Patrizia Laquidara, una cantastorie contemporanea

Intervista a Patrizia Laquidara dopo il concerto al Cartoline After Club di Reggio Calabria: Florula, radici, musica e visioni tra poesia e identità

Patrizia Laquidara Foto di Marco Costantino

Siciliana di nascita e veneta d’adozione, Laquidara è un’artista che abita le soglie: tra Nord e Sud, tra musica e letteratura, tra tradizione e sperimentazione. Dall’esordio con Para você querido Caé (2001) alla consacrazione a Sanremo 2003 con Lividi e fiori (Premio Mia Martini e Premio Alex Baroni), fino a lavori come Indirizzo portoghese e Funambola (finalista alla Targa Tenco), il suo percorso è sempre stato coerente e libero. Targa Tenco nel 2011 per il miglior album in dialetto con Il canto dell’anguana, poi di nuovo finalista nel 2018, nel 2023 pubblica il suo primo romanzo “Ti ho vista ieri”, un viaggio nella memoria e nelle radici.

Quest’anno è di nuovo sul palco con “Florula”, un progetto che intreccia elettronica e materia viva, raccontando un ecosistema umano fragile e resistente.

Sabato sera, al Cartoline After Club di Reggio Calabria, la sua voce ha attraversato lo spazio come un racconto antico e necessario. Accompagnata da Edoardo Piccolo ai sintetizzatori e alla programmazione, da Daniele Santimone alla chitarra elettrica e al violão a sette corde e da Stefano Dallaporta al basso elettrico, Patrizia Laquidara ha costruito un paesaggio sonoro intenso, sospeso tra viscerale e poetico. Reclamata a gran voce, è tornata sul palco per un bis, parlando dello Stretto, della sua Sicilia e del suo Veneto.

Cult l’ha incontrata dopo il live per una lunga conversazione sulla sua musica e non solo.

Sei un’artista poliedrica che spazia tra musica, teatro, cinema e letteratura: la musica resta al centro o tutto ha lo stesso peso?

“Penso che sia proprio la musica la strada maestra. È da lì che parte tutto e a cui, in qualche modo, tutto ritorna. Però devo dire che quando ho scritto il libro, la scrittura mi è piaciuta tantissimo, proprio il processo in sé: stare lì, nel tempo lento della parola, costruire le frasi, lasciarle sedimentare. È stata davvero una delle esperienze più belle della mia vita. Eppure, anche lì, mi sono accorta che c’era sempre la voce. Molte persone, leggendo il romanzo, mi dicevano: ‘Sento la tua voce che racconta queste cose’. Questo mi ha colpito molto, perché significa che, al di là dei linguaggi, quello che mi attraversa è sempre la voce. È il mio modo di stare nel mondo, la mia identità più profonda”.

Da cosa nasce e cosa racconta il tuo romanzo Ti ho vista ieri?

“Nasce da un bisogno molto profondo di tornare a un’infanzia che è la mia, ma che in realtà diventa un pretesto. È un’infanzia che si muove tra Nord e Sud, tra Sicilia e Veneto, negli anni ’70 e ’80. Però non volevo semplicemente raccontare me stessa. Quella bambina è stata uno strumento per parlare di altro: della terra, dei paesaggi, ma soprattutto delle persone. Di quei personaggi che hanno fatto parte della mia vita e di un’Italia che oggi, in parte, sta scomparendo. Un’Italia più rurale, più antica, fatta di relazioni e di ritmi diversi.

Quindi sì, è autobiografico, ma non è un’autobiografia nel senso stretto. È piuttosto un modo per riportare alla luce un mondo, attraverso gli occhi di una bambina che osserva e assorbe tutto”.

Stasera hai portato sul palco Florula: cosa rappresenta questo titolo?

“Mi piace molto perché è una parola che ha un suono poetico, quasi musicale. Ma ha anche un significato preciso: è un termine della botanica che indica l’insieme dei vegetali presenti in un ecosistema molto piccolo, circoscritto, come un’isola o una montagna.

Questa immagine mi interessava molto perché nel disco c’è qualcosa di simile: un ecosistema umano fatto di esistenze piccole, fragili, ma anche molto resistenti. Persone, storie, relazioni che si intrecciano tra loro, come piante in uno spazio limitato.

Mi piaceva l’idea di raccontare questo microcosmo, dove ogni elemento è necessario all’altro”.

All’interno c’è “Nessuno deve restare di fuori” che hai definito cuore emotivo dell’album.

“Me ne sono resa conto solo dopo, lavorandoci. Questa canzone era uscita due anni fa con il titolo Ti ho vista ieri, come il libro. Poi, riarrangiandola completamente per questo disco, è emersa una frase che prima non avevo colto fino in fondo: ‘Nessuno deve restare di fuori’. Con il nuovo arrangiamento è venuta a galla in modo molto forte, quasi inevitabile. E ho capito che racchiudeva qualcosa di essenziale per me oggi. È una frase semplice, ma molto potente: parla di inclusione, ma anche di responsabilità. Viviamo in un tempo in cui vediamo interi popoli considerati sacrificabili, messi ai margini. E allora questa canzone diventa anche un rito, qualcosa che si ripete insieme, come un gesto necessario. Anche quel ‘mandiamolo lontano’ ha qualcosa di rituale. È un modo per esorcizzare, per prendere posizione”.

Siciliana di nascita e veneta d’adozione: quanto incidono queste due anime nella tua musica?

“Io credo che queste due anime siano molto presenti, soprattutto nella voce. Col passare del tempo si sono sempre più mescolate, fino a trovare un equilibrio. Non le vivo più come due poli opposti, ma come qualcosa che convive naturalmente dentro di me.

In Florula ci sono molte radici del Sud, ma allo stesso tempo ho fatto un disco completamente dedicato al Veneto, Il canto dell’anguana, scritto in dialetto dell’alto vicentino, che per me non era nemmeno una lingua ‘naturale’ all’inizio.

Credo che Nord e Sud emergano soprattutto nelle canzoni che hanno una dimensione più popolare. Sono due matrici che continuano a nutrirmi”.

Il tuo legame con il Brasile e la lingua portoghese è molto forte: da dove nasce?

“Non l’ho mai capito fino in fondo, ma so che è qualcosa di molto profondo. Sicuramente il Brasile ha una tradizione musicale straordinaria: melodie, parole, arrangiamenti… per chi ama la canzone è una fonte inesauribile. Poi c’è stato un episodio fondamentale: il mio primo viaggio, a 17 anni, proprio in Brasile, nel nord-est. Un luogo complesso, anche duro, segnato dalla povertà, ma allo stesso tempo pieno di vita, di intensità. Quel viaggio mi ha formata moltissimo. E negli anni ho continuato a tornarci, spesso inseguendo i luoghi delle canzoni. Nella mia musica ci sono la bossa nova, ma anche tante altre forme: MPB, frevo, forró… è un universo molto ricco”.

Della tua voce si dice sia “magnetica” ma tu l’hai definita un “sismografo”, in che senso?

“Significa che la mia voce registra tutto quello che mi accade. È come uno strumento di misurazione. Quando canto capisco immediatamente se sto bene oppure no. Se la voce è centrata, equilibrata, significa che anche io lo sono. Se invece qualcosa non funziona, la voce lo tradisce subito. Per questo la ascolto molto: è come se mi dicesse, ogni volta, in che stato mi trovo”.

Ti definiscono una “cantastorie contemporanea”: ti riconosci in questa definizione?

“Sì, mi ci ritrovo molto. Anche il concerto di stasera è stato così: ho raccontato le storie dietro le canzoni, ho cercato di creare un filo narrativo.

La figura del cantastorie mi ha sempre affascinata. Contemporanea perché, accanto a questo, c’è anche una ricerca sonora che include l’elettronica, ma in modo organico, non artificiale. Fa parte del racconto”.

Sei stata accostata a Carmen Consoli: cosa ne pensi?

“Non lo sapevo, ma mi fa molto piacere. Ho una grandissima stima per lei. È una delle cantautrici che apprezzo di più in Italia, per la scrittura, per la voce, ma soprattutto per il rigore. È un’artista molto seria, e questo per me è fondamentale”.

Hai detto che uno dei mali di oggi è la semplificazione: cosa intendi?

“Intendo che spesso si confonde la semplicità con la riduzione. Semplificare oggi significa togliere complessità, togliere profondità, togliere mistero.

Ma la realtà è complessa: noi lo siamo, la natura lo è, un tramonto lo è. Viviamo invece in un tempo che tende a rendere tutto più facile di quello che è, quasi a banalizzarlo. Io penso che sia importante riconoscere questa complessità, accettare che le cose possano essere viste da prospettive diverse, senza ridurle”.

Le uniche tappe in Calabria sono state qui a Reggio: che messaggio vuoi lasciare a questa terra?

“Mi ha colpito molto che i reggini si definiscano ‘strettesi’. È bellissimo, perché indica un’identità legata a un luogo unico, lo Stretto, che guarda la Sicilia e crea un dialogo continuo.

È un posto mitico, evocato anche da Pascoli. Quindi il messaggio è: tenete duro, custodite questa identità… e non credete al ponte sullo Stretto!”

Progetti futuri dopo questa tournée?

“Riprenderò presto gli spettacoli con Marco Paolini. Mi piacerebbe riuscire a finire un libro di poesie e pubblicarlo entro quest’anno.

E poi iniziare a pensare a un nuovo album. Ma intanto voglio portare a termine questa tournée, che è un momento importante”.

 

Le luci si abbassano e Patrizia Laquidara saluta tutti. Restano le parole e la sensazione rara di non aver assistito ad un concerto ma di aver attraversato un paesaggio, fatto di radici, lingue, corpi e memorie. A Reggio Calabria, la sua voce ha tenuto insieme tutto: il Nord e il Sud, il passato e il presente, la parola e il canto. E mentre Florula continua a germogliare, la cantastorie contemporanea proseguirà il suo cammino senza scorciatoie, fedele alla complessità, dove nessuno deve restare di fuori. Forse è proprio da qui che nasce la forza della sua musica: dall’urgenza di includere, raccontare, restare.

 

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