Pambieri e Triestino raccontano “I Promessi Sposi” a Catonateatro

Intervista a Giuseppe Pambieri e Paolo Triestino, protagonisti de “I Promessi Sposi” a Catonateatro. Dal lavoro di adattamento di Argirò ai ricordi scolastici, un viaggio tra fede, amore e attualità

pambieri Foto di Antonio Sollazzo

Un classico senza tempo che torna a rivivere sul palcoscenico. A Catonateatro, Giuseppe Pambieri e Paolo Triestino sono i protagonisti de “I Promessi Sposi”, una versione teatrale del capolavoro manzoniano che coniuga fedeltà all’opera originale e una sorprendente capacità di attualizzazione. Li abbiamo incontrati dietro le quinte, all’arena “Alberto Neri” (evento inserito nel cartellone artistico della Polis Cultura), tra memorie scolastiche e riflessioni sul valore eterno di questo romanzo.
Giuseppe Pambieri, col suo stile sobrio e rigoroso, interpreta una figura centrale nello spettacolo: lo stesso Alessandro Manzoni, guida e narratore del racconto.

“Siamo nella tradizione del romanzo, assolutamente. La sfida è stata ridurre un’opera così vasta – 800 pagine – in uno spettacolo teatrale senza snaturarla. E il nostro regista, Giuseppe Argirò, ha fatto un lavoro davvero notevole”.

Il pubblico ha risposto con entusiasmo, come racconta Pambieri ricordando le tappe precedenti dello spettacolo: “A Borgia e a Venezia è stato un successo enorme: due sold out, la gente impazzita. Tutti noi abbiamo un ricordo scolastico legato ai Promessi Sposi….’Quel ramo del lago di Como’, ‘Addio monti’… sono poesia pura”.

Nel gioco meta-teatrale ideato da Argirò, la figlia di Pambieri in scena è Giulietta, che si trasforma in Lucia, un espediente narrativo che aggiunge profondità emotiva allo spettacolo.

“È un’opera che contiene tutto: amore, storia, fede, conflitti interiori. Interpreto anche l’Innominato, nella famosa notte della conversione. È un momento fortissimo, umano e spirituale”.

Non manca una riflessione sul presente: “In un’epoca arrabbiata come questa, post-Covid, dove serpeggia un’insoddisfazione diffusa, I Promessi Sposi restano un messaggio di amore, di comprensione reciproca. È un invito a migliorarci”.

E sul ritorno a CatonaTeatro Pambieri è risoluto: “Era da tanto che non venivo. Ho dei bellissimi ricordi di questo teatro e rivederlo oggi, è stato davvero emozionante. Una realtà solida che merita un profondo rispetto”.

Per Paolo Triestino, la forza dello spettacolo non sta tanto nella messa in scena, quanto nell’universalità del testo di Manzoni.

“Il merito non è nostro. Il merito è di Manzoni. I Promessi Sposi risuonano dentro ognuno di noi. È un testo che ci appartiene, come parte dell’identità culturale italiana”.

L’attore ricorda con affetto il suo primo incontro con il romanzo: “Al liceo lessi ad alta voce un passaggio e cominciai a interpretarlo, senza pensarci. Mi venne da fare Griso, tutti ridevano. Non avrei mai immaginato che un giorno l’avrei portato in scena”.

Secondo Triestino, lo spettacolo teatrale diventa una sorta di rito collettivo: “È come un ricordo condiviso. Ognuno riconosce qualcosa: l’adolescenza, la scuola, un momento di vita. È un legame emotivo fortissimo. E quando questo accade, il teatro smette di essere solo spettacolo: diventa esperienza”.

E sul lavoro di adattamento: “Ridurre I Promessi Sposi è un’impresa, ma Argirò ha fatto un lavoro raffinato. E poi, ci vogliono anche gli attori. Non basta un bel testo, serve una compagnia che lo senta, che ci creda”.

Triestino si concede anche una battuta ironica: “Una volta vidi un Amleto che mi fece pensare: se un marziano fosse arrivato a teatro, avrebbe detto che Shakespeare era sopravvalutato! La regia e l’adattamento sono fondamentali e qui, abbiamo fatto centro”.

Infine, un accenno affettuoso al luogo che li ospita: “Catonateatro è un incanto. Io sono legatissimo a questo posto. Speriamo di portare anche qui quella magia che abbiamo già vissuto altrove”.

In questa versione teatrale de I Promessi Sposi”, c’è spazio per la fede, l’ironia, la nostalgia e la speranza. Pambieri e Triestino, con sensibilità e mestiere, guidano lo spettatore dentro una storia che, pur nata due secoli fa, ha ancora molto da dire al nostro presente.

Perché, come dice Pambieri, “è un grande insegnamento per i tempi di oggi”.

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