MuLab, il filo della memoria a Cannitello

Nell’antica filanda Cogliandro la seta torna a raccontare il territorio. A Cannitello ha aperto il MuLab, museo laboratorio dedicato alla storia della seta e delle filande di Villa San Giovanni. Un viaggio tra memoria, artigianato e futuro insieme all’architetto Benedetta Genovese - GALLERY E VIDEO

MuLab

C’è un luogo, affacciato sullo Stretto e custodito nel cuore di Cannitello, dove il passato torna a respirare. Tra mura che per decenni hanno custodito il rumore delle macchine, il calore delle caldaie e il lavoro paziente delle filatrici, oggi prende forma una nuova storia fatta di cultura, laboratori e memoria.

È il MuLab, il museo laboratorio nato all’interno dell’antica Filanda Cogliandro, uno degli ultimi esempi sopravvissuti di quella straordinaria stagione industriale che trasformò Villa San Giovanni e Cannitello nella celebre “piccola Manchester” del Mezzogiorno.

Ad accompagnare CULT in questo viaggio è l’architetto Benedetta Genovese, ideatrice, direttrice e anima del progetto, che ha trasformato un lungo lavoro di recupero in un luogo destinato a restituire identità e futuro a una pagina fondamentale della storia del territorio.

Il museo che ha riaperto le porte della seta

Antonino Cogliandro e Benedetta Genovese

Il MuLab ha aperto al pubblico soltanto da poche settimane, a metà aprile, ma ha già iniziato a richiamare visitatori, scuole e curiosi attratti da un patrimonio rimasto troppo a lungo nascosto.

«Questo spazio nasce come laboratorio perché il MuLab è prima di tutto un museo esperienziale», racconta Benedetta Genovese. «In questo momento siamo partiti principalmente con le visite guidate, ma stiamo già organizzando laboratori dedicati alla seta, al tessile e a molte altre forme di creatività».

Il progetto guarda a tutte le età: bambini, adulti, scuole e appassionati potranno partecipare ad attività che spaziano dalla tessitura alla ceramica, dall’acquerello alle arti manuali.

«La creatività ha sempre fatto parte della mia vita», spiega l’architetto. «Pur avendo una formazione in architettura, ho sempre coltivato la passione per il lavoro manuale e per l’artigianato. Oggi questo percorso incontra il desiderio di valorizzare le competenze di tanti artigiani del territorio».

Un bookshop che racconta gli artigiani

Il primo ambiente del museo accoglie i visitatori con uno spazio multifunzionale: biglietteria, laboratorio e bookshop convivono nello stesso luogo.

Non si tratta però del classico negozio museale: qui tra gioielli realizzati con bozzoli di seta, tessuti, ceramiche, calamite e manufatti artigianali, ogni prodotto sarà accompagnato dalla storia di chi lo ha creato.

«Per ogni artigiano sarà presente una scheda con immagini e QR code per conoscere il laboratorio e acquistare eventualmente i prodotti direttamente da chi li realizza», spiega la Genovese. Più che un negozio, «sarà uno spazio promozionale dedicato alle eccellenze del territorio».

Tra le lavorazioni che troveranno posto nel museo ci sarà anche quella della ginestra, antica fibra vegetale calabrese oggi custodita da pochissimi artigiani.

Dal rudere al museo: un recupero iniziato nel 1992

La storia del MuLab comincia molti anni fa. «Quando abbiamo iniziato a lavorare su questi edifici, nel 1992, la situazione era drammatica», ricorda Benedetta Genovese. «Il tetto era completamente crollato e in alcuni punti non si riusciva nemmeno ad entrare per effettuare i rilievi».

La Filanda Cogliandro apparteneva alla famiglia del marito, Antonino Cogliandro, discendente diretto dei fondatori dello stabilimento nato nel 1896.

Il recupero è stato lungo e interamente sostenuto con risorse private.

«All’inizio volevamo semplicemente mettere in sicurezza l’immobile, che si affaccia sulla piazza della chiesa di Cannitello. Poi, essendo il nostro mestiere, un intervento ha portato a un altro e il progetto è cresciuto anno dopo anno. Tutto con le nostre risorse, non abbiamo ricevuto alcun contributo fatta eccezione per l’allestimento del museo che è stato finanziato dal GAL Batir».

Il progetto, infatti, è sostenuto dal GAL “Batir” attraverso il PSR Programma di Sviluppo Rurale 2014/2020 della Regione Calabria misura 6.2.1, nell’ambito della strategia di sviluppo locale partecipativo.

Oggi il complesso ospita il museo, uno studio professionale e presto accoglierà anche uno spazio dedicato alla ristorazione.

Quando Villa San Giovanni era la “piccola Manchester”

Tutto ha inizio ad ogni modo ala fine dell’Ottocento, quando Villa San Giovanni rappresentava uno dei principali poli serici italiani.

Le ricerche condotte dal museo hanno censito almeno 35 filande tra Villa e Cannitello, mentre diverse fonti storiche parlano di numeri ancora più elevati.

Una concentrazione industriale resa possibile da fattori strategici: la presenza della ferrovia, del porto, dell’acqua abbondante e di vaste coltivazioni di gelsi indispensabili per l’allevamento del baco da seta.

La Filanda Cogliandro era tra le realtà più importanti perché seguiva l’intero ciclo produttivo, dal bozzolo fino al tessuto finito.

La seta prodotta qui raggiungeva mercati internazionali come Lione, Londra e persino Sydney.

Per decenni questo angolo dello Stretto fu un centro industriale vivace e competitivo, fino al progressivo declino degli anni Cinquanta e allo spostamento delle produzioni verso il Nord Italia.

Il gelso, il baco e il museo esperienziale

La visita al MuLab inizia dal giardino dominato da un grande albero di gelso.

Non è una scelta casuale.

«La prima cosa che abbiamo fatto quando sono iniziati i lavori di recupero è stata piantare un gelso», racconta Benedetta Genovese. «Senza il gelso non esiste il baco da seta e senza il baco non esiste la seta».

Qui i pannelli raccontano la gelsibachicoltura e il ciclo vitale del baco, mentre il museo si prepara ad accogliere anche piccoli allevamenti a scopo didattico.

«Qualche anno fa abbiamo già sperimentato con successo un allevamento di bachi da seta e, dopo oltre settant’anni, i bozzoli sono tornati fisicamente nella Filanda Cogliandro».

Toccare la storia con mano

Il cuore del MuLab è l’esperienza diretta.

I visitatori possono osservare reperti originali, fotografie storiche, strumenti di lavorazione e perfino una rara caldaia a vapore utilizzata per alimentare le bacinelle della trattura. Vicino ad essa trovano spazio fotografie d’epoca della famiglia Cogliandro e delle maestranze, strumenti di lavorazione, campioni di seta, bozzoli, materiali storici e testimonianze che permettono di ricostruire l’intero ciclo produttivo dell’arte serica.

«Non vogliamo soltanto raccontare la seta, ma farla vivere», spiega la direttrice del museo. «Chi entra qui può toccare i bozzoli, sentire la consistenza del filo e comprendere davvero cosa significasse lavorare questo materiale straordinario».

Il percorso espositivo si adatta ai diversi pubblici grazie anche a supporti multimediali e contenuti pensati sia per le scuole sia per i visitatori più esperti.

Le donne della seta

Tra le storie custodite dal museo c’è anche quella delle migliaia di donne che hanno reso possibile il successo dell’industria serica.

Le operaie delle filande erano quasi esclusivamente donne.

«La lavorazione della seta richiedeva grande precisione e sensibilità manuale», racconta Genovese. «Servivano esperienza, delicatezza e capacità di riconoscere la qualità del filo con un semplice gesto».

Una memoria sociale che il MuLab vuole restituire insieme a quella industriale.

Un luogo aperto alla cultura

Il museo guarda già ai prossimi mesi con un calendario di attività in continua costruzione.

Laboratori, eventi, presentazioni di libri, incontri culturali e visite guidate animeranno gli spazi interni e il giardino ombreggiato dal grande gelso.

Tra gli appuntamenti già ospitati figura anche l’iniziativa della Piccola Biblioteca sul Mare dedicata al pensiero di Mark Fisher e alla proiezione del docufilm We Are Making a Film About Mark Fisher.

ll MuLab è visitabile attraverso percorsi guidati e attività dedicate a visitatori, scuole e gruppi. Per maggiori info e aggiornamenti sulle attività basta consultare il sito ufficiale.

Una memoria restituita alla comunità

Oggi la Filanda Cogliandro è sottoposta a tutela monumentale e rappresenta una delle testimonianze più importanti della storia industriale dello Stretto.

Per Benedetta Genovese il significato del progetto va oltre il recupero architettonico.

«Non era più possibile riportare qui l’industria della seta così come esisteva un tempo. Ma era possibile restituire alla comunità la memoria di quella storia e trasformarla in cultura, conoscenza e opportunità».

Ed è forse proprio questo il filo più prezioso custodito dal MuLab: quello che unisce passato e futuro, tradizione e innovazione, memoria e comunità. Così, tra le pietre dell’antica filanda e le foglie del gelso che si muovono nel vento dello Stretto, la seta ha ricominciato a raccontare la sua storia.

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