Tra due mani il futuro di una comunità: Reggio abbraccia il monumento ai Caduti di Nassiriya

Inaugurato ieri al Waterfront di Reggio Calabria, il monumento dedicato ai Caduti di Nassiriya realizzato dall'Accademia di Belle Arti e collocato nell'area antistante la Pinetina Genoese Zerbi - GALLERY

Non è soltanto una scultura. È un incontro. Un gesto sospeso nel tempo che prende forma sul Lungomare Falcomatà e affida alla città un messaggio di memoria, protezione e speranza. Da ieri pomeriggio il waterfront di Reggio Calabria ospita il monumento dedicato ai Caduti di Nassiriya, realizzato dall’Accademia di Belle Arti e collocato nell’area antistante la Pinetina Genoese Zerbi.

L’opera in bronzo, alta oltre due metri, cattura immediatamente lo sguardo di chi passeggia sul lungomare: un Carabiniere in alta uniforme tende la mano a un bambino. Una scena semplice solo in apparenza, capace invece di racchiudere il senso di una presenza costante accanto alla comunità.

A spiegare la filosofia che ha guidato il progetto è stato l’autore, il professor Luigi Citarella, docente di Tecniche artistiche della scultura all’Accademia di Belle Arti.

«L’opera vuole rappresentare il rapporto che l’Arma dei Carabinieri ha con la comunità di Reggio Calabria e con l’intero Paese. Il Carabiniere, con il suo mantello, protegge il bambino; osservata da dietro, quella stessa figura si trasforma in un’ala, rendendo il militare un angelo custode che guarda verso il mare e verso la Sicilia».

Il titolo scelto, “Per la gente, tra la gente”, sintetizza perfettamente il messaggio dell’opera. Non una figura distante o celebrativa, ma un simbolo che si colloca accanto ai cittadini. Una presenza che accompagna e protegge.

Durante la cerimonia inaugurale il generale Riccardo Sciuto, comandante della Legione Carabinieri Calabria, ha richiamato il valore umano racchiuso nella composizione artistica.

«Ogni monumento è memoria, è ricordo. L’Arma esiste perché esiste la comunità. L’Arma normalmente non arretra mai, non si ferma mai. Se si ferma, se arretra, è perché deve aspettare qualcuno: una figura fragile, un bambino al quale il Carabiniere dà la propria mano. È la mano che viene cercata da questo bambino».

Parole che hanno trovato una perfetta corrispondenza nella scultura, dove il dialogo tra le due figure diventa metafora del rapporto tra istituzioni e cittadini.

L’opera è il risultato di un lavoro collettivo che ha coinvolto docenti, studenti e tecnici dell’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, unica in Italia a disporre di una fonderia artistica interna pienamente operativa. Un processo lungo e complesso, sviluppato interamente nei laboratori dell’istituzione reggina e reso possibile anche grazie alla collaborazione dell’Università Mediterranea.

Il direttore dell’Accademia ha evidenziato il significato dell’iniziativa per il percorso intrapreso dall’istituzione.

«Per l’Accademia è un momento importante. Da anni abbiamo avviato un dialogo con il territorio e con le istituzioni e questo monumento rappresenta concretamente il percorso che stiamo portando avanti. Inaugurare un’opera così significativa per un’istituzione fondamentale come l’Arma dei Carabinieri è motivo di grande orgoglio».

Un ringraziamento particolare è stato rivolto alla Caridi Metalmeccanica, che ha realizzato la struttura in acciaio corten che sostiene il monumento.

Dietro la fusione in bronzo si nasconde un lavoro artigianale di grande complessità: dalla modellazione in argilla alla creazione degli stampi, fino alla fusione finale. Un percorso che ha trasformato un’idea artistica in una presenza concreta destinata a diventare parte integrante del paesaggio urbano reggino.

Ma il dettaglio più significativo, secondo Citarella, resta quello che non si vede.

«Più che un’opera, è un gesto. Quel vuoto che rimane tra le due mani, quella del Carabiniere e quella del bambino, rappresenta il futuro. È uno spazio che dobbiamo riempire noi, come comunità. Sullo sfondo si riconosce lo skyline della città: il Carabiniere non sta sopra di noi, ma è con noi. Ci aiuta e vigila come un angelo custode».

È proprio in quel vuoto, nello spazio che separa e allo stesso tempo unisce le due figure, che il monumento trova il suo significato più profondo: non soltanto ricordare chi ha sacrificato la propria vita a Nassiriya, ma indicare una strada fatta di responsabilità condivisa, fiducia e impegno verso le nuove generazioni.

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