Pentateuco di Reggio Calabria: il primo libro a stampa in ebraico e l’importanza della memoria
Il primo libro a stampa in ebraico nasce a Reggio Calabria nel 1475: il Commentario al Pentateuco di Rashi, tra storia della stampa, presenza ebraica e valore universale della Memoria
La storia della Calabria custodisce pagine di straordinaria importanza per la cultura europea. In un tempo in cui la stampa muoveva i primi passi come strumento di diffusione del sapere, il nostro territorio divenne un crocevia intellettuale di rilievo, capace di attrarre maestri tipografi, appassionati studiosi e traduttori provenienti da ogni parte del continente.
Proprio a Reggio Calabria venne realizzato il primo libro a stampa in ebraico recante una data certa nel colophon (febbraio 1475). Altri incunaboli ebraici anteriori non riportano indicazioni cronologiche. Si tratta del Commentario al Pentateuco di Rashi, opera fondamentale di esegesi biblica realizzata da Rabbi Salomone ben Isaac, uno dei più importanti commentatori medievali della Torah e del Talmud. L’edizione introduce l’uso tipografico della cosiddetta “scrittura Rashi”, ancora oggi usata per i commenti nei testi ebraici.
La comunità ebraica reggina
Un’impresa di eccezionale valore simbolico e culturale, dunque, resa possibile dalla presenza di una comunità ebraica numerosa, attiva e profondamente integrata nel tessuto urbano ed economico della città reggina. Gli ebrei che risiedevano a Reggio Calabria erano artigiani, medici, mercanti e uomini di studio, depositari di una tradizione che univa rigore religioso e apertura intellettuale, e che trovò nella stampa un mezzo potente per tramandare il sapere.
La vita di questa comunità era collegata a luoghi precisi, ancora oggi rintracciabili nella toponomastica della città. A Reggio Calabria la via Giudecca rappresentava il cuore pulsante di questa presenza. Non era soltanto uno spazio abitativo, ma un centro di relazioni, di pratiche religiose e di scambi culturali. Qui si concentravano le sinagoghe, le scuole, le botteghe, e qui si costruiva una convivenza quotidiana che, pur segnata da limiti e tensioni, contribuì in modo decisivo allo sviluppo della città.
Espulsione, Shoah e valore della Memoria
La parabola di questa fioritura si interruppe bruscamente alla fine del Quattrocento, con l’espulsione degli ebrei dai territori del Regno di Napoli. Le comunità vennero smantellate, i luoghi svuotati, le memorie disperse. Eppure, le tracce di quella presenza non si sono mai del tutto cancellate. Restano nei nomi delle strade, nei documenti d’archivio, nelle conoscenze che sono state tramandate e testimoniano come gli ebrei non fossero una realtà “esterna” o marginale: partecipavano allo sviluppo economico, intellettuale e tecnologico del territorio.
Il fatto che una delle prime opere ebraiche a stampa con data certa nasca proprio a Reggio Calabria dimostra come la cultura ebraica fosse parte costitutiva della storia europea e ricordarlo proprio nella Giornata della Memoria significa opporsi a una visione dell’ebraismo ridotta solo alla persecuzione e allo sterminio. La Shoah non ha colpito un popolo astratto, ma una civiltà ricchissima di sapere, studio, scrittura, dialogo. Ogni libro stampato, ogni commento biblico tramandato, rappresenta ciò che il nazismo ha tentato di annientare: la continuità della memoria, dell’identità e del pensiero.
C’è un legame profondo tra memoria e scrittura. La stampa del testo di Rashi è un atto di fiducia nel futuro: fissare il sapere sulla carta per renderlo accessibile, riproducibile, condiviso. Il nazismo, al contrario, ha cercato di spezzare questa catena della trasmissione, cosa che accade ogni volta che l’odio diventa sistema, quando la disumanizzazione si fa legge, quando l’indifferenza prevale sulla responsabilità.
La Memoria non è un esercizio rituale confinato al passato. Se lo fosse, sarebbe una commemorazione sterile. Ha un valore universale perché ci insegna a riconoscere i segnali della disumanizzazione, ovunque si manifestino, e a non voltare lo sguardo davanti alla sofferenza dei civili.
Gaza e Sudan: la memoria come responsabilità del presente
È in questo spazio etico che si collocano tutte le emergenze umanitarie presenti nel mondo, come a Gaza e nel Sudan. Non come riscrittura della storia, non come strumentalizzazione del passato, ma come interrogativo sul presente. La Giornata della Memoria ci insegna che la negazione dell’umanità è sempre il primo passo verso la catastrofe. Le vittime del nazismo non furono uccise solo con le armi, ma prima ancora con le parole, con le categorie, con l’idea che alcune vite valessero meno di altre.
Parlare di tutto ciò che accade oggi nel mondo significa onorare il senso profondo della Memoria, quello di una vigilanza morale permanente. La Memoria non chiede schieramenti geopolitici, ma umanità. Non impone soluzioni semplici a conflitti complessi, ma pretende che la tutela dei civili resti un principio non negoziabile. Se la Giornata della Memoria ha un compito oggi, è quello di ricordarci che il passato non è davvero passato se non incide sul nostro modo di guardare il presente. E che ogni volta che accettiamo la sofferenza di innocenti come un danno collaterale inevitabile, stiamo tradendo proprio quella lezione che diciamo di voler ricordare.