Quando sbagliare aiuta a crescere: Reggio chiude il cammino di “Errando 2026”
Una Piazza Castello affollata ha accolto la tappa finale di “Scienza Servizievole in Cammino”. Protagonista della Lectio Magistralis “Errando... strada facendo” la professoressa Daniela Lucangeli che ha rilanciato il valore educativo dell’errore - GALLERY
Si è concluso ieri sera a Reggio Calabria, in una gremita Piazza Castello, il lungo viaggio di “Errando 2026”, la prima parte del progetto nazionale “Scienza Servizievole in Cammino”, promosso da Bepi Giorato e Martina Gottardo. Novantanove tappe e circa 2.000 chilometri percorsi interamente a piedi hanno accompagnato un percorso fatto di incontri, confronto e divulgazione, fino all’appuntamento conclusivo con la Lectio Magistralis “Errando… strada facendo”.
A dare il significato più profondo alla serata è stato il tema scelto: l’errore come strumento di crescita. Non un ostacolo da nascondere o una colpa da punire, ma un passaggio naturale attraverso il quale il cervello riorganizza le informazioni e costruisce nuove conoscenze.
A parlarne è stata Daniela Lucangeli, professoressa ordinaria dell’Università di Padova e tra le più autorevoli esperte italiane di psicologia dello sviluppo e neuroscienze educative. Nel corso dell’incontro, la docente ha sottolineato la necessità di cambiare il modo con cui adulti e istituzioni scolastiche guardano agli sbagli dei bambini e dei ragazzi.
«L’errore può diventare uno strumento di insegnamento?», è stata la domanda posta alla relatrice. La risposta di Lucangeli è stata chiara: «Non solo può, ma dovrebbe esserlo già da sempre».
Per spiegare questo concetto, la professoressa ha raccontato l’esperienza di un bambino che, davanti alle proprie difficoltà, le aveva detto: «Dai, dai, non ti preoccupare, che se sbagli non fa niente». Dietro quelle parole, secondo Lucangeli, c’è una delle chiavi dell’educazione: imparare a non vivere l’errore come un fallimento, ma come un’indicazione utile per capire quale strada percorrere.
L’errore come indicazione per chi educa
Le neuroscienze, ha spiegato la docente, mostrano come il cervello abbia bisogno dell’errore anche per modificare e riorganizzare le proprie strutture. È il principio della neuroplasticità, la capacità del sistema nervoso di adattarsi e cambiare attraverso l’esperienza.
Per questo, quando un bambino sbaglia, l’errore può essere letto come una sorta di segnale: una “bandierina” che indica all’insegnante dove è necessario intervenire e quale aiuto può essere più efficace.
Da qui nasce la necessità di un vero e proprio cambio di paradigma educativo.
«Il cervello non può non sbagliare – ha affermato Lucangeli – è un meccanismo attraverso cui riorganizza le informazioni dentro le strutture neurali».
La scuola, dunque, dovrebbe imparare a leggere lo sbaglio non come una colpa e non necessariamente come il segnale di una patologia, ma come un’informazione. «Ogni errore indica non dove c’è una colpa o dove c’è una patologia, bensì dove c’è la necessità della competenza didattica che porta fuori da quell’errore», ha spiegato la professoressa.
Un messaggio rivolto non soltanto ai docenti, ma anche ai genitori: di fronte alle difficoltà di un bambino, la risposta non dovrebbe essere la paura del giudizio, bensì la ricerca della strategia migliore per accompagnarlo verso l’apprendimento.
Una comunità coinvolta
La serata è stata organizzata dal CNIS Reggio Calabria, in collaborazione con lo spin-off Minde4Children dell’Università di Padova, Scienza Servizievole in Cammino, Potenzia-Mente, Equilibri Pedagogici, gli istituti scolastici partner e con il coordinamento della FIDESP.
Al confronto hanno partecipato anche la dirigente scolastica Eva Nicolò e la psicologa Francesca Rotiroti, presidente del CNIS Reggio Calabria.
Proprio Rotiroti ha evidenziato il significato della presenza di Lucangeli a conclusione del percorso: «Questa è la terza edizione. Ogni anno, alla fine di una marcia che attraversa tutta l’Italia, vuole incontrare le comunità, in modo tale che possa condividere con la comunità stessa i temi per cui lei è molto sensibile».
La reazione della città, ha sottolineato, è stata importante: «Reggio ha risposto alla sensibilità della professoressa Lucangeli e noi abbiamo accolto il suo invito».
Il viaggio di Bepi Giorato: 2.000 chilometri di incontri
Per Giuseppe Giorato, portabandiera di “Errando” e di “Scienza Servizievole in Cammino”, la conclusione reggina rappresenta soprattutto il punto d’arrivo di un viaggio umano.
Novantanove tappe, duemila chilometri a piedi attraverso un’Italia profondamente diversa per territori e paesaggi, ma unita da una stessa esigenza.
«Non mi porto a casa luoghi, non mi porto a casa spettacoli della natura, mi porto a casa l’umano che ho incrociato in queste 99 tappe», ha raccontato.
Sono le persone incontrate lungo il percorso il ricordo più forte: «L’accoglienza delle persone, la gente che vuole conoscere la Scienza Servizievole in Cammino e la scienza servizievole di Daniela Lucangeli».
Un’esperienza che, secondo Giorato, ha permesso di scoprire un filo comune tra Nord e Sud: il desiderio di cambiamento.
«Le persone che ho incontrato non sono diverse da nord a sud, sono tutte desiderose di un cambiamento», ha spiegato, indicando nella scuola uno dei principali terreni sui quali intervenire. Il cammino ha fatto emergere il bisogno di innovare, colmare le lacune del sistema educativo e soprattutto recuperare una relazione umana più autentica.
«L’umano deve essere sempre più connesso, ma non con i telefonini, ma connesso col cuore», è stato il suo messaggio.
Il futuro di “Errando”
La conclusione di questa edizione non sembra però coincidere con la fine del progetto. Alla domanda sulla possibilità di un “Errando 2027”, Giorato ha risposto con la speranza che il cammino possa continuare.
«Io me lo auguro, non so se camminerà sulle mie gambe, ma sicuramente vorrei che questa esperienza continuasse nel tempo», ha detto.
Perché, ha aggiunto, non si tratta del progetto di una singola persona, ma di una comunità: «È un progetto di tutti, non è un progetto di Bepi o chissà chi, è un progetto di tutta una comunità che chiamiamo in modo semplice il noi».
E proprio quel “noi” sembra essere il vero punto di arrivo di Errando 2026: un percorso che ha attraversato l’Italia a piedi per parlare di scienza, educazione e cambiamento e che a Reggio Calabria ha trovato il suo approdo, trasformando una piazza in un luogo di confronto sul futuro della scuola e sulla possibilità, per ogni persona, di imparare anche — e soprattutto — dai propri errori.
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