Calamizzi: l’antico acroterio d’Italia

Storia, mito e leggenda del promontorio di Calamizzi, antico “acroterio d’Italia”, tra fonti classiche, tradizione cristiana e misteri sommersi dello Stretto

Reggio Bruegel il vecchio Reggio nel disegno di Bruegel Il Vecchio

Quando i Calcidesi approdarono sulle nostre coste, un’incantevole alternanza di montagne, pianure e torrenti si presentò davanti ai loro occhi. Uno spettacolo di querce e verdi larici copriva gli erbosi altipiani, mentre canneti bianchi argentei, ulivi e allori li circondavano e a sovrastare tutto ciò c’era lo stupendo promontorio, presso il quale il sacro fiume Apsia si gettava a precipizio sul mare, che faceva da baia naturale proteggendo la città dagli infidi venti e dalle correnti dello Stretto.

Pallantio, il promontorio di punta Calamizzi

Anticamente denominato Pallantio e definito da Tucidide “acroterio d’Italia”, in omaggio alla bellezza e alla grazia della città, il promontorio di punta Calamizzi, costituiva l’area più antica di Reggio abitata in origine dagli Aschenazi e dagli Ausoni dove, secondo le leggende, si trovava la tomba di Giocasto, figlio di Eolo, mitico fondatore di Rhegion, che perciò mantenne tale nome nei secoli.
L’estesa lingua di terra fu protagonista, peraltro, di altre note leggende.

La morte del poeta Ibico

La prima narra che proprio tra i canneti bianco argentei e le ghirlande di pampini che fiancheggiavano Calamizzi abbia trovato la morte il sommo poeta Ibico, il quale venne aggredito da due ladroni lungo il cammino dalla città natale per raggiungere l’amata Nereide. Prima di spirare, narrano le leggende, Ibico scorse una frotta di gru che, come ogni anno, sorvolavano quello specchio di cielo in cerca di zone più calde dove compiere le loro sublimi danze ed invocò il loro aiuto.

Dopo molto tempo, le “gru vendicatrici” sorvolando la città di Corinto, con le proprie strida acute fecero smascherare i due delinquenti che vennero arrestati e puniti come meritavano per aver ucciso uno dei figli più grandi della Magna Grecia, il quale poté finalmente riposare in pace sulla terra di Calamizzi.

San Paolo e il miracolo della colonna

Un’altra leggenda, suffragata dalle fonti storiche e religiose, narra che durante le feste in onore di Artemide Fascelide, il cui importante tempio fu fondato secondo la tradizione da Oreste e dalla sorella Ifigenia proprio sull’antico acroterio, una nave diretta a Roma con a bordo alcuni prigionieri approdò sulle acque antistanti Calamizzi. Il centurione romano che era al comando, attirato dalle luci della festa, decise di sbarcare portando con sé alcuni detenuti. Fra di essi vi era Paolo di Tarso. Quando l’apostolo giunse fra la gente raccolta nel tempio cominciò a predicare il vangelo con grande meraviglia da parte dei presenti. Ciò che diceva era coinvolgente per tutti, grandi, piccoli, ricchi e poveri e la folla aumentava sempre di più. Questo portò i sacerdoti a scagliarsi contro di lui e a cercare di farlo tacere. Ma il prigioniero chiese di poter parlare il tempo necessario affinché si consumasse un mozzicone di candela posto sul capitello di una colonna. Era, intanto, calata la notte e all’improvviso, una folata di vento scosse la piccola lingua di fuoco, agitandola e piegandola sulla colonna che iniziò ad ardere come fosse un pezzo di legno. Una maestosa fiamma si levò, illuminando i volti della folla sbalordita, mentre San Paolo continuava a parlare, al punto che tutti i presenti caddero in ginocchio, gridando al miracolo e chiedendo a gran voce di essere battezzati. Da quella notte il cuore dei reggini fu toccato dal messaggio del vangelo e la città fu la prima a convertirsi alla fede cristiana. Ancora oggi, nel duomo di Reggio, fra i cimeli più antichi e venerati, vi è un pezzo di colonna con evidenti segni di bruciatura.

La scomparsa del promontorio

Ma né la tomba del vate, né il sacro tempio di Artemide sono sopravvissuti alla gloria dei posteri, perché per la mano avversa del fato e soprattutto per quella funesta dell’uomo, che deviò il corso del Calopinace minandone le basi, il 20 ottobre dell’anno 1562 l’antico promontorio di Calamizzi sprofondò negli abissi dello Stretto, lasciando al suo posto l’omonima spiaggia, dalla quale, certe notti di tempesta, dicono i pescatori, si sentono ancora rintocchi di campane ormai sommerse e sepolte.

I resti sommersi e il silenzio

Tuttavia il mare ha conservato quanto aveva trascinato con sé. Nel novembre del 2007, infatti, un gruppo di sub coadiuvati da alcuni studiosi fece una scoperta sensazionale. Nelle acque dello Stretto, a qualche metro di profondità poco lontano dalla costa, giacerebbero i resti dell’antico tempio di Artemide e le pietre che ascoltarono la prima predica di San Paolo in Italia. Il ritrovamento fu denunciato alla sovrintendenza ai beni storici ed archeologici e suscitò l’interesse dei media locali e nazionali. Ma poi tutto tacque. Così la storia.

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