Nchianu a Gozza, il ritorno alle radici di Mimmo Cavallaro

Da domani su tutte le piattaforme il nuovo brano di Mimmo Cavallaro: il cantante racconta a CULT il suo viaggio tra memoria, radici e spopolamento

Nchianu a Gozza Cavallaro

A volte il tempo non passa davvero ma vive nei luoghi, nei suoni, nei ricordi. È in questa dimensione sospesa che nasce “Nchianu a Gozza”, il nuovo brano di Mimmo Cavallaro disponibile su tutte le piattaforme digitali a partire da domani 1° maggio.

Fin dalle prime note, la canzone si presenta come un viaggio emotivo profondo, capace di intrecciare passato e presente in una narrazione autentica e intensa. Non è solo musica: è un ritorno, un richiamo, una necessità.

Gozza, simbolo di una Calabria che resiste

“Nchianu a Gozza” affonda le sue radici in un luogo preciso: Gozza, una delle diciotto contrade del comune di Caulonia, nell’entroterra a ridosso delle serre calabre.

Come racconta lo stesso Cavallaro a CULT: “Gozza è una delle diciotto contrade del comune di Caulonia, una zona molto interna del territorio”.

Un luogo che oggi porta i segni evidenti dello spopolamento, diventando simbolo di una realtà che riguarda molte aree del Sud Italia. Gozza, infatti, è ormai disabitata: “È un luogo dove sono cresciuto, pieno di ricordi e di storie. Oggi, però, è completamente spopolato, non c’è più nessuno”.

Eppure, non è un luogo abbandonato nel cuore dell’artista: “Ci torno appena posso, almeno una volta a settimana. Abbiamo ancora la nostra casa lì e cerco di mantenerla, di non lasciarla andare”.

Metafora di un ritorno

Il brano si muove tra due poli emotivi: da un lato la nostalgia, dall’altro un senso profondo di appartenenza. “Nchianu a Gozza” – che in dialetto significa “salgo a Gozza” – diventa metafora di un ritorno, non solo fisico ma soprattutto interiore. 

“È un ritorno fatto di ricordi, del bisogno di respirare quell’aria, di sentire ancora i suoni e le emozioni di quel luogo” conferma infatti il cantautore.

Le immagini evocate sono vivide: “Ricordo mio nonno che suonava la zampogna – spiega – ma anche le feste, il lavoro nei campi, i giochi nelle fiumare, i suoni della natura. È un viaggio emozionale che mi riporta indietro nel tempo, dove i ricordi sono ancora vivi”.

Un messaggio universale di pace

Se da un lato il brano guarda al passato, dall’altro si apre con forza al presente. Nel brano emerge, infatti, una riflessione sull’attualità: “C’è un passaggio che ci riporta a oggi, a un mondo che ha bisogno di pace e non di guerre. È come un ritorno alla realtà, che ci costringe a fare i conti con il presente”.

Il messaggio si allarga così oltre il contesto geografico, diventando universale: un invito a recuperare valori autentici, legati alla memoria, alla comunità e alla semplicità.

Sonorità tra tradizione e contemporaneità

Dal punto di vista musicale, Cavallaro resta fedele alla sua identità artistica, intrecciando sonorità tradizionali e arrangiamenti moderni.

“Ho mantenuto i suoni della mia band e quelli del territorio: la zampogna, la chitarra classica, le percussioni, i tamburi, il basso elettrico e la batteria”.

Un equilibrio che restituisce autenticità al brano, senza rinunciare a una dimensione contemporanea.

“Nchianu a Gozza” nasce come singolo e, almeno per ora, resta un progetto autonomo: “Al momento è solo questo brano, poi vedremo se farà parte di un album”.

È previsto anche un videoclip, che arriverà successivamente: “Prima voglio far ascoltare il brano, poi arriverà il video. Due momenti distinti”.

Un canto che resta

Oltre alla memoria, nel brano vive anche una speranza: quella di vedere luoghi come Gozza tornare a vivere.

“È anche un augurio: che questi posti possano rinascere davvero, con il ritorno delle persone e delle tradizioni”.

Un desiderio che attraversa la musica e si fa voce collettiva.

Con “Nchianu a Gozza”, Mimmo Cavallaro firma un lavoro intenso e profondamente umano. Un brano che non si limita a raccontare un luogo, ma restituisce dignità a una storia, a una comunità, a un’identità. Gozza diventa il simbolo di qualcosa che non si perde, il legame con le proprie radici. Un legame che, persino nel silenzio dell’abbandono, continua a cantare.

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