C’eravamo tanto amati: Reggio, il terremoto, e i Reggini terremotati

Il terremoto è parte della storia cittadina. Reggio è figlia del sisma, nipote del maremoto e discendente di inondazioni, stermini e pandemie

Reggio terremoto 1908

Ogni volta che la terra trema, noi tremiamo con essa. Balliamo un twist di terrore ancestrale. Ci svegliamo con gli occhi sbarrati verso il soffitto pregando la casa – la casa, non le divinità – di non cadere. Ogni istante di tremore si dilata e diventa lungo intere vite. Contiamo i secondi, e poi, dopo, guardiamo i lampadari dondolare. Seguono imprecazioni e richiami verbali indicibili destinati al cosmo.

Il reggino medio ha il terremoto nel sangue. Dopo quelli devastanti di fine ‘700 e del 1908, siamo sempre col fiato sospeso sperando di scamparla.

Il primo sisma che ricordo è del 16 gennaio 1975. Neanche tanto forte, ma vicinissimo, proprio sotto di noi. Che notte, quella notte. Era passata da poco l’una quando con un ruggito mostruoso la terra cominciò a sussultare gettando per aria mobili, suppellettili, quadri, bomboniere e libri.

La gente urlava e i bambini piangevano.

Che botta!

Un mio vecchio prozio lo ripeteva in modo ipnotico. Minchia chi botta; minchia chi botta! E così via, per l’intera nottata.

Senza scherzare, ci furono sei morti, due per infarto.

Ricordo che ci vestimmo in pochi minuti e poi ci fiondammo tutti per strada. Quando dico tutti, intendo tutti. Tutta Reggio. Che ricordo!

La notte si animò come fosse festa i maronna. Le nonne passavano i thermos col caffè. Erano tornate a casa a prepararli, e avevano portato anche i biscotti, sfidando l’imminente replica, la scossa d’assestamento che puntuale sopraggiunse alle tre del mattino.

A replica, a replica! Urlavamo, suonavamo il clacson e tanti piangevano e pregavano.

La gente cominciò poi a calmarsi. Col caffè giravano anche i biscotti, i torroni rimasti dalle recenti feste, e qualche fetta di panettone Spatolisano, quello che producevano a Calamizzi. Verso l’alba, la paura cominciò a scemare. Venne fuori un pallone, e alcuni ragazzi cominciarono a giocare.

Eravamo nello slargo da dove, qualche anno dopo, partirono i lavori del Viale Calabria, vicino al giardino sperimentale, nel quale ormai ci sono quattro alberi spelacchiati. Le persone chiacchieravano e ciascuno raccontava il proprio stress. La propria paura, pazza in certi casi, contenuta in altri.

Per noi adolescenti, lo confesso, era in corso un’avventura pazzesca, quasi meglio di Zorro.

Dopo quella botta, per anni ci fu chi tenne una valigia con i ricambi sotto il letto. Pronti a darsela a gambe. Col terremoto si deve stare all’aria aperta, sosteneva qualche saggio. No, rispondeva un altro, meglio le case basse, i barracchi, quelle hanno l’armatura di ferro.

Noi in quella gelida mattinata del ‘75 andammo in una di queste baracche, costruite dopo il sisma del 1908 e che ancora resistono, dove abitano due zie zitelle che vendevano calze, canotte e mutande a domicilio.

Una vera legione di parenti vi era accampata.

Mi ricordo uno zio che mangiava, all’alba, da una insalatiera colma di pasta. “Almeno s’aiu a moriri moru ca panza china”, affermò saggiamente tracannando un bicchiere di rosso.

Di buono ci fu che per qualche giorno non andammo a scuola. L’argomento terremoto dominò la scena cittadina per qualche settimana.

Quella notte fu davvero bello vedere tutti solidali, tutti buoni, tutti disponibili.

Io passai un sacco di tempo cercando di sbirciare tra la folla la ragazzina con le codine bionde, a cui pensavo sempre, ma niente da fare, chissà dove era finita.

Con noi ragazzini erano tutti gentili, persino quel burbero odioso del primo piano, che nei giorni normali ci bucava i palloni quando finivano nel suo cortile.

Oggi, più di cinquant’anni dopo, ho capito che la paura collettiva rende migliori le persone.

Negli anni successivi ci furono altre scosse. Ne ricordo una fortissima nella notte di Pasqua, il 16 aprile del 1978.

Ma la gente cominciò a non uscire più. Una specie di fatalismo s’impossessò di noi.

Ricordo anche un film, “Terremoto” che uscì in quegli anni e che fu un contro choc per i cittadini reggini, che uscivano dalle sale atterriti.

Proprio quello che ci voleva.

Negli anni ci siamo quasi abituati alla terra che trema. Quasi, perché a quel terrore atavico non ci si abitua mai. Si reagisce, si scherza dopo. Più vecchi diventiamo, maggiore diventa il cinismo.

Dopo ogni sisma, ormai, ci si ritrova sui social.

La piazza contemporanea. L’Agorà definitivo e globale. Lo slargo del Giardino sperimentale è sullo schermo di un pc.

La piazza è uno spasso. Io me li immagino tutti, con i loro bei pigiamoni di pile come il mio, intabarrati dentro vestaglie pesantissime, calzettoni anti-sesso ai piedi, che scrivono e leggono messaggi condividendo il terrore.

Perché la paura condivisa si attenua. Il messaggio della nostra solitudine esistenziale diventa chiaro, per chi ha occhi che sanno leggere.

Quando accade il sisma, a me vengono in mente subito le persone che vivono da sole. Infatti, mando messaggini e cerco di rassicurarle. La solitudine amplifica la paura. La solitudine è nemica del coraggio.

Poi, man mano che l’emozione si allenta, il perfido reggino che è in noi ricomincia ad emergere. Tutti cominciano a pipitiare, come si dice sulla jonica.

Ma c’è bisogno di creare tanto allarme?

Ma dirlo sui social a che serve?

Al posto di scriverlo, pensassero a mettere in sicurezza le scuole e le case.

E poi via, a ruota libera.

Pensa se c’era il ponte sullo Stretto. Il Castello Aragonese regge da secoli. Il ponte di Sant’Anna aundè chi cari. Si murimu, i ricchi si sarbunu. U terremoto è curpa ru sindacu. U terremoto è artificiale lo vogliono chiddi ri vaccini. La terra è piatta, il sole è blu, la luna è cava.

Il delirio si allarga, si spande, e si torna allegramente alla nostra attività preferita, ossia la sciarra.

Sciarriamundi, catenazzu.

Era i quintu gradu, non era nenti, ‘ndi sintia terremoti ieu, fu na bumba, fin quando non sconfiggeremo la ‘Ndrangheta ci saranno sempre terremoti, tu non capisci un cazzu i terremoti, ieu su un terremotista aiu u diploma i terremotista, e così via.

Siamo Reggini, terremotati nell’anima, questa è la verità.

Vogliamoci bene, che, un giorno o l’altro, ‘ndi leva.

A tutti. Pari pari.

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