Non la fine, ma l’inizio: Kento racconta Reggio oltre i confini
Al Cineteatro Metropolitano Kento ieri sera ha portato in scena “Non la fine”: narrazione civile e rap per ribaltare lo sguardo su Reggio Calabria, nella rassegna della Fondazione Tripodi
C’è una città che esiste sulle mappe e un’altra che vive nelle storie. Ieri sera, 19 dicembre, al Cineteatro Metropolitano, Kento ha preso per mano il pubblico e lo ha accompagnato in un viaggio che non è stato uno spettacolo su Reggio Calabria, ma un attraversamento: di luoghi, di ferite, di bellezza e conflitto. “Tutto il bello bellissimo e tutto il brutto bruttissimo”, come una dicotomia che non concede mezze misure, ha attraversato “Non la fine”, terzo appuntamento della rassegna “Oltre i confini: voci di resistenza e speranza, storie di lotta e solidarietà”, promossa dalla Fondazione Girolamo Tripodi.
La rassegna Oltre i confini: una sfida culturale
La seconda edizione della rassegna segna per la Fondazione Tripodi un ulteriore passo in avanti nella costruzione di una proposta culturale diffusa, capace di coinvolgere Reggio Calabria e Polistena.
Un progetto che intreccia teatro, musica e impegno civile, dando spazio a narrazioni che parlano di resistenza, giustizia, solidarietà e memoria. «È una rassegna che ha un forte contenuto civile e sociale – ha spiegato a Cult Michelangelo Tripodi, presidente della Fondazione – e questo spettacolo si inserisce perfettamente nel percorso che abbiamo costruito».
“Non la fine”: teatro di narrazione e rap dal vivo
Lo spettacolo di Kento, teatro di narrazione con musica dal vivo, è stato un’anteprima assoluta, pensata e costruita proprio per quest’occasione.
“Non la fine” unisce racconto civile e rap, senza mai separare parola e musica: i brani eseguiti dal vivo non interrompono la narrazione, ma ne sono parte integrante, ne amplificano il ritmo emotivo e la forza collettiva.
Non è un monologo su una città, ma una riflessione più ampia sul Sud, sul Mediterraneo, sull’appartenenza, sull’andare via e sul restare. Una dichiarazione d’amore che non nasconde il conflitto bensì lo racconta per riportare uno sguardo vero, reale e agire insieme per superarlo ed imparare ad amare Reggio, “perché il vero amore – come diceva Paolo Borsellino – consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”.
Reggio Calabria: ribaltare le mappe, cambiare lo sguardo
Il cuore dello spettacolo sta in un’idea tanto semplice quanto radicale: Reggio Calabria non è la fine dell’Italia, è l’inizio. Kento lo dice chiaramente fin dalle prime parole, invitando il pubblico a rovesciare le prospettive e le mappe mentali. Come nelle antiche carte arabe, con il sud in alto,Reggio diventa punto di partenza e non margine. «Mettere Reggio in cima all’Italia – spiega l’artista – serve a mostrare che qui c’è un compendio di tutto il bello bellissimo e di tutto il brutto bruttissimo che attraversa questa terra».
Il viaggio: mare, memoria e conflitto
Così inizia il viaggio di uno spettacolo che è un racconto che attraversa i paesaggi ionici, i paesini dove si parla ancora un greco antico, le chiesette rupestri, la Cattolica di Stilo, il mare che custodisce i Bronzi di Riace. Ma sotto quel mare, Kento porta alla luce anche ciò che non si vuole vedere: il relitto della motonave Laura C, con il suo carico di esplosivo, il tritolo che – secondo numerose testimonianze e inchieste – avrebbe alimentato trame criminali e stragi che hanno segnato la storia italiana, come quelle, appunto, di Falcone e Borsellino. È qui che la dicotomia si fa netta: il reperto artistico e l’esplosivo, la bellezza e la violenza, senza zone grigie.
Dallo Stretto ai conflitti irrisolti
Il viaggio risale verso lo Stretto, tra mito e storia: Scilla e Cariddi, Omero, il Ponte come progetto eterno e (fortunatamente) mai realizzato. Kento rievoca la manifestazione No ponte del 19 dicembre 2009, la morte di Franco Nisticò, il silenzio improvviso che cala su una piazza, una ferita che resta aperta. Una pagina di conflitto civile che si intreccia con le canzoni, tra cui “Tutto e subito”, urlata come richiesta di giustizia.
Reggio, ricorda l’artista, non è periferia ma centro esatto del Mediterraneo, più vicina a Ramallah che a Londra. E questa vicinanza è geografica, culturale, umana. Un genius loci mediterraneo, spesso sottovalutato, nato da secoli di migrazioni, scambi e contaminazioni.
Una città spezzata, ma viva
La narrazione attraversa terremoti, bombardamenti, emigrazione, stragi, fascicoli scomparsi, come quello dei Cinque anarchici della Baracca, luoghi feriti e ricostruiti. Il “boia chi molla”, le barricate. Reggio, Rhegion, come città “spezzata”, nel nome e nella storia. “Mai nome fu più azzeccato” dice il rapper attivista.
Eppure, proprio nel conflitto, Kento individua la necessità della lotta culturale, dell’impegno quotidiano, del non arrendersi all’idea di marginalità come destino.
«Amare un luogo non significa idealizzarlo – racconta – ma avere il coraggio di guardarlo per quello che è, per poterlo cambiare».
Le parole di Tripodi
Per il presidente Michelangelo Tripodi, lo spettacolo rappresenta pienamente lo spirito della rassegna: «“Non la fine” è un cambio di prospettiva. Il Sud non è dove finisce tutto, ma dove tutto comincia. È un messaggio di riscatto, di impegno e di valori che vogliamo continuare a portare avanti anche con questa rassegna».
I prossimi appuntamenti della rassegna
“Oltre i confini” proseguirà nei prossimi mesi con altri appuntamenti. Il 22 gennaio, sempre al Cineteatro Metropolitano: Angelo D’Orsi con “Un Gramsci mai visto”, accompagnato dalle musiche dei Mattanza di Reggio Calabria. Poi uno spettacolo sulla Palestina con Nino Racco e infine la conclusione a maggio,con Dario Vergassola, con un lavoro dedicato a inquinamento e cambiamenti climatici.
Otto appuntamenti complessivi, all’insegna dell’impegno civile e culturale.
Non la fine, davvero
“Non la fine” si chiude con la voce di Ettore Pensabene, con i versi in dialetto della “Ninna nanna della notte infama” recitati da Kento. Nessuna traduzione, solo il suono e la memoria. E, sullo sfondo sempre Reggio Calabria, sospesa tra tutto il bello bellissimo e il brutto bruttissimo che la caratterizzano, come il famoso “non finito calabrese”.
E forse proprio per questo, come suggerisce Kento, vale la pena continuare a raccontarla, a difenderla, a immaginarla. Perché non è la fine. È, ancora una volta, un inizio.