That’s the way of the world: tra vinili e futuro, come va il mondo
Un viaggio tra canzoni, immagini e coscienza collettiva: ieri sera a SpazioTeatro (RC), Fulvio D'Ascola ha portato in scena un racconto emotivo e lucido su come va il mondo, dal dopoguerra all’intelligenza artificiale
C’è una domanda semplice, quasi disarmante, che attraversa generazioni, dischi in vinile, immagini in bianco e nero, schermi digitali e IA: come va il mondo? Ed è da questa domanda che prende forma That’s the way of the world, l’evento di infotainment andato in scena ieri sera a SpazioTeatro, con Fulvio D’Ascola unico protagonista di un one man show capace di unire musica, memoria e riflessione sociale.
In un’atmosfera intima, fatta di luci soffuse e di una scena volutamente essenziale – popolata da dischi, monili, un peluche, uno sgabello – il sociologo ed esperto musicale ha guidato il pubblico in un viaggio cronologico ed emotivo.
Un viaggio tra musica e storia
Un racconto che si è snodato come una lunga playlist dell’esistenza collettiva. Da Lucio Battisti e la gentilezza rivoluzionaria delle sue canzoni a Rino Gaetano e al suo sguardo ironico e spietato sul Paese, passando per David Bowie, i Bee Gees, la soul music americana, la Motown. E poi i Dik Dik, le sigle televisive, 90° minuto, gli spot pubblicitari come quello iconico del Cinzano, la radio come vero volano di conoscenza e intrattenimento per intere generazioni.
In una sorta di “montagne russe in cui lo spettatore diventa un po’ gioia, un po’ dolore, un po’ allegria, un po’ tristezza” come le ha definite lo stesso D’Ascola, la musica ha fatto da chiave di lettura del mondo: per raccontare le migrazioni, la discriminazione razziale, l’apartheid, le stragi degli anni di piombo, ma anche i sogni, il boom economico, la domenica vissuta attorno al momento “sacro” della partita ascoltata alla radio.
Lo spazio che diventa luogo
«Lo spazio è un fatto geografico, il luogo nasce quando si scambiano emozioni», ha spiegato D’Ascola aprendo idealmente la serata. E lo SpazioTeatro, nel giro di pochi minuti, si è trasformato in un luogo vivo, attraversato da storie condivise e dall’interazione del pubblico. Un ringraziamento sentito è andato a chi rende possibile tutto questo dietro le quinte: tecnici, operatori culturali, chi custodisce e anima gli spazi indipendenti, come Gaetano Tramontana e l’associazione SpazioTeatro.
Oggetti, dischi e imprinting generazionali
Ogni oggetto in scena è diventato un pretesto narrativo, un frammento di vita. Uno storyboard per spiegare “That’s the way of the world”, come va il mondo, titolo, peraltro, ispirato da una canzone degli Earth Wind and Fire. Un disco del 1975, rovinato dal nastro adesivo usato per ripararlo, che racconta un’epoca in cui si finiva per comprare poi una seconda copia dello stesso album dà vita all’esordio dell’infotainment. Per poi spaziare subito dopo sull’indimenticabile concerto di Pino Daniele a Reggio Calabria nel 1978, davanti a poche decine di persone. E, ancora all’aneddoto personale legato alle Olimpiadi di Monaco del 1972, vissute da bambino. Episodi che diventano imprinting, come l’esperienza dolorosa di una violenza razziale vista da vicino, e che spiegano un amore viscerale per la soul music: colonna sonora di riscatto, denuncia e dignità.
What’s going on? Una domanda ancora aperta
Al centro del racconto, l’album What’s Going On di Marvin Gaye. Usciva nel 1971, parlava di guerra, fame, inquinamento, droga. Parole che Nelson Mandela avrebbe citato anni dopo. «Siamo nel 2025 – osserva D’Ascola – cosa è cambiato davvero? Forse niente». Una riflessione amara, che attraversa anche il tema del mare, da spazio di vita e libertà a tragica frontiera delle migrazioni, vera e propria “bara” per molti.
Dalla televisione all’intelligenza artificiale
Il viaggio è proseguito tra Canzonissima, Festivalbar, i primi sceneggiati televisivi, i Genesis di The Lamb Lies Down on Broadway, fino ad arrivare al presente. Una società ipertecnologica, sorvegliata, in cui siamo diventati dati, codici, volti nei sistemi di riconoscimento facciale.
D’Ascola ha messo in guardia dal social dilemma: la dopamina indotta dai like, la gratificazione artificiale dei follower, il rischio di smettere di guardare il mondo a 180 gradi per fissarlo a 60. «Dobbiamo tornare ad alzare gli occhi, guardare il cielo, le persone. Coltivare l’intelligenza emotiva e quella creativa, soprattutto nei giovani».
Un viaggio emotivo condiviso
That’s the way of the world è stato, come lo ha definito lo stesso D’Ascola, «una giostra emotiva»: gioia e dolore, leggerezza e profondità, intrattenimento e indagine sociologica. Un format nato dal desiderio di raccontare storie attraverso canzoni, oggetti e immagini, perché «le canzoni sono immortali – ha spiegato – raccontano sempre lo spezzone di società in cui nascono. Oggi la tecnologia ha cambiato tutto, dall’autotune all’intelligenza artificiale, ma la musica, quella vera, continuerà a vivere».
Così va il mondo
Alla fine, un pensiero va alla città. Reggio Calabria ha bisogno di luoghi come SpazioTeatro: realtà indipendenti, radicate nel tessuto sociale, capaci di creare cultura dal basso. «Non conta la quantità, ma la qualità», ha ricordato D’Ascola citando Arbore. Servono visione, competenza e dialogo tra chi fa cultura e le istituzioni.
E tra sorrisi e riflessioni, canzoni e immagini, il messaggio finale resta semplice e potente: dare amore, praticare gentilezza, continuare a interrogarsi. Perché così va il mondo, sì. Ma «capire come va, partendo da un oggetto, da frame della nostra vita che diventano riflessione, distribuzione di conoscenze ed emozioni, soprattutto per i giovani, è un modo per provare insieme a cambiarlo, per ritrovarci – ha concluso Fulvio D’Ascola – per ritrovare questo nostro senso del vivere, col sorriso, con i ricordi, con la musica, viaggiando sempre verso l’alba, verso la bellezza che arriverà il giorno dopo».