“Minchia Signor Tenente” emoziona Reggio tra comicità e legalità

Applausi a scena aperta per Antonio Grosso e i suoi compagni d'avventura ieri sera al Cilea, per l'ultimo appuntamento della stagione dell'Officina dell'Arte, con la commedia "Minchia Signor Tenente"

Minchia Signor Tenente

C’è un momento, durante “Minchia Signor Tenente, in cui il pubblico ride di gusto e subito dopo si ritrova in silenzio, quasi spiazzato dalla profondità di una battuta appena ascoltata. È lì che Antonio Grosso dimostra tutta la forza della sua scrittura: riuscire a trasformare una commedia brillante in un racconto umano capace di lasciare un segno.

Al Teatro “Francesco Cilea” di Reggio Calabria, la stagione dell’Officina dell’Arte di Peppe Piromalli si è chiusa con uno degli spettacoli più intensi e partecipati dell’intero cartellone. Una chiusura perfetta, affidata ad una pièce che diverte senza mai essere superficiale e che affronta temi delicati con eleganza, ironia e grande rispetto.

Ambientata nella Sicilia del 1992, alla vigilia delle stragi mafiose che avrebbero cambiato per sempre il volto del Paese, la commedia di Grosso evita ogni retorica e sceglie la strada più difficile: raccontare il peso della paura, della divisa e della quotidianità attraverso il linguaggio della comicità. Una comicità mai gratuita, ma costruita su dialoghi rapidi, caratteri ben definiti e situazioni che alternano leggerezza e malinconia.

Il merito maggiore dello spettacolo è probabilmente proprio questo equilibrio. L’attore Grosso scrive e interpreta senza cercare effetti facili. Il suo maresciallo è autentico, umano, imperfetto. E attorno a lui si muove un cast affiatato, capace di dare ritmo alla scena e di costruire un’intesa evidente anche agli occhi del pubblico. Gli attori si cercano, si sostengono, giocano sui tempi teatrali con naturalezza e restituiscono quella dimensione corale che rende credibile ogni passaggio emotivo.

Si ride molto al Cilea, ma si riflette altrettanto. Perché “Minchia Signor Tenente” parla sì di mafia, ma soprattutto di uomini. Uomini comuni, spesso invisibili, che hanno servito lo Stato lontano dai riflettori. Grosso li racconta senza eroismi forzati, preferendo la fragilità alla retorica. È questa scelta a rendere la commedia così vicina al pubblico.

Non sorprende allora che, al termine dello spettacolo, il Teatro Cilea abbia tributato lunghi applausi all’intera compagnia. Un applauso sentito, caldo, quasi riconoscente. Molti spettatori sono rimasti seduti anche dopo il sipario finale, come se volessero trattenere ancora per qualche istante quelle emozioni sospese tra sorriso e memoria.

E il messaggio lasciato da Antonio Grosso in riva allo Stretto è arrivato forte e chiaro: il teatro può ancora essere uno strumento civile, popolare e necessario. Può far ridere parlando di legalità, può raccontare Falcone e Borsellino senza trasformarli in icone lontane, può soprattutto parlare ai giovani con un linguaggio semplice ma mai banale.

La stagione del direttore artistico Peppe Piromalli si chiude così, con uno spettacolo che conferma quanto il teatro, quando riesce ad intrecciare intrattenimento e coscienza, continui ad avere una forza straordinaria. Minchia Signor Tenente quella forza la possiede tutta. 

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