Opera dei Pupi: Orlando in scena al Castello Aragonese

Alla Primavera della Bellezza 2026, l’Opera dei Pupi di Vincenzo Papalia ieri pomeriggio ha riportato in scena Orlando tra tradizione, memoria e identità al Castello Aragonese - FOTO E VIDEO

Dopo la parentesi musicale in città, la Primavera della Bellezza AIParC 2026 è tornata ieri, lunedì 20 aprile, nel suo luogo simbolo: il Castello Aragonese. Alle ore 17:30, al III livello – Sala Pluriuso, è andata in scena l’Opera dei Pupi “Orlando”, di e con il maestro puparo Vincenzo Papalia.

Un appuntamento che ha restituito al pubblico una delle espressioni più autentiche del teatro popolare, capace di intrecciare racconto epico, artigianato e memoria collettiva. La figura di Orlando, sospesa tra mito e narrazione cavalleresca, si è trasformata in un ponte tra passato e presente, tra tradizione e riscoperta.

Il festival della rinascita e della bellezza

Ad aprire lo spettacolo, i saluti del presidente AIParC nazionale Salvatore Timpano, che ha inquadrato l’evento all’interno di un percorso culturale più ampio: “Questo progetto della Primavera della Bellezza ha già attraversato concerti, simposi, tappe museali e piazze. È un festival del risveglio: non solo quello della stagione, ma quello della rinascita continua. Come Persefone che torna dagli inferi e riporta la vita, così noi vogliamo far riconoscere la bellezza in tutte le sue forme”.

Un programma articolato, che attraversa arti visive, musica, poesia e tradizioni, culminando in una giornata dedicata a un patrimonio immateriale dell’umanità: il teatro dei pupi. 

Vincenzo Papalia e la sfida di un teatro “artigianale”

Protagonista della serata è stato il maestro puparo Vincenzo Papalia, che ha riportato in vita una tradizione profondamente radicata ma oggi quasi scomparsa nel territorio reggino.

“L’opera dei pupi ritorna dopo un anno a Reggio Calabria grazie all’AIParC e al presidente Salvatore Timpano. Fa parte di una tradizione reggina del dopoguerra che fino agli anni Sessanta aveva un rappresentante importante in Natale Meli, che proprio a pochi passi da qui, a Piazza Carmine, aveva il suo teatro”.

Papalia ha raccontato il suo percorso, nato dai ricordi familiari e trasformato in una sfida personale: “Da adulto mi sono chiesto se fossi in grado di gestire da solo tutto il processo che nei grandi teatri di Palermo e Catania coinvolge intere compagnie. Così ho costruito un teatrino pieno di marchingegni, progettato interamente da me, e ho dato vita ai pupi”.

Un lavoro che unisce ingegno e manualità: “All’inizio avevo solo tre pupi: Orlando, Rinaldo e il Saraceno. Per raccontare tutte le storie li ho trasformati, adattati, moltiplicati. A Orlando ho tolto i baffi ed è diventata Angelica. È un teatro che vive anche di artigianalità”.

Le radici letterarie e il valore culturale

Lo spettacolo affonda le sue radici nei grandi poemi della letteratura italiana: Orlando Furioso, Orlando Innamorato, Morgante. “Parliamo di storie fondamentali per la nostra letteratura. L’incipit dell’Ariosto – ‘Le donne, i cavalieri, l’arme, l’amore, l’audace impresa, io canto’ – racchiude tutto. Sono storie medievali, intrecciate, che non finiscono mai. L’opera dei pupi era la televisione di una volta”.

Papalia ha ricordato anche il riconoscimento UNESCO: “È stato il primo patrimonio immateriale inserito nel 2008, grazie all’impegno dei siciliani e a figure come Antonio Pasqualino, che salvò migliaia di marionette quando questi teatri stavano scomparendo”.

La storia di Orlando: amore, follia e redenzione

Al centro della rappresentazione, la vicenda di Orlando che perde il senno per amore di Angelica: “Orlando, valoroso condottiero, si innamora e si trova in una situazione che non riesce a gestire. Quando scopre che Angelica ha sposato Medoro, perde il senno. Sarà il cugino Astolfo a recuperarlo sulla luna”.

Una storia che contiene una morale universale: “Nessuno di noi può ritenersi davvero savio. Anche Astolfo scopre di aver perso il proprio senno. È una lezione importante: queste non sono solo storie per bambini, ma anche per adulti”.

Una tradizione da recuperare

Il maestro ha evidenziato come questa tradizione sia andata perduta in Calabria, a differenza della Sicilia dove è stata valorizzata anche in chiave turistica: “Io, con tutti i limiti, provo a recuperarla. Spero che le nuove generazioni e le istituzioni possano dare una mano per riportarla in auge”. E ancora: “Queste storie raccontavano la rivalsa di un popolo. In Sicilia, terra di conquiste, i paladini rappresentavano chi combatteva contro l’oppressore. Era anche una forma di risposta culturale”.

Lo spettacolo e il dialogo con il pubblico

Lo spettacolo, articolato in quattro atti, ha visto i paladini riuniti alla corte di Carlo Magno, impegnati nella ricerca di Orlando, partito per inseguire Angelica. Intrighi, battaglie e colpi di scena hanno animato la scena, riportando il pubblico alle atmosfere di un tempo.

Al termine, Papalia si è fermato a dialogare con bambini e adulti, rispondendo alle curiosità e raccontando i segreti di un’arte che vive nel rapporto diretto con il pubblico.

Un’eredità che guarda al futuro

La serata si è chiusa tra applausi e partecipazione, con la consapevolezza di aver assistito non solo a uno spettacolo, ma a un atto di memoria e resistenza culturale.

L’Opera dei Pupi, ieri come oggi, continua a raccontare l’uomo, le sue passioni e le sue fragilità. E proprio in questa capacità di parlare a tutte le generazioni risiede la sua forza: una tradizione antica che, grazie a interpreti come Vincenzo Papalia, prova ancora a trovare il suo posto nel presente. 

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