Nicola Piovani a Reggio Calabria: “Dal passato la via per il futuro”
Il premio Oscar Nicola Piovani intervistato da CULT in occasione del concerto-spettacolo di ieri sera dedicato al 54° anniversario dei Bronzi di Riace a Reggio Calabria: tra cinema, musica e rapporto tra passato, presente e futuro
I Bronzi di Riace alle spalle, con la scelta che ricade, come ci aspettavamo, su quello di “sinistra” tra battute ironiche e risate. Una piazza De Nava pronta ad accogliere la sua musica al centro di una serata costruita come un dialogo. È così che è cominciato l’incontro di CULT con il maestro Nicola Piovani, ieri sera a Reggio Calabria per il concerto-spettacolo “Note a margine”, organizzato dal Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria con la direzione artistica e generale dell’Accademia Senocrito, in occasione del 54° anniversario del ritrovamento dei Bronzi di Riace.
Sul palco, insieme al premio Oscar, Marco Loddo, Marina Cesari e Vittorino Naso, mentre sulla facciata di Palazzo Piacentini sono state proiettate le immagini e i disegni realizzati da Milo Manara. “Note a margine” è stato un vero racconto in musica: Piovani ha alternato i brani a ricordi, aneddoti e riflessioni, passando dal cinema alla mitologia greca, da Federico Fellini a Narciso, dialogando continuamente con il foltissimo pubblico.
La serata ha chiuso il “Mese dei Bronzi di Riace”, iniziativa ricordata in apertura anche dal direttore del MArRC, Fabrizio Sudano.
E poi, nel corso della serata “Il pianino delle meraviglie”, “Il volo di Icaro”, “Partenope”, l’attesissima “La vita è bella”, insieme ai racconti sui personaggi incontrati in 40 anni di carriera, sulla forza ancora attualissima del mito, alle battute sferzanti sull’attualità, sulla classe dirigente, sul nostro tempo, sulla musica, sulla vita. Delle “note a margine”, appunto, come si fa con i libri. Ed è la prima cosa che abbiamo chiesto al maestro.
«Note a margine» è un titolo originale per un concerto, che richiama le note sulle pagine di un libro. Il libro della vita?
«Note a margine è un titolo che potrebbe rendere l’idea di quello che voglio fare con questo spettacolo: sono dei dialoghi con il pubblico. Io dico delle parole che illustrano le musiche che poi andiamo a suonare. Ma non sono parole profonde, non sono parole esaustive, critiche. Sono degli appunti, proprio come le note che si fanno quando si legge un libro con la matita in mano. Io lo faccio spesso e anche adesso, con il Kindle, ho imparato a farlo. Sono aneddoti, racconti, memorie di come è nata una musica, del perché è nata in un modo anziché in un altro. Possono magari fare luce a uno spettatore nell’ascoltarla. Naturalmente è tutto soggettivo: un brano funzionerà in un modo per qualcuno, in un modo diverso per qualcun altro.
È una formula nata da una commissione del Festival di Cannes del 2005. Allora ero al pianoforte solo. Quando l’ho ripresa in Italia ho chiamato tre fenomeni del contrabbasso, sassofono e batteria, che mi accompagnano e con i quali giriamo da un po’ di tempo e continueremo a girare ancora, anche perché è una scaletta abbastanza elastica che riusciamo a modificare, a modulare a seconda della situazione».
Come nasce la collaborazione con Milo Manara?
«Milo Manara è un grande artista e anche un amico. Quando gli ho detto che facevo questo concerto e che avrei voluto usare alcune tavole che lui aveva disegnato per i film, “La voce della luna”, “L’intervista”, mi ha detto: “Ma fai anche delle altre musiche che non vengono dal cinema?”. E mi ha regalato dei disegni fatti apposta. Io gli mandavo la descrizione di un brano intitolato “Il pianino delle meraviglie” e lui mi mandava una bellissima tavola, che poi adesso è il manifesto di tutto lo spettacolo, dove c’è un pianista che suona sotto uno schermo».
Come si sente a suonare in un luogo così carico di storia e memoria, con alle spalle questi guerrieri?
«Alle spalle abbiamo il passato, la grandiosità di un passato che conosciamo attraverso reperti. Ce lo teniamo alle spalle, che sia ben presente. Perché conoscere bene il passato serve anche a progettare il presente, a viverlo e a capirlo e magari a riuscire a ipotizzare un’idea di futuro per i nostri figli un po’ diversa dai rischi che stiamo correndo. Speriamo di evitare i rischi. Stiamo camminando sul filo di un baratro. Spero che imboccheremo la via che imboccammo nel ’45, ’46, ’47, dopo gli orrori del nazifascismo, dopo gli orrori di Nagasaki, di Hiroshima. Dopo quegli orrori, sembrava che il pianeta avesse fatto una riflessione, almeno una parte del pianeta, e che avessimo cambiato direzione.
Improvvisamente, due o tre anni fa, è cambiato il racconto, è cambiato il codice, quindi non si può mai stare tranquilli. Bisogna frenare, bisogna bloccare questa deriva».
Se dovesse comporre una colonna sonora dedicata ai Bronzi, con quale linguaggio trasformerebbe in musica la loro bellezza?
«È molto difficile pensare una musica per i Bronzi di Riace, perché in genere la musica non racconta il fatto, non racconta il visibile. La musica tende a raccontare l’emozione, l’intimo di una realtà, di una persona.
Come quando in un film c’è un grande primo piano e si entra con la musica: quella musica cerca di andare dentro, all’animo che c’è dietro. Proverei ad andare dentro l’animo di questi due bronzi così eroici, così sicuri di sé, così compatti, così geometrici. Sarebbe bello riuscire a frugare anche nelle loro debolezze, nelle loro emozioni. Oggi diremmo, ma non prendetemi per ideologo, la parte femminile dei Bronzi di Riace. Anche loro ce l’avranno avuta, nonostante tutta questa virilità. Per capire proprio la differenza che c’è fra l’eroe vero e Vannacci».
Una chiusura pungente e sagace proseguita anche sul palco, con il racconto di aneddoti divertenti, con un viaggio nel territorio del mito, dell’attualità, della deriva del nostro tempo, della musica come esperienza condivisa.
Prima di congedarsi, dopo aver presentato i suoi musicisti, il maestro ha ripreso con ironia quella vecchia sentenza secondo cui ciò che non passa dalla televisione non esisterebbe. E l’ha rovesciata guardando la piazza colma davanti a sé: «Noi questa sera qui non siamo esistiti e io sono felicissimo di quest’ora e mezza di inesistenza che ho passato insieme a voi qui a Reggio Calabria. Grazie».
Una frase che, alla fine di una serata costruita interamente sul rapporto “dal vivo” tra musica, artista e pubblico, suona come la più bella delle contraddizioni.