Notre Dame de Paris: un amore che non si consuma

Notre Dame de Paris, lo spettacolo di Riccardo Cocciante è tornato sullo Stretto per il tour del 25° anniversario: sold out ed emozioni al PalaCalafiore

Notre Dame de Paris

Venerdì sera, a Reggio Calabria, il tempo ha fatto una strana torsione.

Non solo sul palco, dove da oltre vent’anni si rinnova il miracolo teatrale di Notre Dame de Paris, ma anche dentro chi, come me, quella storia non l’ha semplicemente vista: l’ha attraversata.

Era circa la decima volta che assistevo allo spettacolo dal vivo, eppure, appena si sono abbassate le luci, ho avuto la sensazione precisa di tornare al 2003, alla mia prima volta davanti alla possanza di quella mitica cattedrale francese che ha ispirato il meraviglioso romanzo di Victor Hugo.

Quella prima volta fu uno shock emotivo. Rimasi letteralmente folgorata. Non solo dalla splendida musica di Riccardo Cocciante, non solo dalla potenza dei testi di Luc Plamondon, ma dall’insieme: le luci, i corpi, il dolore, l’amore, la disperazione, la bellezza. E poi i ballerini e gli acrobati, capaci di trasformare la scena in una materia viva, fisica, pulsante. Ogni movimento sembrava scolpire lo spazio, ogni salto, ogni presa, ogni corpo sospeso contribuiva a rendere la cattedrale non soltanto un luogo, ma un organismo emotivo.

Notre Dame de Paris non sembrava uno spettacolo. Sembrava una ferita aperta che cantava.

Da quella sera iniziò qualcosa che oggi sarebbe difficile spiegare a chi non ha vissuto i primi anni del nuovo secolo.

Prima dei social, prima dei gruppi WhatsApp, esistevano comunità di appassionati che si riconoscevano attraverso nickname, file audio scaricati male, fotografie sfocate e lunghe discussioni sui forum. E macinavano chilometri pur di vedere ancora un’altra replica.

Roma, Milano, Messina, Bologna. Ogni volta che una nuova data veniva annunciata, ci si preparava come per un pellegrinaggio. I forum si animavano, si organizzavano gli spostamenti, si poteva perfino sentire l’adrenalina attraverso lo schermo.

Ma soprattutto, ogni replica iniziava con un rito collettivo: la lettura del cast.

Con il moltiplicarsi degli spettacoli, le repliche ravvicinate e i lunghi tour che coprivano mesi, la produzione iniziò inevitabilmente ad avvicendare gli interpreti principali con dei sostituti. Una scelta comprensibile, per uno spettacolo fisicamente e vocalmente massacrante. Eppure noi fans vivevamo quei minuti con l’ansia di un esame universitario.

Quando “la voce” iniziava a leggere i nomi del cast, succedeva qualcosa di bellissimo.

“C’è Matteo!”. “C’è Vittorio!”. “C’è Giò!”. “C’è Graziano!”.

E la platea esplodeva ad ogni nome del cast originale.

Non era cattiveria verso chi li sostituiva. Era il culto, quasi sacro, per gli originali, per coloro che avevano incarnato quei ruoli al debutto italiano, che li avevano creati, rifiniti, indossati fino a farli sembrare inseparabili da sé. Era il sollievo di ritrovare persone che, in qualche modo, erano diventate parte della nostra vita emotiva. Le loro voci non interpretavano soltanto personaggi: ne custodivano il tono, le inflessioni, le espressioni. Per noi erano l’incarnazione di figure uscite fuori da uno dei romanzi più struggenti della letteratura.

Venerdì sera, dopo oltre vent’anni dal primo innamoramento, quei ricordi sono riaffiorati tutti insieme.

Ed è forse questa la vera ragione del successo immortale di Notre Dame de Paris.

Perché non è soltanto un musical.

Notre Dame de Paris racconta una storia che è universale e irrinunciabile: l’amore nel luogo sbagliato, il desiderio dove non dovrebbe esserci, la bellezza che convive con il mostro, il sacrificio come unica forma possibile di redenzione. È un’opera che ha avuto il coraggio di restare tragica in un’epoca che pretende continuamente leggerezza. Non consola. Non addolcisce. Non salva nessuno. Racconta esseri umani divorati dal desiderio, dalla diversità, dall’ossessione, dalla paura del rifiuto.

E lo fa attraverso archetipi eterni.

Quasimodo è il simbolo universale di chi teme di non essere amabile.

Esmeralda rappresenta la libertà che il mondo cerca sempre di controllare.

Frollo è il conflitto devastante tra desiderio e repressione.

Gringoire osserva tutto con la malinconia di chi sa che la storia dell’umanità cambia tecnologia, ma non la sua natura.

E poi c’è la musica.

Brani come Il tempo delle cattedrali, Clandestini, Bella o Parlami di Firenze non appartengono più soltanto allo spettacolo. Sono diventati memoria collettiva. Hanno attraversato generazioni. E continuano a funzionare perché non inseguono mode: parlano direttamente a qualcosa di antico, profondo, immediatamente riconoscibile.

Poi c’è la scenografia: quei muri di Notre Dame che si stagliano imponenti, la cattedrale che diventa personaggio essa stessa, l’architettura gotica che parla al nostro senso del sacro anche quando non siamo credenti.

E ci sono i corpi. Quelli dei ballerini e degli acrobati, che rendono visibile ciò che la musica suggerisce: la vertigine, la caduta, il desiderio, la condanna, la libertà. In Notre Dame de Paris la danza non accompagna semplicemente la narrazione. La amplifica. La spinge oltre la parola. La rende fisica.

Forse il segreto è tutto qui.

Notre Dame de Paris resiste perché non cerca di essere contemporaneo. È umano. E ciò che è profondamente umano non invecchia.

Venerdì sera me ne sono accorta guardando il pubblico. C’erano persone che lo vedevano per la prima volta e altre che, come me, erano tornate a rivivere quelle emozioni. Alcuni, come me, conoscevano ogni singola nota. Altri scoprivano tutto in quell’istante. Ma alla fine avevamo tutti la stessa espressione: quella di chi, per due ore e mezzo, è stato trascinato fuori dal presente.

L’incantesimo funziona ancora.

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