Per una festa della Repubblica che non sia monarchica
Un'analisi critica della Festa della Repubblica in Italia: simboli monarchici, retaggi sabaudi e riflessione sul significato della Repubblica a 80 anni dal 1946
Il 2 Giugno – data definitivamente stabilita 25 anni fa – in Italia si festeggia la Repubblica; fin qui nulla di strano: avviene in tanti paesi che vogliano ricordare il momento in cui passarono da un governo monarchico a uno più democratico; in altri si festeggia l’indipendenza, in genere da una nazione europea che li aveva colonizzati e sfruttati (e che spesso continua tuttora a farlo). La Festa della Repubblica Italiana assume tuttavia connotati bizzarri dal momento che accanto alle bandiere tricolori, come si nota in questi giorni sul Lungomare di Reggio, sventolano lo stemma sabaudo (la tipica croce bianca su sfondo rosso) e la fiamma del Corpo d’Arma dei Carabinieri, anch’esso piemontese, come d’altronde la Polizia di Stato e la Guardia di Finanza.
La Repubblica aveva sancito, nel 1946, la fine della Monarchia e l’allontanamento dei Savoia. Eppure 80 anni dopo manteniamo in ogni città, cittadina, borgo e villaggio d’Italia strade e piazze intitolate a monarchi sabaudi o a chi li aiutò, come Garibaldi, ed eventuali steli o monumenti a quest’ultimo dedicati. Manteniamo ben tre corpi di polizia sabaudi, con l’evidente assurdo di essere attivi da anni prima che il paese Italia prendesse i suoi confini attuali, ovvero tra il 1860 e il 1947.
Si badi che non sono stati mantenuti corpi di polizia di nessuno stato pre-annessione eccetto quello piemontese. Viceversa vennero chiuse istituzioni come la Banca Romana e la Banca Toscana; e persino il Banco di Sicilia e l’antico Banco di Napoli, principale banca del paese nel XIX secolo, uniche banche oltre a quella d’Italia a emettere moneta tra il 1893 e il 1926, sono state fatte confluire in altri istituti per essere alla fine chiuse da imprese lombardo-piemontesi: come dire che Lombardia e Piemonte hanno sì impiegato un secolo e mezzo ma son alfine riusciti nei loro originari intenti di annichilimento economico del Mezzogiorno.
Tornando alle figure monarchiche ancor oggi onnipresenti pensiamo a quanti ‘via’, ‘corso’, ‘viale’, ‘piazza’ sono intitolati a personaggi della famiglia Savoia o a loro legati; se ciò accadesse solo in Piemonte sarebbe da considerarsi normale: pur col forte periodo repubblicano che seguì la caduta dei regni europei, la Turchia ricorda i suoi sultani e la Russia i suoi zar; capita addirittura che alcune città decidano di sventolare bandiere del loro passato prossimo e remoto. In Italia tuttavia ciò va solo in direzione del Regno Piemontese (direi che la denominazione “di Sardegna” era un evidente contentino per la loro colonia sarda): non vediamo altre bandiere e stemmi pre-annessione affissi da pubbliche istituzioni. Che si sia trattato di annessione e non di unificazione è un dato accertato dalla numerazione dei reali: Vittorio Emanuele II rimase, appunto, II anziché divenire I d’Italia; al contrario quando i regni di Napoli e Sicilia erano confluiti in un’unica nazione Ferdinando, III di Sicilia e IV di Napoli, era divenuto I delle Due Sicilie, come è ovvio che sia.
Come comportarci al giorno d’oggi per ovviare alle preferenze piemontesi?
Dovremmo convincere i nostri Comuni a sventolare bandiere dell’Impero Bizantino, dell’Emirato di Sicilia, del Regno di Napoli e del Regno delle Due Sicilie o idearne una dell’antichissima Prima Italia? La quale soluzione, vista la presenza capillare di stemmi sabaudi, non sarebbe da scartare. Dovremmo intitolare strade, piazze e steli ai vari nobili locali di ogni regione o provincia, così com’è stato fatto per un condottiero di dubbia moralità (ricordiamoci che era fuggito dal Sud America con accuse sul suo conto) il quale, ovviamente aiutato dall’Impero Britannico e dal risentimento che ancora aveva la Sicilia nei confronti di Napoli, aveva consegnato il Mezzogiorno al Piemonte, per poi essere prima ferito, in Calabria, e poi relegato in Sardegna dallo stesso governo che aveva servito?
Forse sarebbe meglio che mantenessimo una Repubblica che, pur con i suoi difetti e le sue incongruenze (come il padano-centrismo) e con un’oligarchia che in fondo caratterizza anche tutti gli altri paesi del mondo, resti una repubblica, per ottenere la quale si è faticato e per la quale ci sono persone che lottano (pensiamo alla Spagna) in paesi oggi monarchici.
Per farlo dobbiamo prima liberarci di questa mole di stemmi monarchici e intitolazioni a personaggi che non hanno più alcun senso e che dovevano essere già eliminati nel ’46: hanno goduto di ben 80 anni di visibilità; è il momento di mandarli via; finché resteranno presenti, come spettri monarchici, la Festa della Repubblica è una mera consuetudine, una vuota e inutile ipocrisia.
Alessandro Gioffrè d’Ambra
storico della scienza viaggiatore (314 viaggi in 55 paesi; 43°Sud~69°Nord)