Sal Da Vinci, a Reggio Calabria il concerto diventa un ritorno a casa
Ieri sera il concerto del cantante vincitore di Sanremo sul palco di piazza Indipendenza ha aperto le "Notti Reggine". Da Vinci: "Il mio sangue è metà calabrese"
Prima ancora di essere un concerto, è un incontro. Sal Da Vinci ieri sera, sul palco di Piazza Indipendenza, big delle Feste Mariane, non si è limitato a cantare: ha parlato con il pubblico, ha raccontato la sua storia, ha aperto pagine intime della propria vita e si è lasciato trasportare dalla musica e dall’energia del corpo di ballo. Una serata capace di alternare leggerezza e commozione, ritmo e memoria, fino a un finale esplosivo.
Il pubblico reggino lo ha seguito, cantato, applaudito. E Sal ha risposto con quella naturale capacità di stare in mezzo alla gente che è parte integrante del suo spettacolo. Non c’è distanza tra il palco e la platea: c’è un dialogo continuo, fatto di canzoni, battute, ricordi e confessioni. E proprio parlando alla sua gente, arriva il momento più personale della serata.
«Io ho origini calabresi, il mio sangue è metà calabrese e metà napoletano, perché mio nonno era di Reggio».
Una frase che cambia improvvisamente il tono della serata. Per Sal, infatti, tornare a Reggio Calabria significa tornare alle proprie radici.
«Per me è come tornare a casa, tornare nel posto dove tutto è cominciato», racconta. E in quelle parole c’è il senso più profondo della sua presenza a Reggio.
La Calabria, spiega, è sempre stata dentro di lui. «Noi siamo passione, siamo energia». Un’energia che dice di aver ricevuto proprio da questa terra e che ha portato con sé nel corso della vita.
«Ho sempre avuto una vicinanza profonda con la Calabria. Tutti i miei amici nel mondo sono calabresi».
Ma quella storia familiare, così importante per la sua identità, non gli era stata raccontata completamente fin da bambino. Sal rivela di aver scoperto molte cose sulle proprie origini soltanto dopo la morte del padre, nel 2015. È stato allora che ha iniziato a ricostruire un pezzo della propria storia.
E persino il suo nome è un omaggio a quelle radici.
«Mi chiamo Salvatore Michael Sorrentino perché mio nonno si chiamava Michele ed era di qui».
Il nonno, negli anni Quaranta prestava servizio nella Marina Militare italiana. Una storia familiare segnata anche da una tragedia: la nave affondò nel Golfo di Napoli e persero la vita tanti militari e il giovane Michele.
Ieri, quel legame è diventato ancora più forte grazie al riconoscimento ricevuto al Comune di Reggio Calabria. Un momento che Sal ha vissuto con evidente emozione e che gli ha permesso di idealmente riabbracciare anche il padre.
«Oggi mio padre ringrazia tutti voi» – dice rivolgendosi alla platea. Poi il ringraziamento diventa ancora più personale: «Ringrazio mio padre per avermi dato il suo sangue, che era metà napoletano e metà calabrese».
Nel corso della serata non è mancato anche un momento di particolare commozione dedicato a Anthea Ranieri, la giovane di 23 anni morta nel pomeriggio dell’11 settembre in un tragico incidente stradale sulla bretella del Calopinace.
Sal Da Vinci ha voluto dedicare alla ragazza un pensiero carico di affetto e vicinanza, rivolgendosi idealmente anche ai suoi familiari. Per qualche istante la festa ha lasciato spazio al silenzio e al ricordo. Un momento breve ma intenso, che ha riportato sul palco il dolore di una comunità ancora profondamente colpita dalla tragedia.
La figura del padre torna più volte nel racconto di Sal. È un ricordo tenero, mai costruito, che emerge naturalmente tra una canzone e l’altra.
E proprio dalla propria esperienza personale nasce anche un messaggio rivolto ai giovani.
Sal racconta di aver conosciuto molte volte il rifiuto, di essersi trovato davanti a porte che sembravano impossibili da aprire.
«Sapete quante porte chiuse ho ricevuto in faccia?».
Gli dicevano che alcune canzoni non andavano bene, che non erano adatte al mercato, che non avrebbero funzionato. Ma, racconta, c’era chi continuava a credere in lui.
«Chi mi voleva davvero bene mi spronava ad andare avanti e così ho fatto, sino a quando non è arrivata questa canzone».
E quella canzone ha un nome preciso: “Rossetto e caffè”.
Il brano diventa così non soltanto un successo, ma il simbolo di una rivincita. La dimostrazione che le porte chiuse non devono necessariamente diventare un punto d’arrivo. Possono essere soltanto una parte del percorso.
È un messaggio semplice, soprattutto per i ragazzi presenti: non mollare. Continuare a provarci anche quando qualcuno dice che non sei abbastanza, che quello che fai non funziona, che non è il momento.
Poi arriva la musica e Sal torna a essere il performer.
Il palco si accende, il ritmo sale, il corpo di ballo lo coinvolge e l’artista si lascia trascinare completamente dallo spettacolo. Canta, balla, gioca con il pubblico. La sua dimensione teatrale e quella musicale si fondono e la piazza diventa una grande platea condivisa.
Ma se tutta la serata è un crescendo, il momento in cui il pubblico esplode arriva nel finale.
L’attesa cresce e quando partono le note di “Per sempre sì”, l’urlo della piazza è immediato.
È il brano che ha trionfato sul palco dell’Ariston, e a Reggio Calabria viene accolto come un inno collettivo. Sal Da Vinci lo canta con tutta la sua energia, mentre il pubblico partecipa, accompagna, applaude e canta.
È l’ultimo grande abbraccio di una serata che ha avuto tante anime: quella della festa, quella dello spettacolo, quella della memoria e quella della famiglia.
Sal Da Vinci era arrivato a Reggio Calabria per cantare.
Alla fine, però, ha fatto qualcosa di più: ha raccontato le proprie radici, ha ricordato chi non c’è più, ha parlato ai giovani e si è lasciato accogliere da una terra che sente anche sua.
E forse è proprio questo il senso più bello di una serata come quella di ieri: quando un concerto smette di essere soltanto uno spettacolo e diventa una storia condivisa.
Una storia fatta di sangue, memoria, musica e appartenenza.
Perché, come ha detto Sal, tornare qui è tornare a casa. E ieri sera, sotto le luci delle Feste Mariane, quella casa gli ha risposto con un lungo, fortissimo applauso.