Quando Eschilo diventa Sicilia: la sfida vinta de “Le Supplici” a Catona
Un teatro antico restituito alla contemporaneità attraverso il siciliano, la musica, il canto e un cast capace di muoversi come un unico corpo - GALLERY
C’è un momento, ne “Le Supplici” andate in scena ieri sera all’Arena “Alberto Neri” di Catona, nel quale ci si accorge che non si sta semplicemente assistendo alla rilettura di una tragedia greca. È come se Eschilo avesse attraversato il Mediterraneo per arrivare fino allo Stretto, cambiando lingua senza perdere la propria voce.
È questa, probabilmente, la scommessa più importante della nuova versione dello spettacolo firmata da Moni Ovadia e Mario Incudine, proposta nell’ambito della rassegna della Polis Cultura e della 41ª edizione di Catonateatro, portata avanti magistralmente dalla direzione artistica di Lillo Chilà e Luciano Pensabene. Una scommessa tutt’altro che semplice: prendere uno dei testi fondativi della tragedia occidentale e sottrarlo alla tentazione di una rappresentazione filologica o semplicemente celebrativa, per trasformarlo in materia viva.
Il risultato è uno spettacolo che non cerca di imitare la tragedia antica, ma di farla nuovamente accadere.
La produzione, che torna in scena dopo la precedente esperienza al Teatro Greco di Siracusa, è stata rinnovata nell’allestimento e mantiene al centro l’idea di fondere il testo eschileo con la tradizione musicale e linguistica siciliana.
Il siciliano non è un semplice espediente per rendere più vicino al pubblico un testo lontanissimo nel tempo. È la vera chiave di lettura dello spettacolo.
Eschilo viene fatto risuonare dentro una lingua che porta in sé secoli di contaminazioni mediterranee. La parola diventa ritmo, il ritmo diventa musica, la musica diventa movimento. L’operazione di Ovadia e Incudine funziona soprattutto perché non mette il siciliano al servizio della tragedia: lo pone sullo stesso piano della tragedia.
È una differenza sostanziale.
La lingua non traduce soltanto. Interpreta. Restituisce fisicità ai versi, li rende materia sonora, permette alla drammaturgia di uscire dalla pagina e di entrare nel corpo degli interpreti.
La scelta dell’ottava rima e del canto rende ancora più evidente questa direzione. La tragedia non procede secondo una recitazione convenzionale, ma attraverso una sorta di flusso continuo nel quale parlato, canto e musica finiscono per confondersi.
E proprio qui si trova uno dei meriti principali della regia: non avere paura della contaminazione.
La Sicilia di Moni e Mario incontra la Grecia di Eschilo, ma l’incontro non produce una cartolina mediterranea. Al contrario, restituisce l’idea di un Mediterraneo come luogo di passaggi, migrazioni, lingue che si incontrano e si trasformano.
È una scelta particolarmente efficace per Le Supplici, perché la vicenda delle Danaidi — donne costrette alla fuga per sottrarsi a un matrimonio imposto e alla violenza di un destino deciso da altri — porta con sé una domanda che appartiene all’antichità ma continua a interrogare il presente: chi ha il diritto di essere accolto? E chi decide del destino di chi fugge?
La forza dello spettacolo non sta però nel sottolineare continuamente l’attualità del testo. Sta nel lasciare che sia il testo stesso, attraverso il linguaggio scenico, a produrre quella domanda.
In questo senso la regia evita una trappola frequente nelle riletture dei classici: quella di trasformare l’antico in un pretesto per parlare soltanto del presente. Qui, invece, il presente nasce dall’antico.
La componente musicale è probabilmente l’elemento che più distingue questa messinscena.
Le musiche non sono un commento esterno all’azione. Sono una presenza costante, quasi una seconda drammaturgia. Il tessuto sonoro cambia insieme alle tensioni della scena e accompagna gli interpreti senza mai ridursi a semplice sottofondo. La produzione ufficiale indica inoltre la collaborazione musicale di Antonio Vasta e la presenza in scena di un ensemble di musicisti.
Ne nasce un andamento quasi rituale.
Gli attori non sono soltanto chiamati a recitare: devono cantare, muoversi, entrare nella partitura musicale. Le parole sembrano nascere dal ritmo e il ritmo, a sua volta, sembra nascere dai corpi.
È proprio questa continuità a rendere lo spettacolo difficile da catalogare. Non è propriamente prosa, non è opera, non è musical. È teatro musicale nel senso più pieno del termine. E soprattutto è teatro fisico.
Il corpo degli interpreti diventa una parte della narrazione tanto quanto la voce. La scena non viene semplicemente occupata: viene continuamente attraversata.
Dentro questa macchina scenica spicca un cast che mostra una notevole compattezza.
Federica Luna Vincenti, nel ruolo della Prima Corifea, porta in scena una presenza intensa, capace di tenere insieme dimensione individuale e dimensione corale. È una figura che non vive soltanto il dolore della vicenda, ma sembra farsene interprete collettiva.
Paride Benassai, nei panni di Danao, lavora invece sulla misura e sulla profondità, costruendo un personaggio che diventa punto di equilibrio della vicenda. La sua presenza scenica ha il peso dell’esperienza, senza appesantire il ritmo della rappresentazione.
Giovanni Calcagno, come Araldo degli Egizi, introduce una fisicità e una tensione differenti, contribuendo a rompere l’omogeneità del coro e a dare concretezza al conflitto.
Accanto a loro, Ovadia e Incudine non si limitano a essere i nomi che guidano il progetto: sono parte integrante di quell’organismo scenico che hanno costruito.
Il merito dell’ensemble è soprattutto quello di non mettere in competizione le singole personalità. La forza nasce dall’insieme. E in uno spettacolo nel quale il coro ha un’importanza strutturale, non è un dettaglio.
Il progetto funziona perché mette in relazione due percorsi artistici differenti ma complementari.
Ovadia porta l’esperienza di un teatro nel quale parola, musica, memoria e cultura popolare hanno sempre avuto un ruolo centrale. Incudine porta invece la forza della tradizione musicale siciliana e la capacità di trasformarla in linguaggio contemporaneo. Il loro incontro produce una terza cosa.
Non è semplicemente Ovadia che dirige Incudine, né Incudine che veste di musica un’idea teatrale preesistente. La sensazione è quella di un lavoro realmente costruito insieme, nel quale la musica influenza la recitazione e la recitazione modifica la musica.
È forse questo il vero carattere innovativo dello spettacolo.
Portare “Le Supplici” all’Arena “Alberto Neri” significa anche assumersi un rischio culturale.
La direzione artistica di Lillo Chilà e Luciano Pensabene, alla guida della 41ª edizione di Catonateatro, sceglie infatti di inserire nel proprio percorso un’opera che non punta sull’immediatezza rassicurante della commedia, ma chiede allo spettatore ascolto, attenzione e disponibilità a lasciarsi trasportare da un linguaggio non convenzionale.
È una scelta significativa per una rassegna che da oltre quarant’anni cerca di mantenere il teatro dentro l’estate reggina.
E “Le Supplici” rappresenta, in questo senso, una vera prova di maturità della programmazione: non soltanto intrattenimento, ma ricerca, contaminazione e confronto con il grande repertorio.
Alla fine, il risultato più interessante della serata è forse proprio questo: la tragedia di Eschilo non appare come un reperto da conservare. Respira.
Respira attraverso il siciliano, attraverso i ritmi di Incudine, attraverso i corpi degli interpreti, attraverso la coralità e una regia che sceglie di non mettere una distanza sacrale tra il pubblico e il testo.
È una lettura coraggiosa, non sempre accomodante e proprio per questo interessante.
In alcuni passaggi la densità della materia musicale e poetica può chiedere allo spettatore un ascolto più concentrato; ma è anche il prezzo di un’operazione che rifiuta di semplificare Eschilo per renderlo immediatamente consumabile.
E forse è proprio qui che Le Supplici trova la sua forza.
Non porta Eschilo nel presente rendendolo moderno. Porta il presente dentro Eschilo, lasciando che siano la musica, la lingua e il corpo a dimostrare quanto poco sia davvero cambiato, in oltre duemila anni, quando gli uomini si trovano davanti alla fuga, alla paura, alla violenza, alla scelta e alla necessità di essere accolti.
Ieri sera, a Catona, la tragedia greca ha dunque smesso per qualche ora di essere soltanto greca.
È diventata siciliana. È diventata mediterranea.