C’eravamo tanto amati: scritte sui muri e follia del presente

"Perchè divisi non andiamo da nessuna parte". Così recita la scritta sulle pareti del liceo Vinci. Uno dei tanti sfregi spesso sgrammaticati che in realtà sono SOS lanciati al cielo dai ragazzi perduti nella schizofrenia di oggi

Liceo Vinci imbrattato

La città è orribilmente imbrattata da scritte sui muri.

Ieri ne ho vista una passando dal mio vecchio liceo, lo scientifico “Leonardo Da Vinci”.

Perchè divisi non andiamo da nessuna parte” recitava. Vernice nera sulle pareti bianche. Uno sfregio.

Ma si possono osservare stupidaggini simili ovunque.

Parole sgrammaticate, dichiarazioni d’amore eterno, giuramenti d’amicizia, sberleffi, codici giovanili, semplici scarabocchi.

Il desiderio si manifesta: è obbligatorio rendere pubbliche le proprie vocazioni e i propri sentimenti, e realizzare una specie di Facebook di vernice, un social network collettivo di manifestazioni intime.

Una girandola di banalità, di frasi canzonettistiche contemporanee, di disegni- scarabocchi- replicati.

Tradotte in realtà quelle scritte sono grida d’aiuto. Sono SOS lanciati al cielo e alla comunità degli uomini.

Segnali di fumo e di luce per dire “io sono qui”. Io esisto. Non mi vedete? E io imbratto.

Non c’è scampo alla solitudine. I padroni del vapore hanno creato il consumatore perfetto, solo e indifeso contro una realtà mostruosa. Deve stare al gioco, il gioco delle tribù dei telefonini, dei divertimenti alcolici e collettivi, dell’amicizia retorica tatuata sui bicipiti.

Dell’amore di cartapesta.

Del sesso facile e svogliato fatto solo per raccontarlo.

E quel desiderio, spesso inconsapevole, ma brutale e imprescindibile, di socializzare, di sentirsi parte, di contribuire al mondo, si brucia in una bomboletta di vernice. Uno spray d’illusione.

La certezza d’essere protagonista si traduce in una stupida follia di notti sbronze.

Di bottiglie lanciate contro i monumenti.

Di risse con muscoli pompati da ore di palestre.

Di droghe sintetiche per sentirsi vivi.

Le soluzioni proposte per ovviare al male oscuro della solitudine sono tutte legate al mondo futile e finto ricreato nei laboratori sperimentali dei grandi mezzi di comunicazione di massa, che dettano ormai i tempi, le mode, le consuetudini, le regole.

Lanciano idee finalizzate, in modo subdolo, al consumo, e le fanno divenire un culto, un rito sociale. Tutto rigorosamente a pagamento, s’intende.

La felicità ha prezzi fissati.

Tra qualche tempo al posto della carta dei vini sarà proposta la carta della felicità. Tutto catalogato. Tutto fissato.

Guai a uscire dai meccanismi. Essere belli, individualisti, sprezzanti; pronti per il successo. Cinque minuti di celebrità, e il mondo sarà vostro. Andy Wharol è stato un buon profeta.

Solo il successo vi rende unici, recitano le menzogne televisive.

E gli orchi masticano la gioventù.

Giovani uomini e donne fanno la fila sculettando per partecipare agli show.

Ritengono talentuoso il culo.

Creativo lo sguardo ombroso.

Intelligente la frase fatta.

Ragazze con tacchi da vertigine che camminano torturate, ma si sentono vive, osservate e belle.

Ragazzi con muscoli da toreri e coraggio da conigli. Fanno rime con i rimari online e si sentono poeti. Replicano ritmi con software a basso prezzo, e pensano di essere musicisti.

L’inganno del presente è sottile, perpetuato dalla superficiale esistenza degli adulti.

Loro, i giovani, sono perduti.

Come i barbari che invasero l’impero, gozzovigliano sui resti delle nostre speranze, defecano sui nostri monumenti, bruciano i libri per riscaldarsi, e cercano, insistentemente, un motivo valido per vivere. 

Senza trovarlo.

Le iscrizioni e i gesti vandalici sono urla d’aiuto.

Sono implorazioni d’amore.

Siamo così piccoli e deboli e indifesi di fronte a questa mostruosità che chiamate vita, dicono.

Le famiglie sono gusci vuoti. I centri aggregativi consueti non esistono più. I centri religiosi e quelli politici svuotati, per la loro incapacità di leggere il nuovo corso delle cose.

I ragazzi non vogliono sentire chiacchiere. Non vogliono essere guidati dai vecchi valori. Non hanno interesse per il passato. Non credono nel futuro.

Potrebbero fare tutto, e non fanno niente.

S’inebriano di follia, distruggono, non hanno speranze, sono caustici e graffianti. Se ne fregano dell’arte e dei valori.

Alcuni si salvano, trovando realizzazione invece nelle consuete imprese umane: lo studio, la creatività, il volontariato.

Ma la maggioranza è travolta dalla furia dei tempi.

Sono soli.

Sono indifesi, smarriti, confusi.

La nostra è l’epoca, preconizzata dai King Crimson nel 1969, della schizofrenia collettiva.

La disperazione della solitudine si fa trappola mortale.

Le deboli menti del presente, ottenebrate dai gadget del consumismo sfrenato, non colgono. Vedono solo feste, felicità taroccate e risate da strapazzo.

In realtà siamo dentro un gigantesco inferno, e gli unici a subirne il fuoco sono loro, i ragazzi. Mentre noi continuiamo a giocare a soldati e indiani, senza accorgerci della gigantesca buca pronta ad accogliere quello che resta dell’umanità.

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