Reggio, tra amore e disincanto: Calabrò ritorna a Spazio Open
Oggi pomeriggio alle 18:00 Antonio Calabrò torna a presentare il suo "C'era una volta a Reggio": un racconto ironico e blues sulla città, tra bellezza ostinata e disincanto necessario
Antonio Calabrò ci riprova con C’era una volta a Reggio oggi pomeriggio, venerdì 9 gennaio 2026, alle ore 18:00, allo Spazio Open. Non sappiamo cosa ci riserverà stavolta, ma una cosa è certa: i suoi incontri non sono mai scontati, né banali, né tantomeno tradizionali.
Stavolta niente minacce di Spid o di maglioni rosa shocking (e non si sa bene quale delle due cose sia peggio), ma quando Antonio Calabrò torna a raccontare Reggio qualche sorpresa è sempre garantita. E oggi lo farà nella sede di via Filippini 25, con firmacopie e dibattito moderato dal prof Gianfranco Cordì e da Gianni Vottorio.
Possiamo attenderci un racconto “a modo suo”: anarchico, ironico, tra risate, realismo e riflessioni, con quella dose necessaria di poesia che rende tutto più vero. Un racconto “blues” della città, senza giri di parole, senza mezzi termini e soprattutto senza la negazione dei problemi (niente effetto struzzo, per intenderci).
Per chi ancora non lo sapesse – ma ormai lo sanno anche le pietre (!) – C’era una volta a Reggio è l’ultimo libro di Antonio Calabrò, edito da Laruffa. È un viaggio sentimentale dentro Reggio Calabria, una città che da sempre alterna bellezza e disincanto. Un “luogo d’incomparabile bellezza”, sospeso però in un limbo fatto di problemi cronici, progetti interrotti e memorie sepolte.
Una città in ricostruzione da tremila anni, una città non finita (mai finita) eppure capace di regalare tramonti così perfetti da sembrare “un dipinto da strappare al cielo e spedire al Louvre”, per dirla con lo stesso Calabrò.
Ma non c’è solo Reggio.
Nel libro, ci sono i Reggini, con la loro malleabilità, “variabili come le correnti dello Stretto”. C’è l’umorismo, l’arte di arrangiarsi, quella furbizia che ci contraddistingue (o che almeno noi reggini siamo convinti di avere, anche se poi non è detto sia così). C’è la “poesia del reale”: un mosaico affettuoso di una città in tutte le sue sfaccettature, fragile e indomita, che muore e risorge da sempre, nonostante in molti – natura compresa – ce l’abbiano messa tutta per seppellirla.