Quanto è lunga la gonna di una strega?
Una riflessione su donne, pregiudizi e libertà, e sul perché una gonna non possa mai diventare una misura della moralità
C’è una domanda che, a prima vista, sembra avere qualcosa di comico: quanto è lunga la gonna di una strega?
Probabilmente nessuno lo sa. Eppure, per secoli, abbiamo cercato di stabilirlo. Abbiamo misurato le donne in centimetri di stoffa, in numero di amanti, in decibel di voce, in età, in rughe, in maternità, in fedeltà, in bellezza. Abbiamo deciso che alcune erano troppo belle, altre troppo libere, altre troppo colte, altre troppo desiderose, altre ancora troppo sole. E quando una donna sfuggiva alle categorie, spesso le trovavamo un nome: strega. La strega è, prima di tutto, una donna che non abbiamo saputo ricondurre all’ordine. Una donna che cura, che conosce le erbe, il corpo, la febbre, il sangue, la gravidanza, la morte. Una donna che possiede un sapere che non passa necessariamente dai libri e che, proprio per questo, può apparire ancora più inquietante. Le chiamavano streghe. Molte erano probabilmente semplicemente curatrici: levatrici, guaritrici, donne depositarie di conoscenze tramandate oralmente, spesso all’interno delle comunità rurali. La loro colpa poteva consistere nell’essere esperte di qualcosa che gli altri non comprendevano o nel possedere un’autonomia che la società non sapeva come controllare. La strega, in fondo, è la prima donna che ci viene in mente quando immaginiamo qualcuno che non chiede il permesso. Non necessariamente una donna cattiva, ma una donna non addomesticata. E forse è proprio questo che rende la figura della strega ancora così contemporanea.
Perché le forme del pregiudizio cambiano, ma il meccanismo è sorprendentemente resistente. Oggi non bruciamo le donne sul rogo. Le commentiamo. Non le accusiamo necessariamente di avere rapporti con il demonio, ma possiamo ancora insinuare che siano troppo disinvolte, troppo appariscenti, troppo indipendenti, troppo desiderabili, troppo poco materne, troppo poco accomodanti. Il rogo è diventato un giudizio. E il giudizio, spesso, ha ancora bisogno di un metro. È difficile non pensare a questo di fronte alle recenti dichiarazioni di un ministro della Repubblica Italiana sulla lunghezza della gonna e sull’affidabilità femminile: parlando della scelta della donna con cui costruire una famiglia, è stata evocata l’immagine di una donna meno appariscente, con una gonna più lunga, come figura di maggiore affidabilità rispetto a una donna più affascinante e appariscente. Al di là delle intenzioni della metafora e della discussione politica che ne è seguita, la domanda che resta, quasi ingenua nella sua semplicità, è questa: da quando la stoffa è diventata una prova morale? Quanto deve essere lunga una gonna perché una donna diventi affidabile? E se la gonna si accorcia di dieci centimetri, diminuisce anche la fedeltà? La stoffa non lo sa. Non sa niente dell’amore, non conosce la lealtà, non ha mai mantenuto una promessa matrimoniale. È semplicemente stoffa. E forse è proprio questa la parte più surreale della faccenda: pretendere di leggere il carattere di una persona dalla superficie del suo corpo, come se bastasse osservare l’orlo di una gonna per arrivare fino all’anima.
Il problema, allora, non è soltanto la gonna. È tutto ciò che la gonna diventa simbolicamente: la donna seria, la donna affidabile, la buona madre, la moglie, la donna che resta, la donna che aspetta, la donna che non fa troppo rumore, la donna che non appare troppo, la donna che non desidera troppo, la donna che non mette in discussione l’ordine delle cose. È un modello antico, quasi archeologico, che sopravvive con una straordinaria capacità di adattamento. Perché il pregiudizio non è mai veramente interessato alla gonna: è interessato al controllo del significato della donna. Una donna può essere bellissima e fedelissima, può essere seducente e leale, può aver avuto dieci amori e saperne custodire uno con assoluta dedizione, può non volere figli ed essere una persona generosa, può desiderare una famiglia e contemporaneamente una carriera, può amare il proprio corpo senza offrirlo a nessuno. Può vestirsi di nero, di rosso, di bianco o di qualsiasi cosa desideri. E soprattutto può essere tutte queste cose insieme. Perché la libertà femminile comincia anche dalla possibilità di essere contraddittorie, di non dover incarnare una figura perfettamente coerente, rassicurante e facilmente classificabile.
Forse dovremmo tornare proprio alla strega, non alla strega delle fiabe, con il cappello nero e il pentolone fumante, ma alla donna che, in un villaggio, conosceva le piante, alla donna che sapeva assistere un parto, a quella che sapeva riconoscere una febbre, a quella che conosceva il corpo femminile prima che il corpo femminile diventasse materia esclusiva di discorsi maschili. La curatrice rappresenta una forma di potere molto particolare: il potere di conoscere ciò che gli altri non conoscono. E ogni potere femminile non riconosciuto ha avuto, storicamente, un prezzo. La donna sapiente diventava strega. La donna sessualmente libera diventava poco seria. La donna che non voleva sposarsi diventava strana. La donna che non voleva avere figli diventava egoista. La donna che non voleva restare in un matrimonio diventava egoista. La donna che parlava troppo diventava isterica, quella che parlava poco diventava fredda, quella che amava molto era ingenua e quella che amava poco era incapace di amare. Sembra quasi che esista una misteriosa regola grammaticale per la quale, qualunque cosa faccia una donna, il giudizio arrivi prima del verbo.
In questo interminabile tribunale dello sguardo altrui, la gonna diventa allora soltanto uno dei tanti strumenti attraverso i quali si tenta di leggere una persona dalla sua superficie. Ma la superficie non racconta quasi mai ciò che pretendiamo che racconti. Una gonna corta non dice nulla sulla fedeltà di chi la indossa, così come una gonna lunga non costituisce una garanzia di lealtà, un abito elegante non certifica la bontà di una persona, così come un abbigliamento sobrio non certifica la sua capacità di amare. La vera affidabilità non si misura in centimetri di stoffa, ma nella distanza, infinitamente meno visibile, fra ciò che una persona promette e ciò che poi è capace di fare, nella coerenza dei comportamenti, nella responsabilità delle proprie azioni, nel rispetto che dimostra quando nessuno la osserva. Queste cose, purtroppo, non hanno centimetri. Ed è forse per questo che sono molto più difficili da misurare.
Quanto è lunga, allora, la gonna di una strega? Forse è questa la domanda che dovremmo porci, non per stabilire se una donna sia rispettabile, ma per capire perché continuiamo ad avere bisogno di misurarla. Perché continuiamo a cercare, nel corpo delle donne, indizi sulla loro moralità, perché un vestito debba ancora diventare una dichiarazione sulla loro disponibilità, sulla loro serietà, sulla loro affidabilità, perché una donna debba continuamente dimostrare di essere abbastanza rispettabile da meritare rispetto. La vera emancipazione, forse, non consiste soltanto nel permettere alle donne di indossare qualunque gonna desiderino, ma nel riconoscere che nessuna gonna, lunga o corta, può essere utilizzata come una sentenza sul carattere di chi la porta.
Perché una donna non è un oggetto da valutare attraverso parametri esterni, né un insieme di caratteristiche che devono risultare rassicuranti prima di poterle riconoscere dignità, rispetto e affidabilità. E allora la domanda iniziale può finalmente ricevere una risposta: quanto è lunga la gonna di una strega? Quanto le pare.