Quando il teatro diventa coscienza: Galimberti e la sfida di educare
Ieri sera al teatro Cilea la riflessione profonda con Umberto Galimberti ne "Il bene e il male. Educare le nuove generazioni", un appuntamento promosso da Officina dell'Arte (Fotogallery)
In un tempo in cui il rumore spesso sovrasta il pensiero, il Teatro “Francesco Cilea” ieri sera si è trasformato in uno spazio di silenzio attento e riflessione profonda. Sul palco, Umberto Galimberti con “Il bene e il male. Educare le nuove generazioni”, appuntamento promosso da Officina dell’Arte di Peppe Piromalli, ha condotto il pubblico in un intenso viaggio dentro le contraddizioni etiche del nostro presente.
Più che uno “spettacolo”, quello andato in scena è stato un vero e proprio attraversamento filosofico del nostro tempo. Galimberti, con il suo stile lucido e diretto, ha guidato il pubblico in un dialogo serrato sull’etica, interrogandosi sul significato contemporaneo di “bene” e “male” in una società che sembra aver smarrito punti di riferimento condivisi. La sua riflessione non si è limitata a un’analisi teorica, ma ha toccato corde concrete: la fragilità emotiva dei giovani, il ruolo della scuola, la responsabilità degli adulti, il peso spesso sottovalutato, del nichilismo che attraversa le nuove generazioni.
Tra i passaggi più forti della serata, le sue parole sulla condizione giovanile hanno risuonato con particolare intensità.
«Io non penso che la loro sofferenza sia di ordine psicologico – ha affermato il professore –. Loro soffrono di un problema culturale: a loro è stato tolto il futuro. Oggi, se uno si laurea in filosofia, deve sapere che non insegnerà mai. Padri e nonni non devono dire “ai miei tempi”. Perché i loro tempi erano tempi fortunatissimi, il futuro era lì ad aspettarli. Ai giovani non li aspetta proprio niente».
Un’affermazione dura, che ha attraversato la platea con il peso di una diagnosi spietata ma lucida. Galimberti non ha parlato di disagio come fragilità individuale, bensì come esito di un contesto storico e culturale che ha eroso prospettive e speranze. In questo scenario, l’educazione diventa allora il terreno decisivo: non semplice trasmissione di regole, ma costruzione di senso, restituzione di orizzonti possibili.
Il pubblico, partecipe e attento, ha seguito ogni passaggio. Il professore non ha offerto soluzioni semplici, ma ha posto domande scomode, invitando genitori, educatori e istituzioni a interrogarsi sul proprio ruolo.
“Educare – ha sottolineato – significa fornire strumenti per abitare il mondo con consapevolezza, non limitarsi a impartire norme”.
In un’epoca dominata dalla velocità e dall’apparenza, il filosofo ha richiamato la necessità di recuperare profondità e responsabilità. A suggello della serata, Galimberti ha dedicato tempo alle persone presenti anche prima e dopo lo spettacolo: nel foyer del teatro si è fermato per un firma copie dei suoi libri, dialogando con spettatori, firmando volumi e prolungando così l’esperienza teorica in un confronto diretto e umano con chi aveva assistito alla sua lezione-dialogo. Questo gesto ha trasformato la normale uscita dal teatro in un momento di incontro reale tra pensiero e pubblico, contribuendo a dare ulteriore significato alla serata.
Sicuramente, va riconosciuto il merito all’Officina dell’Arte di aver scelto una proposta culturale di alto profilo, capace di trasformare il teatro in uno spazio di pensiero condiviso. Portare in scena un tema così complesso rappresenta una sfida importante, soprattutto in un contesto in cui l’intrattenimento spesso prevale sulla riflessione. Eppure, la risposta del pubblico ha dimostrato che esiste una fame autentica di confronto e di contenuti.
La serata al “Cilea” è stata un momento di comunità: un’occasione per fermarsi, ascoltare e riflettere sul futuro delle nuove generazioni. In tempi incerti, iniziative come questa confermano quanto il teatro possa essere ancora un presidio di pensiero critico e di crescita collettiva.
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