Tobia Assumma e il calcio che educa

Intervista a Tobia Assumma, responsabile dell’attività di base della Lazio: educazione, crescita personale e modelli europei per formare i giovani attraverso il calcio

Tobia Assumma

Giovedì 18 dicembre, il tempo scorre verso le Festività Natalizie e la città si riempie nel ritorno di professionisti che lavorano in altre sedi. Da Formello a Reggio Calabria, quasi come un volo di aquila che plana dal terreno di gioco fino ai tavolini di un bar, con i colori biancocelesti della Lazio, società calcistica che ha un suo fascino ed una storia particolare e si immerge in una città sonnolenta calcisticamente nel calcio dilettante.

L’incontro con Tobia Assumma, responsabile dell’attività di base della Lazio è un continuo dialogo, guardando al suo presente ed al futuro, per comprendere l’importanza dell’attività di base del calcio giovanile. Il suo passato da allenatore nel settore giovanile della Reggina fa parte di una tappa della sua carriera che ha trovato la dimensione migliore alla corte della società di Lotito. Il calcio è in fase di trasformazione, l’avvento dei procuratori, anche a livello giovanile, segna il tempo in cui ogni giovane è un “potenziale” talento, che si infrangerà nell’utilizzo da under in serie D, per poi svanire nel nulla. Con Tobia è bello dialogare sull’organizzazione del lavoro nel settore di attività di base del calcio.

Com’è strutturato il settore dell’attività di base della Lazio?

“E’ strutturato in modo articolato, con un’area tecnica e un’area psicologica con psicologo dello sport con sette collaboratori; lo staff tecnico è composto da allenatore in prima, allenatore in seconda, preparatore atletico e preparatore atletico in seconda e due dirigenti e c’è sempre presente in campo uno psicologo”.

Esiste l’obiettivo da raggiungere con i ragazzi nel loro approccio al calcio?

“L’obiettivo dipende dall’indirizzo e dall’idea che vuole dare la società stessa al settore giovane. Noi, per esempio, facciamo tanta attenzione all’aspetto sociale, all’approccio che hanno i ragazzi anche fuori dal calcio. La proprietà si impegna in maniera particolare nella persona della dottoressa Mezzaroma, Presidente della Fondazione Lazio, che è molto impegnata sul sociale, combatte tanto il bullismo, il cyberbullismo e organizziamo tante riunioni in cui si coinvolge il settore giovanile. Il primo obiettivo che ci poniamo non è quello di produrre giovani calciatori, pur essendo un’azienda che fa calcio, anche perché nella famosissima statistica uno su cinquantamila riesce a diventare calciatore professionista. Noi lavoriamo per prepararli ad affrontare il mondo.”

La nuova generazione, tra scuola e sport, ha paura del sacrificio?

“Sì, io colloco le tre agenzie educative della vita dei nostri ragazzi, che sono la scuola, la famiglia e lo sport, tutte e tre sono molto importanti e tutte e tre influenti.” Sono anche in po’ in crisi? “Sì, in crisi, il rapporto in relazione al mondo che oggi non è facile affrontare.”

In merito al tema tattico ed agonistico come si approcciano questi ragazzi?

“Oggi dobbiamo partire dal presupposto che il calcio moderno richiede calciatori pronti a livello cognitivo. È finita l’era del calciatore istintivo, quello che aveva una dote particolare e vinceva le partite. Oggi il calcio ha una prevalenza tattica molto importante, per cui un calciatore deve essere prima di ogni cosa sveglio, pronto a livello cognitivo mentalmente reattivo. Esistono le doti condizionali, le doti tecniche, per cui l’aspetto mentale è una base fondamentale per la formazione del giovane, gli allenamenti, oltre i lavori specifici, comprendono una parte cognitiva importante.”

Da quale età si inizia questo percorso?

“Si parte dai piccoli e si usano tecniche di allenamento e di gestione del gruppo, vedendolo anche come un gioco e coinvolge anche in gergo scolastico una didattica non deduttiva o induttiva. Cerchiamo sempre di lavorare sull’induttivo, per far risolvere i problemi all’individuo, noi poniamo un’esercitazione dove c’è un elevato o meno grado di difficoltà. Un carico cognitivo che loro devono risolvere in maniera autonoma. Non si dà mai la soluzione al problema che un giovane calciatore può avere e ci sono nuovi allenatori che attuano correzioni minime durante la fase di crescita, non dimenticando che si opera su un range di età cha va dai sei ai quattordici anni.”

Parli sempre dal punto di vista anche tattico?

“Diciamo che non è possibile applicare schemi di gioco a quell’età. Però c’è tanta tattica individuale che ovviamente va affinata con il tempo”.

Si lavora di più rispetto al passato su tutto quello che è l’aspetto atletico e del processo mentale rispetto alla tecnica?

“E’ così, nel calcio professionistico la performance è importante e si analizzano dati del calciatore, con Gps ed elettronica. Noi agiamo nella fase primaria dell’approccio al gruppo prima, e poi nel proseguimento dei percorsi in base all’età. Quando indirizzo i miei allenatori, quando facciamo le riunioni tecniche per essere pronti e affrontare i processi mentali, dico sempre che quando loro strutturano una esercitazione deve contenere una percentuale di percezione. E’ importante nelle fasi di approccio al lavoro da svolgere sul campo applicare le fasi di Analisi, Decisione ed Esecuzione ed infine efficienza, con la Tecnica che diventa l’anello finale della catena.”

Nel settore giovanile della Lazio ci sono da seguire anche due under della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

“Certamente, Valerio Farcomeni nella squadra Primavera e Cristian Sergio nell’under 14, sono calciatori di buona prospettiva.”

Esistono dei criteri selettivi per il settore giovanile?

“Sì, ed in base a questa esperienza, mi è rimasta impressa la testimonianza dell’allenatore Francesco Baldini, che nella sua tesi del Master Uefa Pro cita la sua visita a Barcellona nella famosa Cantera e si confronta con il responsabile delle attività di base e gli fa una domanda – qual è il criterio selettivo che il Barcellona attua per selezionare i giovanissimi calciatori. Lui risponde dicendo: la frequenza, la rapidità e se un calciatore prima di ricevere la palla ruota la testa a destra e a sinistra. Non cita per nulla la tecnica, perché è un elemento allenabile, mentre quello dell’aspetto cognitivo no”.

Occupazione degli spazi e azione sulle seconde palle, ma con calciatori che hanno tecnica e velocità nel saltare l’uomo, un po’ come l’Arsenal con Rice e Saka.

“Questo tipo di gioco nasce proprio da esperienze vissute dall’allenatore dell’Arsenal Arteta, che ha allenato la Cantera del Barcellona ed era discepolo di Guardiola. Tutta quella scuola che ha cambiato il calcio che parte da Cruijff”.

 

Il viaggio nel mondo del calcio giovanile si conclude con i riferimenti a grandi allenatori, ma rimane sempre un sistema calcio da rinnovare nei settori giovanili, Tobia Assumma sorride, la Lazio e Roma sono l’altra parte della sua vita e Reggio Calabria è sempre il luogo del cuore e della famiglia, in un mondo sportivo in cui, sui campi di gioco di Formello, le attività di base giovanili diventano istituzioni educative.

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