Saverio Strati, l’attualità della coscienza
Alla Stazione FS di RC S. Caterina, per Calabria d’Autore, ieri l’incontro sull’attualità dell’opera di Saverio Strati con la nipote e scrittrice Palma Comandè, Francesco Miroddi ed Elena Festa
Ieri, domenica 1 marzo, la Stazione FS di RC S. Caterina si è trasformata in un luogo di memoria e riflessione. Nella sede dell’associazione “Incontriamoci Sempre”, presieduta da Pino Strati, si è svolto un nuovo appuntamento della rassegna “Calabria d’Autore”, dedicato all’attualità dell’opera di Saverio Strati, lo scrittore di Sant’Agata del Bianco che ha attraversato il Novecento raccontando la Calabria e l’uomo nella sua dimensione più profonda.
L’incontro, inserito nel solco delle celebrazioni per il centenario della nascita dell’autore, è stato un momento di dialogo intenso e partecipato, arricchito dalla presenza della nipote e scrittrice Palma Comandè, intervistata dal giornalista Francesco Miroddi.
Accanto a loro, l’attrice Elena Festa, componente della commissione del Premio Ettore Pensabene, che ha dato voce ai brani tratti dalle opere di Strati, come Noi Lazzaroni. Tra i presenti anche la poetessa e scrittrice Bruna Filippone, che ha dedicato una poesia a Palma Comandè.
Un incontro che non è stato una semplice commemorazione ma un confronto serrato sul senso della cultura, sull’identità calabrese e su tematiche importanti come la scuola, la famiglia e le prospettive future del territorio.
Il realismo antropologico: oltre il neorealismo
Già prima dell’inizio, rispondendo alle domande di CULT, Palma Comandè ha messo a fuoco il cuore della questione: l’attualità. “Siamo qui per riportare alla memoria le opere di mio zio ma soprattutto per sottolinearne l’attualità. Ed è un’attualità altissima, nel senso antropologico del termine”.
La studiosa ha precisato un punto decisivo: “Saverio Strati non è stato un semplice esponente del neorealismo sociale. Lui ha fondato il realismo antropologico. È andato oltre la denuncia delle iniquità. Ha mostrato l’uomo che non subisce soltanto, ma reagisce. Un uomo che acquisisce coscienza di sé”.
In questa prospettiva, la Calabria raccontata da Strati non è una terra di masse passive, ma di soggetti della storia: “soggetti capaci di riflettere sul proprio destino e di modificarlo. L’emigrazione è stata una scelta dolorosa, ma consapevole. È stata una risposta”.
Alla domanda se l’opera stratiana avesse anche un carattere autobiografico, Comandè ha risposto con lucidità: “Quando si scrive si mette sempre la propria esperienza. Ma la sua esperienza personale diventa universale. È questo che rende Strati attuale”.
E il suo realismo, ha spiegato, si colloca nei primi decenni del Novecento, attraversa il fascismo e giunge fino agli anni Settanta, dialogando con le riflessioni di Elio Vittorini, Cesare Pavese e persino con la filosofia di Georg Wilhelm Friedrich Hegel.
Miroddi ha ricordato come Strati rifiutasse l’etichetta di “neorealista”: “Diceva: io sono un realista, perché racconto ciò che ho vissuto”. Un’impostazione che, secondo il giornalista, anticipa anche il realismo sociale di Renato Guttuso.
La coscienza di sé come rivoluzione
Il filo rosso dell’incontro è stato proprio il concetto di coscienza di sé. “La grande rivoluzione di Strati – ha sottolineato Comandè – è stata questa: parlare dell’uomo come individuo e come collettività consapevole. La coscienza dell’appartenenza, della provenienza, di ciò che si è stati e di ciò che si è. Senza onestà intellettuale non si va da nessuna parte”.
Una riflessione che ha toccato la scuola, la famiglia, il ruolo della cultura e il rischio di una società “svuotata” di relazioni autentiche.
“Oggi – ha detto – il problema è che molti giovani faranno qualcosa, sicuramente, ma non saranno. Non sanno chi sono, perché nessuno li ha aiutati a scoprirlo. La cultura serve a formare l’uomo, non soltanto una classe o una professione”.
La ferita di “Tutta una vita”
Tra i passaggi più toccanti, il ricordo del rifiuto editoriale di Tutta una vita. “Fu il romanzo che Mondadori rifiutò dopo trent’anni di pubblicazioni – ha spiegato Comandè a CULT – in un momento di cambio di linea editoriale, più orientata verso una letteratura leggera. Da lì cominciò anche un declino psicologico che lo segnò profondamente”.
“Un uomo che denuncia il sistema, che arriva da Sant’Agata del Bianco, come poteva essere pienamente riconosciuto dal sistema stesso?” ha rincarato Miroddi. E la Comandè non ha eluso la questione: “Era un grande e parlo da studiosa non da nipote ma è stato lasciato anche in una condizione economica insopportabile”.
Negli anni successivi, Strati ricevette il sostegno previsto dalla legge Bacchelli, misura destinata agli artisti in difficoltà economiche.
“È doloroso – ha aggiunto – che nel Paese con il 70% del patrimonio artistico mondiale gli artisti vengano lasciati soli. Altrove esistono fondi strutturali. Noi camminiamo sulla storia e la ignoriamo”.
“La Calabria deve riabilitare se stessa”
Uno dei passaggi più forti è arrivato sul tema della riscoperta tardiva dell’autore. “Più che riabilitare lui, leggendo Strati la Calabria riabilita se stessa. Perché la sua opera fornisce gli strumenti per comprendersi da un punto di vista storico, sociale, filosofico e antropologico”.
Comandè ha parlato di una regione che vive “in una dimensione di sviluppo ma non di progresso”: “Si è sviluppata sul piano consumistico, ma non ha prodotto una piena coscienza di sé. E senza coscienza non c’è progresso. Ci si conosce attraverso gli scrittori. Strati mette il calabrese nella condizione di comprendersi perché ha indagato l’animo”.
Da qui l’appello netto: “Andrebbe adottato a tappeto nelle scuole. Non serve più a lui. Quello che gli serviva non gli è stato dato in vita. Serve, piuttosto, alla Calabria”.
La scuola, la famiglia e l’onestà intellettuale
Nel finale, il confronto si è spostato sul tema della famiglia, della criminalità e della responsabilità individuale.
“Ci dicono che qui c’è la ‘ndrangheta e che dobbiamo combatterla. Questo spetta alla magistratura. Noi dobbiamo combatterli nel nostro piccolo – ha detto Comandè – continuando a essere persone oneste. La stragrande maggioranza dei calabresi è fatta di persone integerrime. È questo l’esempio che tiene in vita la società”.
Il passaggio più articolato e profondo dell’intervento di Palma Comandè ha riguardato la scuola e la formazione. Ancora una volta “la coscienza di sé” che va educata. “Ma non spetta alle famiglie, che non sono sempre attrezzate. Il compito è della scuola”. Non un’accusa agli insegnanti, ma al sistema, ha sottolineato la studiosa: “Non è colpa dei docenti. È che non sono stati formati per comprendere davvero gli adolescenti. Questo è il grande guaio della nostra società”.
La riflessione si è fatta ancora più ampia, toccando la dimensione relazionale: “I sentimenti non si ereditano geneticamente. Si formano attraverso l’eredità culturale, il racconto, la lettura, la relazione autentica. Oggi manca il processo di immedesimazione. Senza lettura, ridotta al lumicino, e senza racconto non si attiva quello scambio emotivo che permette di comprendere l’altro”.
Africo, “La Teda” e la dignità degli ultimi
Commovente il racconto familiare: la madre di Strati, donna che guardava oltre “e che non investiva in biancheria ma in libri”. Lettrice di Tolstoj, Čechov, Dostoevskij, Flaubert e Maupassant, che ha trasmesso queste conoscenze al figlio. Il padre, invece, che per il figlio vedeva lo stesso futuro di muratore e soprattutto il mezzo per recuperare quel titolo di “Don” perduto e segnato dal passaggio a “Mastro”. Un episodio che, ha spiegato Comandè citando anche Platone, richiama il tema dell’identità come riconoscimento sociale.
Ma quando tutto sembrava perso e il suo destino ormai segnato, Strati scrive “La Teda”, il suo primo romanzo. Nato dall’esperienza ad Africo Vecchio, e pubblicato nel 1957 da Mondadori, in un momento cruciale del dibattito culturale italiano, caratterizzato dalla disputa ideologica tra Vittorini e Togliatti sul ruolo della cultura.
“Si gridò al miracolo quando arrivò questo libro in casa editrice” ha spiegato la Comandè ricordando l’esperienza del conte Zanotti Bianco e le condizioni di degrado assoluto in cui vivevano gli abitanti del paese prima dell’alluvione del 1951.
Il romanzo, tradotto negli Stati Uniti come Terra Rossa dalla Abelard-Schuman e recensito sul The New York Times da James Finn, segnò una svolta: l’uomo povero diventava centro della narrazione non come vittima, ma come soggetto pensante. Fu tratto anche un film con le musiche di Ennio Morricone.
Nel finale, Miroddi ha narrato un aneddoto rimasto nell’immaginario collettivo: il viaggio di Strati da Messina a Caraffa del Bianco per incontrare Corrado Alvaro. Una passeggiata, una conversazione sull’esilio di Pavese a Brancaleone, l’invito a Roma. Un gesto di rispetto che colpì profondamente il giovane Strati e che segnò l’inizio di una sincera amicizia.
Un lungo applauso “per ringraziarlo”
La serata si è conclusa con nuove letture di Elena Festa e con un lungo applauso dedicato a Saverio Strati.
“Per ringraziarlo – ha detto Francesco Miroddi – di averci dato così tanto”.
Tra memoria e presente, tra coscienza e responsabilità, l’appuntamento con Calabria d’Autore ha restituito la voce di uno scrittore che non appartiene soltanto alla storia della letteratura, ma al futuro di una terra che, per progredire, deve prima conoscersi.