Roberto Lipari: “La comicità del Sud? Ha più fame”

Roberto Lipari racconta a CULT il suo “Ultimo spettacolo” al Teatro Cilea di Reggio Calabria: ironia, libertà, terapia, tecnologia e quella voglia di sentirsi ancora vivi sul palco

Roberto Lipari

Quella di Roberto Lipari è una comicità che non rincorre la risata a tutti i costi, ma che usa l’ironia per leggere il presente, smontare abitudini, paure e contraddizioni quotidiane. Palermitano, classe 1990, 35 anni, millennial “l’Astrazeneca delle generazioni”, ci tiene a sottolineare, Lipari negli anni ha attraversato teatro, web, televisione e cinema mantenendo sempre uno stile personale, riconoscibile, mai gridato. Dai primi spettacoli nei locali di Palermo fino a Colorado, Striscia la Notizia, il cinema e le tournée teatrali da tutto esaurito, il suo percorso è cresciuto insieme a una scrittura sempre più matura e intima.

Il 6 maggio ha portato al Teatro Cilea di Reggio Calabria L’ultimo spettacolo, penultimo appuntamento della stagione dell’Officina dell’Arte di Peppe Piromalli. Un monologo costruito su quell’equilibrio sottile tra leggerezza, riflessione, “ironia delicata” che ormai è il suo marchio di fabbrica. Sul palco si ride di tecnologia, matrimonio, intelligenza artificiale, terapia, scuola, generazioni, incontro con papa Francesco, vita privata e quotidiana.

Ma sotto le battute c’è soprattutto una domanda: quanto siamo ancora liberi di scegliere chi essere?

Prima di salire sul palco, CULT lo ha incontrato per una chiacchierata che è diventata un racconto sul mestiere dell’artista, sulla credibilità e sul bisogno di restare autentici.

“Spero di non smettere mai di decidere cosa fare da grande”

Nonostante una carriera già ricchissima tra teatro, televisione e cinema, Roberto Lipari rifiuta l’idea di sentirsi “arrivato”. Anzi, rivendica il diritto di continuare a cercarsi.

«Io spero di passare tutta la vita a decidere cosa fare da grande. C’è una frase di Lucio Corsi che mi piace molto: “Anche da vecchi non sapremo cosa fare da grandi”. E secondo me è uno degli auguri più belli che ci si possa fare.

Io faccio tante cose proprio perché ancora non l’ho capito. E poi ci sono talmente tanti codici Ateco associati a me che, quando fanno le statistiche sui lavoratori under 35, sembra che lavori solo io. In pratica sto aiutando le statistiche italiane», ride.

Poi il tono diventa più riflessivo: «In realtà è che mi piace raccontare cose diverse in modi diversi. Alcune cose devono stare su un palco, altre in televisione, altre ancora dentro un film. Finché avrò qualcosa da dire, cercherò sempre il modo migliore per raccontarla».

“L’intelligenza bisogna allenarla ogni giorno”

Sul suo sito c’è scritto “comico, bello, bravo e intelligente”, ma … specifica, l’ha detto sua madre!

«Per mia madre sarò sempre il più bravo del mondo e spero sinceramente che continui a essere così. Bello non lo so, quello lo lascio giudicare agli altri. Bravo pure. Ma intelligente mi piace anche perché è un aggettivo che uno da solo in questo Paese non se lo può dire. Mi auguro di esserlo sempre e non è un aggettivo che te lo danno una volta per sempre, devi alimentarlo. Ogni giorno devi cercare di dare da mangiare all’intelligenza, devi allenarla».

E torna ancora una parola centrale nel suo percorso: credibilità.

«Io ho iniziato molto giovane, avevo diciassette anni quando già provavo a fare comicità parlando anche di temi più profondi. E quando sei così giovane è difficile essere credibile. Per questo la mia battaglia più grande è sempre stata conquistarmi la credibilità. E oggi la cosa più importante è mantenerla».

La comicità del Sud ha una marcia in più?

Quando si parla di comicità meridionale, Lipari risponde senza esitazioni. «Secondo me la comicità del Sud ha una fame diversa. E nel nostro lavoro la fame conta tantissimo, perché ti crea stimoli.

Noi dobbiamo lavorare molto di più per arrivare negli stessi posti. Per un romano andare in televisione significa prendere la metro. Stessa cosa per chi abita a Milano. Io devo prendere un aereo, un albergo, organizzare tutto. E questa fatica crea una fame enorme».

Poi allarga il discorso: «Viviamo in una terra che produce artisti continuamente. E non è solo questione di sacrificio. Qui c’è una cultura che respiri anche senza accorgertene. Anche chi magari non ha studiato certe cose, dentro si porta comunque qualcosa della Magna Grecia. È inevitabile».

L’ultimo spettacolo che non è l’ultimo!

Il titolo dello spettacolo sembra quasi un annuncio definitivo. Ma dietro quella scelta ci sono i Pooh. «Sì, mi sono ispirato ai Pooh», scherza. «Ma l’idea nasce davvero da un momento particolare della mia vita. Ci sono stati giorni in cui ho pensato seriamente: “Basta, mollo tutto”.

Questo è un mestiere meraviglioso, ma ha anche momenti di down. E quando quei pensieri li ascolti troppo, rischi davvero di convincerti che sia arrivato il momento di smettere».

Da lì nasce il concept dello spettacolo.

«Mi sono detto: facciamo finta che sia davvero l’ultimo. Portiamolo in scena come se fosse l’ultima volta. E a un certo punto succede una cosa strana e bellissima: io e il pubblico finiamo quasi per crederci davvero.

A questo spettacolo sono molto legato. Dal punto di vista della scrittura credo sia il lavoro che mi rappresenta meglio».

Reggio Calabria e quella sensazione di sentirsi a casa

Sul palco del Teatro Cilea, Lipari entra subito in sintonia con il pubblico reggino. E lo fa alla sua maniera, trasformando piccoli episodi quotidiani in comicità pura.

«Questo teatro è meraviglioso. E poi dalle nostre parti vedere una struttura così bella e sapere che non è abusiva è già emozionante», ironizza.

Poi racconta quello che gli è successo poche ore prima dello spettacolo.

«Parcheggio fuori dal teatro e chiedo agli ausiliari del traffico fino a che ora bisogna pagare le strisce blu. E loro mi rispondono: “In teoria fino alle 19:30… ma i vigili alle sei se ne vanno”.

In quel momento ho capito subito che eravamo fratelli. Mi sono sentito immediatamente a casa, come a Palermo».

Tra i ricordi di Reggio Calabria spunta anche un vecchio servizio di Striscia la Notizia.

«Una signora attraversa all’improvviso, io freno e la figlia mi urla: “Non l’ha visto che mia madre è malata di cuore?”. E io penso: ma che sono, un radiologo?».

“Ci mancheranno le persone vere sul palco”

Uno dei temi più forti dello spettacolo è il rapporto con la tecnologia e con l’intelligenza artificiale.

«Io vivo continuamente tra due mondi. Milano, che è ipertecnologica, e Palermo, che invece conserva ancora qualcosa di molto più umano e meno digitale. E mi piacciono entrambe».

Poi parte una delle sue osservazioni più surreali. «A Milano ormai pagano tutti con qualcosa: l’orologio, il bracciale, l’anello, gli occhiali. Io già immagino uno da noi che gesticola mentre parla alla cassa e offre involontariamente la spesa a mezzo supermercato».

Dietro la battuta però resta una riflessione precisa.

«L’intelligenza artificiale cambierà tantissime cose e alcuni lavori purtroppo spariranno. Però credo che ci siano cose che nessuna macchina potrà sostituire davvero.

Una serata a teatro con persone vere, con qualcuno sul palco che magari sbaglia una parola o si inceppa, oggi rischia quasi di diventare qualcosa di straordinario. E invece è proprio quella la parte più umana e più bella».

La confessione finale

E alla fine la confessione: «Ho capito che se ami davvero qualcosa devi chiederti ogni volta se ti emoziona ancora come la prima volta. E dopo una serata così… no, questo non è il mio ultimo spettacolo». Poi guarda il pubblico del Cilea e sorride. «Sono queste le serate che ti fanno venire voglia di fare questo mestiere per tutta la vita».

 

E mentre il teatro si illumina con le torce dei cellulari per il selfie finale, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa che va oltre lo spettacolo comico: al racconto di un artista che continua a cercare sé stesso, restando fedele al suo “essere libero” senza far smettere di ridere.

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