Milena Palminteri, l’arancio amaro delle donne del Sud

Una conversazione intima con Milena Palminteri, vincitrice del Premio Bancarella e del Rhegium Julii, consegnato nel 2025 a Reggio Calabria. Un racconto a due voci tra Sicilia, memoria e donne che resistono

Milena Palminteri rhegium Julii

Alcuni libri arrivano in silenzio per restarti dentro. Come l’arancio amaro è uno di questi: una storia che si insinua lentamente, pagina dopo pagina, e che lascia il segno. Quando ho sentito telefonicamente Milena Palminteri, qualche tempo dopo il suo arrivo a Reggio Calabria per il Premio Rhegium Julii, la sensazione è stata immediata: non un’intervista, ma una conversazione vera, di quelle che nascono tra donne del Sud che si riconoscono senza bisogno di spiegarsi troppo.

Palermitana di nascita, salernitana d’adozione, 76 anni, una vita professionale trascorsa negli archivi notarili, Milena Palminteri ha esordito tardi nella narrativa, ma con una voce già piena, consapevole. Il suo romanzo, pubblicato da Bompiani, è stato definito un “fenomeno editoriale”, vincendo il Premio Bancarella e il Premio Rhegium Julii consegnato a Reggio nel novembre 2025. Un successo che non l’ha cambiata: semmai l’ha resa ancora più attenta, più timorosa, più responsabile nei confronti delle parole.

Ci diamo subito del tu. E da lì comincia un racconto che va oltre il libro.

Un libro che nasce da un archivio e da una ferita

Ho letto Come l’arancio amaro ben prima che tu venissi a Reggio Calabria per il Premio Rhegium Julii. Mi ha colpita molto, anche perché mi ha portata lontano dalla mia passione per i gialli. Com’è nata davvero l’idea del romanzo? Le chiedo subito.

«Diciamo che le notizie si sono un po’ sovrapposte. Non è una storia vera nel senso classico. È una scena vera. Una scena che ho letto in un atto notarile, in un posto assolutamente improbabile per trovare una cosa del genere. Non in Sicilia, ma a Salerno, dove ho vissuto e lavorato per quasi tutta la mia vita» risponde Milena Palminteri.

Da quell’atto emerge l’immagine di una bambina o un bambino “acquistato” da una donna sposata con un uomo anziano, per evitare che l’eredità finisse ai parenti. Una scena che Milena non dimentica più.

«Una grande giornalista spagnola Rosa Montero la chiama “l’ovetto della storia”. È quello che fa nascere tutto il resto. E a me questa scena è rimasta dentro per anni» conferma.

Tre donne, una sola forza

La Sicilia, mai dimenticata, torna sulle pagine della Palminteri con il suo chiaroscuro: tradizioni, mafia, nobiltà e soprattutto donne. Tre protagoniste, tre destini intrecciati: Sabedda, Nardina e Carlotta. Tre donne diversissime, ma accomunate da una forza che sembra proprio quella delle donne del Sud. A quale ti senti più vicina? Le domando.

La risposta arriva netta, senza esitazioni. «Io sono in tutte e tre. Sono in Sabedda, in Nardina, in Carlotta. Ma anche nello zio Peppino, nel baronetto. Non puoi scrivere di sentimenti che non conosci. Io sono sempre stata molto attenta alle persone, a quel momento in cui cade la maschera e viene fuori la vera natura».

Ed è qui che entra in gioco la sua memoria emotiva. «Io magari non ricordo cosa c’è scritto in un libro, ma ricordo le emozioni. Anche di quarant’anni fa. Mi si sono scritte dentro».

E poi sui luoghi del libro, aggiunge: «Non volevo ambientare la storia a Salerno. Io questo ambiente lo volevo nella mia terra. Anche perché la Sicilia mi è sempre mancata, a prescindere dal libro. Ci sono nata e cresciuta. Ci sono stata fino a 28 anni e sono legata alla sua molteplicità di aspetti. Sarraca è Sciacca, il paese di mio padre dove andavo da piccola e mi è rimasto nel cuore».

Madri, padri e assenze che pesano

Tornando ai personaggi, Nardina è quella che appare più algida, trattenuta, eppure profondamente fragile. «Nel suo innamoramento per Carlo viene fuori la mancanza della figura paterna – risponde Milena Palminteri -. Dall’adolescenza in poi, il padre diventa la figura maschile con cui ti confronti. E lì cominciano i guai». Sabedda, invece, è istinto puro, forza primitiva, determinazione senza mediazioni. Carlotta eredita entrambe, ma il suo percorso si spezza e si ricompone grazie a una figura maschile diversa dalle altre: lo zio Peppino.

«La marcia in più di Carlotta è stata proprio lui. Una figura protettiva, non possessiva. Zio Peppino non è l’uomo che limita, ma quello che osserva, comprende, intuisce. È il primo a riconoscere le capacità di Carlotta, la sua intelligenza argomentativa, la sua autonomia di pensiero. Eppure è anche colui che, per paura, la frena: non per dominarla, ma per evitarle una sofferenza in un mondo ancora ostile alle donne» racconta.

Una protezione “cavalleresca”, come la definisce Milena, che apre una riflessione delicata e attualissima: il confine sottile tra tutela e controllo. Zio Peppino incarna un maschile raro, capace di amare senza possedere, di accompagnare senza sostituirsi. Ed è forse grazie a questa presenza che Carlotta, nel momento giusto, riuscirà a nascere davvero da se stessa. Diventando un grande avvocato che trionfa proprio in un processo di mafia.

La Sicilia come personaggio

Nel romanzo, la Sicilia non è soltanto un luogo: è una presenza viva, ingombrante, costante. Un personaggio che osserva, condiziona, plasma. La Sicilia che emerge dalle sue parole e dalle pagine del romanzo è una terra che va oltre l’apparenza. Non quella folkloristica o stereotipata, ma quella fatta di volti, di sguardi, di trasformazioni impercettibili. Milena ha una capacità particolare: leggere le persone, cogliere il momento in cui la maschera cade e affiora la vera natura. È una sensibilità che si riflette anche nella narrazione della sua terra. Dove il fascismo resta sullo sfondo, quasi estetico in certe realtà locali; la mafia, invece, attraversa tutto, prima e dopo, cambiando forma ma non sostanza. È una Sicilia che non si mostra mai per quello che sembra, e che chiede uno sguardo attento, profondo, non superficiale. «La mafia in Sicilia è ordito e trama della popolazione. Pervade tutto, anche la mentalità» dice.

Durante la conversazione, raccontandole un episodio personale legato alla trasformazione di una donna, di un’amica nel tempo. Milena si ferma, ascolta, riflette. «Mi stai dando uno spunto», mi dice. Se davvero quel frammento dovesse trovare spazio in un futuro romanzo, non potrei che sentirmi onorata.

Premi, responsabilità e nuovi progetti

Premio Bancarella, Premio Rhegium Julii. Le chiedo che valore hanno per lei questi premi. «Te lo dico in siciliano Sugnu scantatissima» dice sorridendo. Non è falsa modestia: è consapevolezza. Essere arrivata così, con un primo romanzo, in mezzo a firme importanti della letteratura italiana, per lei «è una responsabilità enorme». Non tanto nei confronti del pubblico, quanto della scrittura stessa. Milena sente il dovere di non tradire ciò che ha messo sulla pagina, di non forzare la mano. La sua, infatti, è una scrittura cercata, scavata, mai lasciata al caso. Ogni parola deve corrispondere esattamente a ciò che sente. E forse è proprio questa esigenza profonda a renderla così timorosa del “dopo”.

Intanto sta già lavorando a un nuovo progetto. E mi concede una sola anticipazione: «Rimango in Sicilia. Io là voglio morire».

L’arancio amaro, metafora delle emozioni

L’arancio amaro che dà il titolo al libro, ritorna più volte come metafora potente. «È un’ambivalenza emotiva. Amaro e dolce – rivela Milena -. Un lettore, un tuo collega, mi ha fatto notare che Stefano sputa l’arancio perché gli uomini non erano pronti al nuovo, alla nuova donna. Io non l’avevo pensato, ma ci sta. È quello che Umberto Eco chiama il paradigma del testo: il libro, a un certo punto, non è più tuo. È del lettore».

Come l’arancio amaro è un romanzo che attraversa il tempo e le vite femminili senza alzare la voce, ma lasciando tracce profonde. Racconta il Sud senza indulgenza, restituendo dignità a corpi e scelte, andando oltre la superficie, cercando l’origine delle emozioni e affidandosi a una memoria che non è solo ricordo ma materia viva. E come l’arancio amaro, il romanzo di Milena Palminteri lascia in bocca un sapore complesso: di certo non accomodante, ma autentico. Proprio come le donne che racconta. Proprio come la sua terra.

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