calabresi, fichi d’india e tichitic

Il noto comico dei Fichi d'india a Reggio Calabria per lo spettacolo “Artisti senza limiti – il sogno” racconta a Cult emozioni, carriera e la memoria di Bruno Arena

Max Cavallari

Max Cavallari è uno di quei volti che hanno attraversato generazioni di pubblico, portando con sé una comicità immediata, fisica, riconoscibile. Dai locali di cabaret fino al successo televisivo con i Fichi d’india, insieme a Bruno Arena, ha costruito un percorso fatto di risate e complicità autentica. Oggi continua a salire sul palco, tra cabaret e teatro, con uno sguardo che tiene insieme passato e futuro. Lo abbiamo incontrato a Reggio Calabria, poco prima dello spettacolo “Artisti senza limiti – Il sogno” al cineteatro Odeon, dove è stato protagonista di una serata ideata dal comico reggino Santo Palumbo e dedicata all’inclusione e al talento.

È la prima volta a Reggio Calabria?

«No, non è la prima volta. Mio padre e i miei nonni sono di Maropati, quindi tornare qui è come tornare a casa. Quando sono atterrato e ho visto questa terra, mi sono emozionato davvero».

Il riferimento alle radici non è casuale, né solo affettivo: «C’è qualcosa di profondo, di identitario. Anche il nome Fichi d’India nasce da un’immagine precisa: pungenti fuori, ma dolci dentro». Come i calabresi, del resto. «Sì, io qui ritrovo questa verità».

Che emozione ti ha dato partecipare a “Artisti senza limiti”?

«È stata un’emozione doppia. Prima per il ritorno qui, poi quando ho visto i ragazzi provare. C’era amore vero, ed è quello che fa la differenza».

Cavallari insiste su un punto: «Quando fai le cose con amore, prima o poi arrivi. Non è una frase fatta: è quello che è successo a me e a Bruno. Noi siamo partiti così, senza strategie, ma con passione. E quella passione ci ha portati lontano».

Poi il messaggio ai giovani: «Io dico sempre “credere per essere”. Non basta desiderare, devi crederci davvero. Questo è un evento delicato, importante, perché dà spazio a chi spesso non ce l’ha. E io, quando posso, ci sono sempre. Ho appena fatto un film con Enzo Decaro e Tony Sperandeo sui ragazzi hikikomori e anche lì è stata una grande emozione». Poi questa sera la seconda «ed è bello che il fico più maturo faccia cose per quelli più giovani (ndr ride)».

E tu lo stai portando in giro questo fico con uno spettacolo che è più teatro o più cabaret?

«Sì. Si chiama “Stasera sono fico” ed è cabaret, decisamente. È quello che la gente si aspetta da me e che io continuo ad amare».

Ma dietro c’è anche altro: «Dentro ci metto i personaggi storici, ma anche cose nuove. È uno spettacolo vivo, che cambia».

E poi c’è quel ritmo, quel “tichitic” che ormai è diventato un linguaggio, un modo di stare sul palco.

E il teatro?

«Il teatro è il mio futuro. Ho una compagnia teatrale, porto in scena il grande genovese Gilberto Govi. Sono già stato ad Alassio, Camogli e adesso andrò a Bolzaneto e Imperia. Ho studiato tanto questo personaggio che nonna mi faceva vedere e lo porto in giro con molta umiltà chiedo scusa a Genova (ndr ride). Solenghi lo fa in dialetto e io in italiano. Quella del teatro è la mia vera passione, praticamente sto preparando la mia pensione, perché il cabaret prima o poi ha una fine mentre il teatro ti permette di restare, di andare avanti».

Dopo la scomparsa di Bruno Arena è stato difficile continuare?

«Sì. All’inizio non volevo più andare avanti. Senza di lui è come se fosse mancata una parte di me. Non era solo lavoro, era vita».

La svolta, racconta, è arrivata in modo silenzioso ma decisivo: «Lui mi ha fatto capire, anche senza parole, solo con gli occhi, che dovevo continuare. E poi ci sono stati i ragazzi, i fans che mi hanno suonato il campanello, mi hanno cercato e mi hanno riportato sul palco».

Ma oggi quel legame resta: «Bruno è sempre con me. Nei personaggi, negli oggetti di scena, nelle parrucche, nelle valigie. Io porto avanti anche lui. Non è nostalgia, è presenza costante, altrimenti non potrei continuare, assolutamente».

Tra “tichitic”, risate e memoria: il senso di una serata

E sul palco dell’Odeon, Max Cavallari ha portato esattamente ciò che il pubblico si aspettava: energia, improvvisazione, leggerezza. Tra parrucche, personaggi e sketch – come la “bambina tremenda” dai capelli verdi e dalla voce irriverente – la sua comicità ha attraversato la sala con ritmo e naturalezza. Poi il “tormentone” del “tichitic, tichitic”, una cifra stilistica, quasi una firma sonora, capace di legare passato e presente, pubblico e artista.

Ma dentro la risata c’è sempre qualcosa di più. C’è la memoria di un duo che ha segnato un’epoca, c’è l’amicizia con Bruno Arena che continua a vivere sul palco, e c’è anche la volontà di esserci, oggi, in contesti come “Artisti senza limiti”, dove la comicità incontra l’inclusione. È questo lo spirito che continua a far salire sul palco, a far ridere senza mai dimenticare da dove si viene. “Amiciahrarara”!

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