“Viaggio in Armenia” di Mandel’štam: poesia e resistenza in scena

A SpazioTeatro una ricostruzione potente e disarmante, sul palco c'è Silvio Castiglioni per la regia di Giovanni Guerrieri (Fotogallery)

Viaggio in Armenia

Una ricostruzione potente e disarmante è il viaggio che Osip Mandel’štam fa in Armenia, solo in teoria per celebrare i successi dei sovietici. Silvio Castiglioni torna nella “Casa dei racconti 2025-2026” di SpazioTeatro, lascia i classici come “I Persiani” di Eschilo che avevamo visto due anni fa, per omaggiare la storia del poeta russo oggi più letto.

Viaggio in Armenia di Giovanni Guerrieri e Silvio Castiglioni, è ispirato liberamente a “Viaggio in Armenia” di Osip Mandel’štam, sul palco c’è Silvio Castiglioni per la regia di Giovanni Guerrieri, una produzione Celesterosa / I Sacchi Di Sabbia.

L’attore e ricercatore teatrale ha ricordato la genesi di “Viaggio in Armenia” insieme a Fausto Malcovati, docente universitario, ma soprattutto traduttore e critico teatrale, uno dei massimi esperti di teatro e cultura russa che col suo lavoro «Ha aperto le porte nei confronti del mondo russo e del teatro russo». Un lungo parto la pièce che, dopo tanti tanti anni, ha trovato una forma, un’intesa, chiarisce Castiglioni come «Una restituzione per tutto quello che ci ha dato il poeta».

In scena la parola attoriale spetta al libro che non è  in prosa, ma è il datore del racconto, un libro che pazientemente attende di essere scritto, un libro che ha voce e che narra prima di venire al mondo.

E poi c’è la regione armena proiettata con immagini su un panno bianco che ondeggia, con le scene rupestri o le scene di vita, i paesaggi rurali o quelli di città con una cultura viva e palpitante, mentre sotto pelle brulica il sentore dell’oppressore sovietico che lo spettatore non può non percepire.

Vi sono da un lato la voglia di raccontare, che sembra estranea alla guerra e al saccheggio di menti e di cuori, e dall’altro, sul fil rouge del tema di questa stagione de la “Casa dei racconti”, la poesia che invece è intesa come pura e profonda resistenza.

È beffardo, in parte, Osip Mandel’štam quando, un giorno, confessa: «La rivoluzione di ottobre non ha potuto fare a meno di esercitare un’ influenza sul mio lavoro, poiché mi ha tolto la biografia, la sensazione di un significato personale. Le sono grato per aver posto fine una volta per sempre alla sicurezza spirituale e al vivere di rendita culturale».

Il viaggio in Armenia viene imposto al poeta per riscattarsi. Ma la poesia che è la cosa più vicina all’io umano più profondo, porta la follia, l’incanto. E per questo non può mentire, così come Mandel’štam non può celebrare i successi sovietici del piano quinquennale, scopo iniziale del viaggio.

La narrazione da parte del libro cessa, così come i suoi movimenti lenti e posati, si stacca la maschera di cerone che l’accompagna, la voce profonda e cerimoniosa svanisce per lasciare spazio a quella dell’anima più intima del poeta, sussurrata, come la verità. Una scelta quella di non rinnegare i versi perché «sono figli, sono amici, sono carne» che lo porterà all’arresto e alla morte misteriosa, vittima delle purghe di Stalin, a cui il poeta aveva dedicato i versi immortali de “Il montanaro del Cremlino”.

La realtà attuale dei social e dell’intelligenza artificiale stride ferocemente con la convinzione del poeta dichiaratosi apertamente «ostile a tutto ciò che è personale». Le sue opere, non a caso, sopravvivono alla sua scomparsa (non si sa di preciso come sia morto e dove sia stato seppellito) perché la moglie, Nadežda Jakovlevna, ne imparò a memoria i versi portandone la profondità e la bellezza fino ai nostri giorni.

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