Bambarà Files, sulle onde sonore di un Mediterraneo senza confini
A Villa Zerbi, per il Festival GAIA di Reggio Calabria, ieri sera Sandro Joyeux, Inoussa Dembélé e Mamah Diabatè protagonisti di un viaggio tra blues e tradizioni mandinghe - FOTO E VIDEO
Le corde della chitarra incontrano i suoni ancestrali dell’Africa occidentale, mentre le voci e le percussioni costruiscono un ponte musicale tra continenti e tradizioni. È il viaggio proposto dai Bambarà Files, protagonisti ieri sera, venerdì 30 ottobre, a Villa Zerbi, a Reggio Calabria, nell’ambito del Festival GAIA – Futuro Prossimo | Mediterraneo Presente. Sul palco Sandro Joyeux, Inoussa Dembélé e Mamah Diabatè, tre musicisti uniti dalla ricerca delle radici comuni tra la musica africana e il blues.
Il concerto, promosso con il contributo organizzativo del musicista, selector e live promoter reggino Alessio Laganà, si inserisce nel percorso del festival dedicato al dialogo tra le due sponde del Mediterraneo.
«Abbiamo voluto portare linguaggi musicali che raccontassero il Mediterraneo da entrambe le parti, dalla nostra e da quella africana», ha spiegato Laganà. «Dopo la rivisitazione contemporanea della chitarra battente proposta da Francesco Loccisano, con i Bambarà Files ci spostiamo verso le sonorità dell’Africa occidentale, attraverso musicisti che custodiscono tradizioni tramandate da generazioni».
Le radici della musica e la tradizione dei Griot
Il progetto nasce dall’incontro tra Sandro Joyeux, musicista nomade cresciuto artisticamente tra Francia, Italia, Mali e Maghreb, e due interpreti della tradizione mandinga: Inoussa Dembélé, giovane griot del Burkina Faso appartenente alla storica famiglia Dembélé, e Mamah Diabatè, musicista e cantante maliano che ha collaborato per oltre vent’anni con Rokia Traoré.
Il termine Bambarà richiama l’etnia maggioritaria del Mali e un patrimonio culturale che affonda le proprie radici nella storia dell’Africa occidentale. Al centro del progetto c’è anche la figura dei griot, custodi della memoria collettiva e della tradizione orale, depositari di conoscenze musicali e familiari trasmesse di generazione in generazione.
«I griot sono cantastorie del West Africa. Appartengono a famiglie nelle quali il sapere si tramanda da padre a figlio da secoli. Fin da bambini imparano a costruire gli strumenti, a suonarli e a raccontare attraverso la musica», racconta Sandro Joyeux a CULT.
Un patrimonio che, secondo il musicista, rappresenta una memoria culturale ancora viva: «Sono tradizioni che non hanno libri. La storia delle famiglie viene tramandata oralmente, anche attraverso la musica. I due musicisti con cui suono appartengono a famiglie che esistono da oltre mille anni».
Il dialogo tra chitarra, kamalen’gonì e djelingonì
La particolarità dei Bambarà Files risiede proprio nell’incontro tra strumenti e linguaggi differenti. Alla voce e alla chitarra percussiva di Joyeux si affiancano il kamalen’gonì, un’arpa tradizionale africana, il djelingonì, strumento a corde simile a un mandolino, e il tamà, conosciuto anche come talking drum.
Inoussa Dembélé porta nel progetto la voce, il kamalen’gonì e le percussioni; Mamah Diabatè contribuisce con voce, djelingonì e tamà. Le tre voci si intrecciano in un repertorio che attraversa canti tradizionali dell’Africa occidentale, composizioni originali e classici della musica africana, con riferimenti a Boubacar Traoré e alla tradizione wassoulou.
«La musica è una lunga storia di rami che si incontrano. I saperi sono come le onde: si muovono da una parte all’altra del mondo e devono poter circolare liberamente», spiega Joyeux. «Ci sono percorsi musicali che dall’Asia attraversano i Balcani, la Grecia, la Turchia e arrivano fino al flamenco. Poi c’è la musica africana, che ha un ruolo fondamentale nella storia delle sonorità che conosciamo oggi».
Un viaggio che nel concerto si traduce in un’alternanza di momenti ipnotici e ritmi trascinanti, tra ascolto, danza e partecipazione. La tradizione mandinga incontra così le radici del blues, in un dialogo che supera le distanze geografiche.
Il percorso artistico di Sandro Joyeux
La partecipazione ai Bambarà Files si inserisce in un percorso artistico e umano che ha portato Sandro Joyeux a confrontarsi con culture e musicisti di diversi Paesi. Nel corso della sua carriera ha collaborato, tra gli altri, con Daniele Sepe, Eugenio Bennato e Toni Esposito, partecipando a progetti e spettacoli in contesti prestigiosi, dal Teatro San Carlo all’Auditorium Parco della Musica, fino al concerto del Primo Maggio a Roma.
«Ho vissuto un periodo importante a Napoli, dove ho lavorato con Tony Esposito e partecipato a un’opera di Eugenio Bennato al San Carlo. Lì ho prodotto anche i miei primi due dischi», ricorda.
Oggi il musicista porta avanti diversi progetti, tra cui quello dei Bambarà Files, arrivato al primo tour ufficiale con questa formazione. Parallelamente lavora al nuovo disco del suo progetto principale, registrato a Dakar, in Senegal, e in uscita prossimamente.
La sua musica è accompagnata anche da un impegno sociale legato ai temi della migrazione, che trova nel dialogo tra le culture una delle sue espressioni più significative.
La musica e la cultura non conoscono confini
Per Joyeux, la presenza dei Bambarà Files all’interno di un festival dedicato al Mediterraneo non è casuale. Le tradizioni musicali, come le persone, si muovono, si contaminano e attraversano confini.
«Anche nella tarantella calabrese ci sono musiche di trance molto forti. Esistono elementi comuni che attraversano generi e territori. Tutto si muove, tutto è in relazione: anche la migrazione fa parte di questo movimento».
E forse è proprio questa la chiave di lettura del concerto e di GAIA: la musica e la cultura superano le distanze e intrecciano storie, memorie e tradizioni che, pur nate in luoghi lontani, si scoprono vicine. Perché entrambe non conoscono confini: si muovono come le onde, portano con sé saperi, parole e incontrano altre rive, mescolandosi l’una con l’altra.