Una piuma nel vento per i martiri del mare
Intervista a Francesco Piobbichi sull’iniziativa del 28 febbraio a Reggio Calabria: sepolture simboliche con una “piuma di libertà”, mappatura del DNA e petizione su Change.org per dignità e giustizia ai migranti morti dopo il ciclone Harry
“Tempo sei maestro
per chi ti ama e per chi ti è nemico
sai distinguere il bene dal male…”
È una poesia a parlare, prima ancora delle parole degli attivisti. Una poesia trovata nel portafogli di Segen, un ragazzo morto appena sbarcato a Pozzallo dopo essere stato soccorso dalla nave Open Arms. Una poesia che invoca il tempo come giudice della storia e si chiude con un saluto e un auspicio: “Vittoria agli oppressi”.
Oggi, mentre il mare restituisce i corpi dei migranti travolti dal ciclone Harry, quella poesia diventa simbolo, risuona come un atto di accusa e insieme come una consegna. È da qui che prende forza l’iniziativa rilanciata ieri, 28 febbraio, a Reggio Calabria nel corso dell’iniziativa “Rompere il silenzio” al Centro Sociale Angelina Cartella di Gallico, tappa conclusiva della Carovana dei migranti per una Calabria aperta e solidale.
Rompere il silenzio
Un evento dal titolo evocativo “Mare NMostrum” nel terzo anniversario della strage di Cutro, per dare voce ai parenti delle vittime, alle associazioni e ai tanti corpi senza nome che stanno riemergendo sulle nostre coste. Una vera e propria “strage” che, secondo le associazioni impegnate nel soccorso dei migranti potrebbe ammontare ad almeno mille vittime.
In questo contesto, nei giorni scorsi, Francesco Piobbichi, disegnatore sociale e operatore di Mediterranean Hope – il programma migranti e rifugiati della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia – aveva lanciato su Facebook un appello che è insieme denuncia e proposta concreta: chiedere la mappatura del DNA dei corpi senza nome e apporre un simbolo sulle loro tombe. Una proposta che è stata rilanciata con forza durante l’evento di ieri.
“Non lapidi senza nome, ma martiri”
“Chiediamo alla società civile calabrese e siciliana di mettere un simbolo su queste tombe e di chiedere la mappatura del DNA delle vittime senza nome”, ha spiegato Piobbichi nell’intervista rilasciata a CULT.
Il simbolo è potente e semplice: una piuma di libertà cinta da filo spinato.
“Una piuma di libertà che ricordi i martiri e gli assassini a chi passerà davanti a quelle lapidi. Non seppelliamo queste persone in lapidi senza nome, ma come martiri. Martiri della libertà uccisi dalla violenza della frontiera dei governi europei”.
Il cuore della proposta è doppio: identificare i corpi e garantire una sepoltura degna. Restituire identità e memoria a chi rischia di restare solo un numero.
La memoria come terreno di decolonizzazione
Il lavoro sulle lapidi, ha raccontato Piobbichi, non nasce oggi. È un percorso collettivo iniziato anni fa a Lampedusa, dove alcune lapidi sono state risistemate per avviare una riflessione sul significato della memoria.
“Anche il terreno della memoria è un terreno colonizzato”, afferma. “Sia nella forma del ricordo istituzionale sia nella forma della cancellazione. Sono all’antitesi, ma spesso producono la stessa retorica che annulla la soggettività e le responsabilità.”
Cita la contraddizione tra la legge che ricorda la strage del 3 ottobre e le politiche di chiusura delle frontiere o gli accordi con la Libia. Contesta una narrazione che individua negli scafisti il male assoluto senza interrogare le responsabilità di chi chiude le frontiere costringendo le persone al mare.
Per Piobbichi, i corpi senza nome sono “corpi di reato”, espressione di una “necropolitica delle frontiere”. Lavorare sulle lapidi significa allora compiere un atto di decolonizzazione della memoria e di ribellione all’impotenza.
La storia di Segen e la nascita della piuma
La piuma nasce da un’esperienza concreta.
“Ero in un salvataggio della Open Arms. Tirai su dal mare un ragazzo che si chiamava Segen. Era claudicante. Quando lo sollevai, era leggero come una piuma.”
Una volta a bordo si scoprì che era ridotto pelle e ossa. Arrivati a Pozzallo, morì appena toccata terra. Era stremato dalla tubercolosi e dalla fame, dopo la detenzione in Libia.
Nel suo portafogli fu trovata la poesia dedicata al tempo.
“È una poesia molto struggente. Invoca il tempo che lo sta consumando, ma dice anche che il tempo è giudice della storia” ha narrato Piobbichi.
Da quell’immagine – quel corpo leggero come una piuma – nasce il simbolo: la libertà del movimento negata a chi è nato “dalla parte più oppressa del mondo”, il filo spinato come frontiera che uccide.
“È un martire della libertà del movimento, nato dalla parte più oppressa del mondo, rinchiuso senza colpa in un lager e ucciso dalla frontiera” ha chiosato Piocchichi.
Mappatura del DNA: il diritto a essere riconosciuti
Accanto al simbolo, la richiesta istituzionale: l’immediata mappatura del DNA dei corpi recuperati.
Piobbichi ha rammentato che dopo il grande affondamento dell’11 ottobre 2013 – con quasi tutti siriani – il governo avviò il riconoscimento dei corpi, ma quella pratica non è stata resa sistematica.
“Un essere umano, anche senza nome, deve avere la possibilità di essere riconosciuto. Non è un cane morto lungo la strada.”
Il riconoscimento significa anche consentire alle famiglie di sapere, di elaborare il lutto, di avere un luogo dove portare un fiore. Significa interrompere la disumanizzazione dei morti, che coincide – ha avvertito – con la limitazione dei diritti dei vivi.
La petizione e l’appello alle istituzioni
L’iniziativa è accompagnata da una petizione su Change.org dal titolo: “Ciclone Harry: dignità, giustizia e memoria per i migranti morti in mare!”.
Nel testo si afferma che la scia di cadaveri non è frutto del fato, ma conseguenza di politiche migratorie che hanno criminalizzato la solidarietà e l’accoglienza.
Le Chiese valdesi di Reggio Calabria e Messina, insieme a La coperta della memoria (Palmi, RC), Abarekà Nandree OdV, Piccola Comunità Nuovi Orizzonti (Messina), con l’attiva partecipazione della società civile riunita a Reggio Calabria il 22 febbraio 2026, chiedono con forza l’intervento di: Associazione Nazionale Comuni Italiani, Questure calabresi e siciliane, Regione Calabria, Regione Sicilia, Ministero dell’Interno, Presidenza della Repubblica.
Le richieste sono precise: riconoscimento immediato dei cadaveri tramite DNA, impegno a rintracciare le famiglie, sepolture dignitose con un simbolo che le renda “pietre di inciampo” per la società civile.
E la “piuma di libertà per ogni vita uccisa dalle nostre frontiere” è il segno scelto.
La memoria è processo vivo
Si tratta di “rammemorazione collettiva” ha spiegato ancora Piobbichi, perché “la memoria non è fissa è un processo vivo che interroga il futuro oltre che il passato”.
“Non esistono personaggi di serie A e di serie B nella memoria”, ha rincarato, invitando a ragionare su Gaza e Lampedusa come spazi che permettono di “decolonizzare lo spazio della memoria”.
Il lavoro si estende anche alla memoria dei braccianti morti nei ghetti, per freddo, incendi, incidenti o malattia. “La frontiera non è lontano da noi”, ha sottolineato, richiamando anche la realtà di San Ferdinando e le condizioni di chi sopravvive al mare ma resta segnato da violenze e abbandono.
“Cominciamo dai nostri cimiteri”
La proposta è semplice e radicale: guardare i cimiteri della Calabria e della Sicilia, individuare le tombe dei migranti, prendersene cura.
“È una proposta minima solo in apparenza. In una fase di guerra, genocidi e necropolitica, dire che queste persone contano è accendere una luce nel buio generale” ha insistito Piobbichi richiamando la dimensione collettiva dell’iniziativa: non un progetto personale, ma una pratica condivisa, senza firme, senza protagonismi. La stessa piuma non va intesa come un’opera d’autore, “ma un simbolo trasmesso da Segen”.
Nel silenzio delle spiagge dove il mare continua a restituire i corpi, la piuma diventa un gesto di cura e una presa di posizione. Perché, come scriveva Segen al tempo che giudica, “nulla è irraggiungibile”. E la dignità può essere restituita, anche dopo la morte.
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