Un cerchio di musica e memoria: il racconto sonoro di Fulvio Cama al ReggioSud

Un viaggio tra mito, musica e identità: Mousikarché di Fulvio Cama insieme al suo ensemble di musicisti, ieri sera ha incantato il Circolo ReggioSud riportando l’uomo alle sue origini, attorno al fuoco del racconto (Foto e video)

Fulvio Cama Circolo ReggioSud

Il tempo ieri sera ha smesso di scorrere in avanti e si è fatto cerchio. Un cerchio fatto di suoni, racconti e memorie antiche. Con Mousikarché, sabato 24 gennaio, Fulvio Cama ha guidato il pubblico del circolo ReggioSud, in un viaggio musicale e narrativo che ha attraversato la storia dell’umanità, riportando la musica al suo significato più profondo e originario.

Mousikarché: quando la musica diventa origine

Mousikarché è un progetto che nasce già nel nome. Fulvio Cama lo ha raccontato come un incontro tra due idee fondative della cultura greca: la mousiké, intesa non come semplice musica ma come insieme di arti, poesia, canto, danza e sapere; e l’arché, il principio, l’origine da cui tutto prende forma. «La domanda che attraversa tutto lo spettacolo – ha esordito Cama – è forse la più antica di tutte: quando l’uomo ha cominciato a cantare? Quando, oltre a nutrire il corpo, ha sentito il bisogno di nutrire lo spirito». È la domanda da cui ha preso avvio un viaggio che non ha seguito una scaletta tradizionale ma una vera e propria “stratigrafia sonora”.

La preistoria che “vibra”

Sul palco, Fulvio Cama, insieme alle percussioni di Giuseppe Maira, ha cominciato dando vita ai suoni delle epoche più remote mostrando e suonando strumenti arcaici e primordiali: l’arco preistorico, dove la bocca diventa cassa armonica; il marranzano di canna; la sanza; il flauto con la sua “ancia”.

Strumenti essenziali, naturali, capaci di trasformare il respiro e il tocco in vibrazione. Musica che nasce dal corpo umano, prima ancora che dalla tecnica.

Cama ha raccontato come, nelle comunità preistoriche, il suono accompagnasse la trasmissione del sapere: le cantilene ripetute come forma di didattica orale, i tamburi a scandire i cicli delle stagioni, della caccia, della vita. Anche l’arco, primo strumento tecnologico dell’uomo, nato come strumento di morte, diventa suono, vibrazione, musica.

Accanto alla voce, un altro elemento fondamentale: la danza. Il movimento del corpo come estensione del ritmo, parte integrante di quel rito collettivo che, dopo una giornata di fatica, riuniva la comunità attorno al fuoco. Un rito che ha continuato a vivere per migliaia di anni, anche da noi, con le famiglie riunite intorno al “braciere”.

Dalla Grecia antica allo Stretto: Seikilos e i Bronzi

Il viaggio è poi approdato nel mondo greco, con il racconto dell’Epitaffio di Seikilos, il più antico spartito musicale completo giunto fino a noi perché inciso sulla pietra.

La musica ha quindi preso nuove forme grazie all’ensemble che ha accompagnato Cama: le percussioni del maestro Giuseppe Maira, poi l’ingresso sul palco di Maria Spanti al fagotto e Giada Carella al violoncello. Musicisti e musicantore, partiture e improvvisazione: due mondi che si incontrano e si completano.

Tra i brani proposti, Asprumunti e Mungibeddhu, una vera e propria “ode” alla nostra montagna sacra e una preghiera musicale dedicata all’Etna, forza sacra di fuoco che domina il Mediterraneo. Poi Lo sa soltanto il mare, tratto dalla colonna sonora della Metaconferenza sui Bronzi di Riace, perché – come ha ricordato Cama – la verità su quelle statue la conosce solo il mare che le ha custodite.

Fata Morgana, Narada e i miti

Uno dei momenti più intensi è stato il canto della Fata Morgana, su testo in lingua latina del grande latinista Diego Vitrioli, amico di Giovanni Pascoli. Un mito che, come ha spiegato Cama, pare non sia affatto celtico ma che affondi le sue radici nello Stretto, tra i Morgeti e le antiche popolazioni di questa terra.

Il viaggio è poi sceso nella Calabria grecanica, tra le fiumare dell’Amendolea, con la Narada, figura mitica dai piedi d’asina e dal corpo di donna. Un mito che custodisce, nella sua durezza, una verità storica e antropologica: l’isolamento delle comunità grecaniche, la conservazione della lingua, ma anche le conseguenze genetiche di una vita chiusa, di matrimoni tra consanguinei e di malformazioni. Tutto tramandato solo attraverso la memoria orale.

Il Circolo ReggioSud come presidio culturale vivo

Lo spettacolo si è inserito nel percorso del Circolo ReggioSud, che continua a essere presidio culturale in una periferia dove le occasioni di cultura non sono scontate. Il presidente Demetrio Delfino ha sottolineato come ReggioSud sia «un luogo che tiene insieme politica, creatività, solidarietà e intrattenimento, uno spazio aperto dove la cultura non è consumo ma relazione, e dove la musica di stasera dimostra che l’aggregazione è ancora possibile».

Un cerchio che resiste al tempo dei social, degli schermi e dell’isolamento.

Pampalarìa: brillare di luce propria

Il messaggio finale di Mousikarché è racchiuso in una canzone in dialetto: Pampalarìa, la lucciola che sfida la luna. Simbolo di chi brilla di luce propria anche con risorse minime, senza riflettere quella di altri.  Un invito a recuperare identità, dignità e senso di comunità. A sentirsi parte della stessa tribù, attorno allo stesso fuoco. «Le emozioni che ci scambiamo – ha detto Cama – valgono più di qualunque Mastercard, di qualsiasi ricchezza materiale».

Hasta siempre, comandante

Il concerto-racconto si è concluso, a gran richiesta del Circolo, con la canzone dedicata a Che Guevara. Hasta siempre, Comandante. Un saluto che è anche una promessa: non abbassare la testa, continuare a brillare, continuare a raccontare. Come continuerà a fare Fulvio Cama, nei prossimi giorni in Australia per divulgare questo progetto, con il fine ultimo del “recupero dell’identità, dell’orgoglio di quello siamo, perché è necessario raccontare a chiunque, ma prima di tutto ai nostri conterranei e ai giovani che vogliono scappare la fierezza di questa nostra cultura millenaria, che sta lì sopita e spesso non conosciuta”. Per ritrovare quel cerchio, quel fuoco, le nostre origini. 

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