O fìlo, l’amico: un viaggio dell’anima tra Bova e cinema
Un docufilm girato a Bova, tra silenzi, poesia e umanità: O fìlo – L’amico di Paolo Andrea Calì racconta Saverio Casile e l’anima profonda della Calabria grecanica, premiata fino in India
Alcuni film nascono da una sceneggiatura, altri da un incontro. O fìlo – L’amico fa parte della seconda categoria: è un’opera che prende forma lentamente, un cammino umano prima che artistico. Un film che nasce quasi per caso, in un pomeriggio d’inverno a Bova, nel cuore dell’area grecanica dell’Aspromonte, e che oggi arriva fino in India, dove poche settimane fa ha vinto il premio per il miglior documentario all’Athvikvaruni International Film Festival.
Il regista è Paolo Andrea Calì, romano, classe 1982, con una carriera da economista e una vocazione cinematografica maturata attraversando Sud, isole e identità. Il protagonista è Saverio Casile, classe 1966, boscaiolo, artigiano falegname, scrittore per necessità interiore, uomo di Bova. In mezzo, c’è la Calabria: non come sfondo folkloristico, ma come presenza viva, spirituale.
Paolo Andrea Calì: dal Nord funzionale al Sud interiore
Paolo Andrea Calì non è calabrese. È romano, figlio di siciliani etnei, cresciuto tra Roma e Milano, formatosi alla Bocconi e poi in Spagna, prima di lasciare una carriera nella revisione e consulenza aziendale per seguire il cinema alla RUFA di Roma. Si occupa di regia e sceneggiatura, con una ricerca su tematiche esistenziali, individuali e relazionali, esplorate attraverso un linguaggio essenziale ed evocativo. Tra i suoi lavori: Necessità (2021, cortometraggio), UMMI (2022, film di finzione), Motherland-Land of Mother (2024, documentario autobiografico).
Il suo legame con il Sud non è mai stato estetico o nostalgico: è stato, piuttosto, una scoperta quasi inevitabile.
«Io non ho mai vissuto il Sud come un ritorno romantico alle origini. C’è stato sempre un grande rispetto, un grande orgoglio ma non un legame. Sai la retorica del Nord funzionale, un’immagine stereotipata del Meridione, un po’ da cartolina», racconta. «Ma poi la Sicilia è diventata la terra natìa della mia seconda vita, il luogo in cui ho riscoperto un legame atavico, profondo, che non avevo mai davvero conosciuto prima». Un’identità, come gli ricordava suo padre, perchè: «Noi non siamo europei, siamo mediterranei».
Dalla Sicilia alla Spagna, poi di nuovo a Roma, Calì comincia a guardare il Sud con occhi diversi. Ricorda un’esperienza liceale decisiva: la vittoria di un concorso legato al Premio David di Donatello, che lo portò a Venezia come giurato della giuria giovane. Era il 2001, l’anno de I cento passi, Placido Rizzotto, Malèna di Tornatore. «Mi accorsi che c’era un filo che univa quei film: il riscatto del Sud».
L’approdo in Calabria e la scoperta di Bova
La Calabria arriva per caso, come spesso accade con le cose decisive. Un viaggio solitario, una delusione professionale, un lunedì d’inverno a Reggio Calabria, il Museo Archeologico chiuso. «Decisi di salire a Bova, spinto dalla curiosità per le minoranze linguistiche». La strada lunga, i tornanti, il paese in silenzio. Poi una porta aperta, un’enoteca, il fratello di Saverio che lo fa sedere, il cibo offerto senza chiedere nulla in cambio. «Mangia, siediti, arriva il bergamotto». Un’accoglienza come da stereotipo calabrese e che invece è realtà. E soprattutto, quei sapori: «Ho ritrovato la Sicilia della mia infanzia, quella che il turismo ha in parte cancellato altrove».
È lì che Calì incontra Saverio Casile. Parlano di viaggi, di Sardegna, di spiritualità, di vita. Saverio gli mostra il suo libro: L’albero. «Non lo avevo ancora letto, ma lui mi ha colpito sin da subito. La sua non è una saggezza esibita, è una saggezza attraversata dal dolore, di chi ha conosciuto il dolore e gli ha dato un significato».
Saverio Casile: la scrittura come cammino umano
Saverio Casile ha vissuto oltre vent’anni a Reggio Calabria, un periodo in Svizzera, e oggi vive a Bova, il paese delle sue radici. Fa il boscaiolo, lavora il legno, osserva la natura. L’albero, pubblicato nel 2023 (menzione speciale al premio letterario Egidio Chiarella per la saggistica), nasce così, quasi senza intenzione, dopo il romanzo “Marco e Anna” del 2020: «Mi chiedevo cosa pensasse un albero mentre lavoravo nel bosco. Ho cominciato a scrivere per me stesso».
Il libro è un poema: una grande quercia parla a un albero più giovane. Insieme riflettono sulla vita, sulla storia dell’umanità, sulla condizione umana. «È una metafora delle mie esperienze», spiega Saverio. «Non dà risposte, pone domande. Invita l’essere umano a fermarsi e a guardarsi dentro».
Calì riconosce in quelle pagine una poeticità naturale, mai ostentata. «Le parole, accostate, evocano qualcosa che chi legge o ascolta riconosce, anche se non sa definirlo. È questo che fa la poesia».
Da qui nasce l’idea: trasporre quella voce letteraria, la poetica del libro, nel linguaggio del cinema.
Un documentario intimo, tra realtà e poesia
O fìlo – L’amico è un lungometraggio documentario, un docufilm come si dice oggi, costruito su Saverio, non sul libro. Calì rifiuta una narrazione biografica lineare e anche l’idea di una troupe. Fa tutto da solo: regia, camera, audio, montaggio, sottotitoli, traduzione. Un lavoro durato due anni, fatto di viaggi continui tra Sicilia e Calabria, attraversando lo Stretto «come due sponde della stessa città».
Nel film è Saverio a leggere brani del suo libro, con la sua voce, le sue inflessioni, persino gli errori volutamente lasciati. «Volevo che le emozioni vibrassero nella sua voce». Il racconto procede per “stagioni”. Non spiega ma evoca.
Bova non è una presenza secondaria ma protagonista: l’Aspromonte, i volti segnati dal tempo, la lingua grecanica che resiste nei pochi anziani, i verbi greci che scandiscono i capitoli del film, una comunità che vive d’estate e si svuota d’inverno, segnata dall’emigrazione ma ancora capace di fiducia autentica.
La maschera, il dolore e la verità dell’essere
Uno dei temi centrali del film è quello della “maschera”. Il rischio di perdersi nei gruppi, di smarrire se stessi. «La maschera è quando smettiamo di essere noi per essere accettati». Il film non giudica, non assolve, non condanna. Lascia spazio allo spettatore.
«Lancia il messaggio che ognuno di noi deve smettere di indossare la maschera perché ormai siamo abituati ad ingannare anche noi stessi. Tendiamo a mascherarci di fronte al resto del mondo perché il sistema ci vuole così, per essere apprezzati. Ma ci dimentichiamo chi siamo» spiega Saverio Casile.
Il dolore attraversa la sua storia senza cercare riscatto né spettacolarizzazione. «È un dolore che non si giustifica ma a cui viene dato un senso», rincara Calì. «Personale, denso, non trasferibile». È questo che rende universale la sua esperienza.
Un film che parla al mondo
Dopo la prima proiezione a Bova, quest’estate, fortemente voluta da Saverio come gesto di restituzione alla comunità, O fìlo – L’amico ha iniziato il suo percorso nei festival. Una menzione speciale al Madonie Film Festival, la vittoria allo Scena Film Festival di Roma, fino al riconoscimento internazionale in India.
Nel 2026, all’Athvikvaruni International Film Festival, il film ha vinto il premio per il Best Documentary Feature Film. Un riconoscimento che va oltre i confini geografici. «Uno sguardo straniero riesce a cogliere il significato universale dell’esperienza umana», osserva Calì. «Liberato dagli stereotipi, vede l’essenziale».
«Se me l’avessero raccontato, non ci avrei creduto. Vuol dire – dice Saverio con semplicità – che abbiamo fatto qualcosa di buono».
La Calabria, un’isola nascosta
Girando il film, Calì arriva a una convinzione profonda: «La Calabria è un’isola nascosta, con un’anima antichissima. Per avvicinarla bisogna guadagnarsi la sua fiducia e imparare ad ascoltarla». Una terra spirituale nel senso più arcaico del termine, fatta di resistenza e silenzio.
Nelle parole di Leonida Repaci, che il regista fa sue: “Calabria significa categoria morale, prima che espressione geografica”. È questo che O fìlo – L’amico restituisce: un invito a fermarsi, a ritrovarsi, togliendo la maschera e ricordando, con la saggezza di Saverio che «non c’è benessere economico che possa sostituire la ricchezza umana. E che se un bambino ci sorride oggi e non abbiamo il tempo di ricambiare quel sorriso, abbiamo perso in partenza».
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