Sette murales, sette storie: le voci degli artisti di Pentedattilo

Dal Messico a Cuba, dall’Ecuador alla Calabria: le voci degli artisti di “Tra le mani di pietra”, il festival internazionale che porta sette nuovi murales nel Borgo Nuovo nell’ambito di “Rianimare Pentedattilo” - GALLERY E VIDEO

Tra le mani di pietra

Non sono arrivati a Pentedattilo per dipingere semplicemente una parete. Ciascuno con il proprio linguaggio, la propria storia e il proprio immaginario, gli artisti coinvolti in “Tra le mani di pietra” si sono confrontati con un luogo che ha già dentro di sé una forte identità. E da quella relazione sono nate sette opere diverse, costruite attorno alla memoria del borgo, alle sue tragedie, alle migrazioni, alla natura e alla possibilità di guardare al futuro.

Dal 18 al 29 agosto il Borgo Nuovo di Pentedattilo è diventato così il cantiere del festival internazionale di arte urbana diretto dall’artista ecuadoriano Boris Veliz. Il progetto rientra nelle attività di “Rianimare Pentedattilo”, promosso da Azimut APS in partenariato con Consorzio Ecolandia e associazione Pro Pentedattilo, sostenuto da Fondazione Con il Sud e Fondazione CDP, con il patrocinio del Comune di Melito Porto Salvo.

Ma il modo migliore per capire cosa sta succedendo sulle pareti del borgo è ascoltare chi quei muri li sta dipingendo.

Boris Veliz: «Pentedattilo come luogo di incontro»

È Boris Veliz, direttore artistico del festival, ad aver costruito il percorso che riunisce artisti italiani e internazionali attorno a cinque temi: storia, tragedia, futuro, migrazioni e natura, pensando a Pentedattilo come ad un “organismo vivente”. 

«Sono Boris Veliz e sono il direttore artistico del primo festival di arte urbana a Pentedattilo, dal titolo “Tra le mani di pietra”. Per questo festival sono stati invitati diversi artisti italiani, alcuni residenti locali calabresi e artisti latinoamericani».

L’idea, spiega, è stata quella di lasciare agli artisti la possibilità di confrontarsi direttamente con il territorio.

«Gli artisti hanno avuto modo di sviluppare queste tematiche attraverso il rapporto diretto con Pentedattilo. Ognuno ha studiato il borgo e dato la propria interpretazione attraverso questi temi principali».

Non un’operazione di semplice decorazione urbana, dunque.

«La volontà è che le opere siano interattive con il pubblico, che non siano solamente delle decorazioni, ma che abbiano un senso di dialogo diretto con la comunità attraverso tematiche che riguardano Pentedattilo. Ne abbiamo parlato anche con alcuni residenti, interessati a fare in modo che questi interventi parlassero di loro e raccontassero anche che cosa Pentedattilo dice agli artisti».

Per Veliz il progetto nasce anche da un percorso personale iniziato in Calabria quasi per caso, attraverso la collaborazione con Cadi e Parco Ecolandia, per un murale realizzato per il museo dell’antincendio.

«Da cosa nasce cosa e si sono sviluppate altre collaborazioni. Per questo intervento a Pentedattilo ho accettato perché mi è stata affidata la direzione artistica di quello che è il primo festival in questo borgo. Per il suo significato e perché mi è stata data una certa libertà di azione».

Il suo murale si chiama “Terra d’Incontri” e parte dalla memoria dell’Ostello della Gioventù, per anni luogo di passaggio e incontro.

«Sto cercando di rileggere una sorta di interpretazione dei valori scout nell’ostello, andando a coprire quelle che erano le tracce di quasi trent’anni di loghi scout presenti qui. Ho cercato di mantenere alcuni elementi storici e di reinterpretarli».

Tra questi ci sono la comunità, la cura dell’ambiente e la natura. E soprattutto il colibrì.

«Gli scout hanno come riferimento la storia del colibrì che fa la sua parte. Io l’ho citato anche come linguaggio personale e interculturale, perché il colibrì è l’animale emblema del mio Paese, l’Ecuador».

Il titolo, “Terra d’Incontri”, racconta anche quello che Pentedattilo è diventato per lui.

«Qui in Calabria, per assurdo, sono venuto a ritrovare tante realtà diverse, tra cui un borgo che non conoscevo. Allo stesso tempo ho avuto modo di portare un artista messicano, un’artista cubana e un artista come me dall’Ecuador e vedere come potessero dialogare con gli artisti locali, con gli italiani e con il territorio».

Basik e la mano de “La notte di Lorenzo”

Se c’è un’immagine che appartiene alla ricerca di Basik, Lucio Bolognesi, è quella della mano. A Pentedattilo quella mano incontra la storia più drammatica del borgo.

Il suo intervento si intitola “La notte di Lorenzo” e richiama la tragedia degli Alberti del 1686.

«Il progetto che ho portato a Pentedattilo è basato sulla tragedia degli Alberti, avvenuta nel paese nel 1686. Il soggetto rappresenta una mano con tinte molto virate verso il rosso, perché vuole rappresentare la sanguinosità dell’evento».

La mano, però, non è un elemento occasionale. È il segno attraverso cui Basik costruisce da anni il proprio lavoro.

«Chi mi conosce sa che gran parte della mia produzione si basa sulla gestualità delle mani. La mano nasce da una lunga fascinazione per la gestualità, in primis nella pittura sacra italiana».

La sua ricerca parte dalla tradizione dell’arte religiosa, ma si allarga ad altre culture e alla stessa gestualità quotidiana.

«Ho notato che spesso la mano viene utilizzata per veicolare concetti e idee, non solo nell’arte occidentale, ma anche in altre culture. Oltre a questo, siamo un popolo che parla con i gesti. È stato un po’ unire le due cose: il sacro e il profano. Giocare, a volte, sul dissacrare il sacro e sull’elevare il profano».

A Pentedattilo, però, la mano assume anche la forma del territorio.

«È la mano della montagna, di tutte le leggende che sono nate intorno a questa tragedia realmente esistita».

E per Basik l’invito era difficile da rifiutare.

«Non potevo dire di no a venire a dipingere in un posto il cui nome significa letteralmente cinque dita. Poi, una volta fatta una breve ricerca, mi sono innamorato del luogo. E mi interessava anche la collaborazione con artisti locali e internazionali. È bellissimo riuscire a creare connessioni con artisti nuovi, vedere artisti che già si conoscono e fare rete».

Farid Rueda: «L’arte può aiutare un paese a diventare turistico»

Dal Messico arriva Farid Rueda, artista e muralista abituato a portare il proprio lavoro in luoghi diversi del mondo. A Pentedattilo ha scelto il cavallo come punto di partenza per “Sibari”, opera realizzata con il contributo degli amici di Pietro Milasi.

«Sono Farid Rueda, vengo dal Messico e sono un pittore. Sono qui a Pentedattilo per fare un murale di un Pegaso» si presenta.

L’opera nasce dalla fusione tra una storia antica legata a Sibari e i simboli incontrati dall’artista arrivando in Calabria.

«La storia si basa anche su una storia antica di Sibari, dove il protagonista è un cavallo. Quando sono arrivato qui, nella zona di Reggio Calabria, ho visto tanti disegni e tanti simboli del Pegaso e ho pensato di fare una fusione».

A convincerlo a partecipare è stato Boris Veliz, ma soprattutto il carattere del progetto.

«Mi piace tanto perché è un progetto molto interessante. Preferisco lavorare in progetti dove si impara a riscattare i paesi vecchi».

Rueda ha dipinto in 34 Paesi e vede nell’arte urbana uno strumento che può avere un peso particolare nei piccoli centri.

«Penso che sia importante per la gente che abita qua, forse ancora più che per la gente che vive in una grande città come Milano o Roma, perché lì la gente è abituata a vedere l’arte. Qui invece non c’è tanta gente e l’arte può aiutare un luogo a diventare anche turistico, perché le persone vengono a vedere quello che abbiamo realizzato».

Per lui l’Italia è anche una terra familiare.

«La mia famiglia è italiana e per questo mi piace molto venire in Italia e lasciare un lavoro qui».

Kronos: «Partire, tornare, portare con sé le proprie radici»

Il tema della migrazione diventa il centro del lavoro dell’Associazione Kronos, collettivo formato da Maria Carmela Romeo, Graziella Romeo, Alitz Polgar, Francesco Neri e Lorenza Stellitano.

Il titolo è “Il tempo di restare”.

L’opera mette insieme una bambina, una trottola, una donna anziana e una ragazza con una valigia. Un filo attraversa le figure e lega le diverse generazioni.

«L’idea è nata dal riuscire a trasmettere il concetto di emigrazione, di partenze e di ritorno», racconta Graziella Romeo.

La trottola diventa il fulcro della composizione: «Tutto ruota attorno alla trottola, che rappresenta lo scorrere del tempo. Il tempo gira in maniera ciclica, come le partenze e i ritorni e anche come le generazioni che si susseguono».

La bambina è la versione infantile della donna presente nel murale: passato, presente e futuro si incontrano sulla stessa parete.

«Ci sono tre generazioni: il passato, il presente e il futuro. Tutto si intreccia per trasmettere il concetto di passaggio, emigrazione e ritorno».

Il murale contiene anche un riferimento diretto alla famiglia proprietaria della casa, emigrata in Canada.

La presidente Maria Carmela Romeo spiega: «Il committente teneva molto al fatto che ci fosse anche un’identificazione della famiglia. Sono emigranti in Canada e abbiamo trasformato la tessitura grecanica: la pezzara della nonna si trasforma in foglie d’acero, che rappresentano il Canada, il Paese di accoglienza della famiglia».

È una trasformazione che racconta il modo in cui l’identità può viaggiare senza scomparire.

«Le vecchie generazioni si riconoscono e le nuove generazioni riconoscono il passato attraverso i racconti delle nonne e dei genitori e lo portano con loro nel viaggio. Portano queste tradizioni, le amalgamano un po’ con il mondo e poi le restituiscono con una visione nuova».

Per Kronos, impegnata da circa quindici anni nel territorio di Melito Porto Salvo e nell’area grecanica, il murale è anche una sfida artistica e tecnica.

«Non avevamo mai lavorato ad alta quota. Queste dimensioni ci hanno fatto pensare: affrontiamo questa parete, vogliamo metterci alla prova. Siamo un collettivo pronto ad accogliere le sfide e vogliamo crescere».

Tania Azzar: «I bambini sono il futuro»

In “Nelle sue mani”, Tania Azzar guarda invece alla natura e al futuro attraverso gli occhi di una bambina.

Alle sue spalle, sul muro, c’è il paesaggio di Pentedattilo. La bambina lo osserva e lo disegna.

«Rappresento una bimba che vuole essere un simbolo, può essere tutti noi. Ognuno di noi può avere dentro questa bambina che osserva, si immerge nel paesaggio, lo contempla e cerca di catturarne la bellezza».

Per l’artista, il gesto del disegnare diventa anche un invito alla tutela.

«Il messaggio è cercare di preservare quello che abbiamo attorno attraverso questi piccoli atti gentili. Lei sta disegnando: è un simbolo della contemplazione, della bellezza e del rispetto che speriamo sia sempre più presente nelle nostre terre».

E quella bambina guarda inevitabilmente a ciò che verrà.

«I bambini sono il futuro, quelli che verranno dopo di noi. Saranno loro a conservare quello che noi abbiamo creato, metaforicamente ma anche nella realtà».

Azzar, artista italo-francese, ha scelto di partecipare anche perché vede nell’arte urbana uno strumento per restituire identità ai luoghi.

«Mi è sempre piaciuto valorizzare con l’arte urbana, sia con la street art sia con il muralismo, e dare un mio piccolo contributo per valorizzare il paesaggio. Spesso è deturpato da costruzioni che ormai non hanno più un’anima. Con l’arte e con il disegno possiamo restituire un’anima ai luoghi».

A Pentedattilo, però, c’è anche un altro elemento che l’ha colpita: la dimensione collettiva del progetto.

«Spesso ognuno agisce in solitaria in luoghi diversi. In questo caso, invece, si respira un’aria diversa».

Elena Accenti e Cristian Neri: il fumetto diventa una parete

Per Elena Accenti e Cristian Neri, coppia artistica proveniente dal mondo del fumetto, la sfida era anche misurarsi con un linguaggio nuovo.

Il loro “Il fiore sulla pietra” prende la forma di una gigantesca tavola a fumetti.

«Lei è sceneggiatrice, io sono illustratore, ma collaboriamo sempre insieme», spiega Neri.

«L’abbiamo pensata come un’enorme tavola di fumetti. Quello che si vede sono vere e proprie vignette. Nella parte bassa c’è questa roccia, questa pietra che dà il titolo all’opera. E sulla pietra nasce il fiordaliso di Pentedattilo, che è tipico, unico di questo paese».

Elena Accenti racconta invece il particolare meccanismo di lettura dell’opera: «È un’enorme tavola a fumetti lavorata anche con il concetto dell’urban art. Non è una tavola vera e propria a fumetti, però può essere letta come un fumetto: c’è un senso di lettura dall’alto verso il basso e poi il fiore, che è centrale».

Una parete che può essere guardata da vicino e da lontano: «Ci sono dei punti di raccordo nell’immagine. Uno può partire da lontano così come da vicino».

Per i due artisti si tratta del primo vero debutto su un muro di queste dimensioni. A convincerli è stata soprattutto la scoperta di Pentedattilo.

«Prima di tutto la bellezza, perché noi non conoscevamo Pentedattilo. Quando ci hanno chiamato abbiamo cominciato a vedere delle foto, a studiare Pentedattilo e ci siamo resi conto che è veramente un diamante incastonato su una roccia», racconta Accenti.

Da qui è arrivata anche l’idea del fiore.

«È un borgo che deve essere assolutamente valorizzato. È di una bellezza unica. Ecco da dove abbiamo preso il fiore».

Neri aggiunge: «Il fiordaliso è proprio locale, non si trova da nessun’altra parte. È giusto che venga rappresentato. È bellissima l’iniziativa che sta facendo Pentedattilo con questo progetto, perché merita tantissimo».

Lisley Durañón Ojeda: «Il mare ci unisce tutti»

Il viaggio degli artisti arriva infine a Cuba con Lisley Durañón Ojeda e la sua “La Reina de los Mares”.

L’opera è ispirata a Yemayá, figura della tradizione yoruba legata al mare, alla maternità e alla protezione: «Una divinità afrocubana che rappresenta la maternità e l’amicizia tra i popoli. È conosciuta nella nostra cultura come la regina del mare».

Il mare diventa il punto di contatto tra due luoghi lontani. «Porta un messaggio di solidarietà. Il mare ci unisce tutti. È importante conoscerci, scambiarci, perché a volte non sappiamo quante cose buone possiamo ottenere da persone differenti».

Per Durañón l’arte non può limitarsi alla dimensione estetica: «Gli artisti hanno una missione importantissima: riflettere il proprio tempo. Noi stiamo vivendo tempi molto difficili per tutti e penso che parte dei problemi venga dalla non unità, dalla disunione».

Da qui l’idea di utilizzare l’opera come occasione di incontro: «Penso che unendosi le persone possano trovare grandi cose. Stare qui oggi è come unirmi a Pentedattilo, comprendere la sua storia, condividerla e cercare di mantenerla, di custodirla».

È un principio che accompagna anche il lavoro dell’artista a Cuba, dove collabora con associazioni e progetti rivolti alla comunità, realizzando iniziative insieme ad altri artisti e promuovendo attività culturali e partecipative.

Sette artisti, sette modi di guardare Pentedattilo

Le sette opere non nascono dunque da un unico stile e nemmeno da una visione uniforme. Al contrario, mettono nello stesso percorso la ricerca personale di artisti che arrivano da esperienze e Paesi differenti.

La mano di Basik incontra la montagna e la memoria della tragedia. Il colibrì di Boris Veliz porta a Pentedattilo un frammento dell’Ecuador e della cultura scout. Il cavallo di Farid Rueda attraversa mito e territorio. Kronos racconta la migrazione attraverso le generazioni. Tania Azzar affida a una bambina il compito di guardare e proteggere il paesaggio. Accenti e Neri trasformano il muro in una pagina di fumetto dalla quale emerge il fiore unico di Pentedattilo. Lisley Durañón Ojeda porta invece il mare di Cuba e la figura di Yemayá dentro il paesaggio calabrese.

È questa pluralità di sguardi il cuore di “Tra le mani di pietra”: artisti che arrivano da mondi diversi, incontrano un luogo e decidono di non raccontarlo tutti nello stesso modo.

Il risultato sarà presentato ufficialmente sabato 29 agosto con l’inaugurazione ufficiale, il momento in cui il lavoro degli artisti uscirà dal cantiere per entrare definitivamente nel paesaggio del borgo, rimanendo sulle pareti ed aprendo un dialogo tra chi è partito, tra chi è rimasto e tra chi è tornato. Tra memoria e futuro, tra Calabria e mondo.

About Marina Crisafi
Marina Crisafi è direttrice responsabile di CULT and Social e di Dike Giuridica Editrice, e giornalista per Il Sole 24 Ore. Laureata in Scienze Politiche all'Università degli Studi di Messina, vive e scrive da Reggio Calabria, con un focus su cultura, società e territorio calabrese.
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