A un certo punto, chi se ne frega!
Con il tempo impariamo a lasciare andare lo sguardo degli altri e a scegliere ciò che ci somiglia davvero. Una lenta riconquista dell’autenticità e di noi stessi
Ci sono persone che il tempo rende progressivamente più autentiche.
Con gli anni sembrano concedersi il lusso di diventare un po’ più eccentriche, di scegliere senza troppe spiegazioni ciò che amano, di stabilire con maggiore fermezza dove finisce la loro disponibilità e dove comincia il loro spazio personale.
Soprattutto, smettono di considerare lo sguardo degli altri una misura attendibile del proprio valore.
È una delle trasformazioni umane che trovo più belle, perché non ha nulla della rassegnazione con cui talvolta immaginiamo il passare del tempo.
Per una parte della nostra esistenza, viviamo come se fossimo continuamente osservati, impegnati a costruire una versione di noi abbastanza convincente da poter essere apprezzata, desiderata, inclusa. Impariamo a calibrare il modo in cui parliamo, ci vestiamo, amiamo, lavoriamo, persino il modo in cui manifestiamo le nostre passioni, perché dentro di noi rimane spesso la convinzione che essere accettati dipenda dalla capacità di corrispondere a un’immagine precisa, e così finiamo per confondere ciò che siamo con ciò che abbiamo imparato a mostrare. Da giovani è difficile sottrarsi a questo meccanismo, perché apparteniamo ancora moltissimo allo sguardo degli altri e abbiamo bisogno di specchi nei quali riconoscerci.
A un certo punto, però, accade qualcosa.
Non è una rivoluzione improvvisa, ma una serie di piccole rinunce alle cose che non ci rappresentano più, una successione di «non mi interessa», «non mi va», «non devo per forza», pronunciati dapprima con qualche senso di colpa e poi con una tranquillità sempre maggiore. Abbiamo attraversato abbastanza esperienze da sapere che non tutto ciò che perdiamo è una sconfitta, che non ogni relazione merita di essere conservata, che cambiare idea non significa essere incoerenti e che una vita piena non coincide necessariamente con una vita affollata.
È allora che cominciamo a scegliere in modo diverso, perché sappiamo con maggiore precisione cosa non vogliamo più. Non vogliamo più conversazioni che ci lasciano svuotati, relazioni nelle quali dobbiamo continuamente dimostrare di meritare un posto, ambienti nei quali ci sentiamo costretti a recitare una parte, persone davanti alle quali dobbiamo ridimensionare la nostra personalità per non risultare troppo qualcosa.
Una prima lezione ci arriva dalla musica.
Madonna, 68 anni, nel ritirare il premio come artista dell’anno, esordisce così: “Seriamente, voglio che sappiate che ho trascorso l’ultimo anno e mezzo a trovare me stessa… La mia speranza per tutti voi qui stasera è che trascorriate il prossimo anno, i prossimi dieci anni o il resto della vostra vita facendo lo stesso: trovando voi stessi e credendo in voi stessi.”
La letteratura ha raccontato questa lenta riconquista della propria autenticità in modo particolarmente intenso nel romanzo “Eleanor Oliphant sta benissimo” di Gail Honeyman.
La protagonista vive inizialmente dentro un’esistenza rigidamente organizzata, fatta di abitudini, solitudine e distanze apparentemente invalicabili, fino a quando alcuni incontri inattesi cominciano a incrinare quella struttura e a permetterle di guardare con occhi diversi la propria storia. Eleanor non diventa semplicemente un’altra persona: comincia piuttosto a fare spazio a parti di sé che erano rimaste nascoste, riconoscendo quanto della sua identità fosse stato costruito come protezione e quanto invece potesse ancora essere scelto liberamente.
Quando non ci limitiamo a subirlo, il tempo ci regala una conoscenza più intima di noi stessi, accompagnata dalla possibilità di smettere di investire energie in ciò che non ci somiglia. Non necessariamente diventiamo più sicuri, ma diventiamo più consapevoli di ciò che ci fa stare bene. Non abbiamo necessariamente meno bisogno degli altri, ma impariamo a distinguere la compagnia dalla vicinanza, l’approvazione dall’affetto, l’abitudine dall’amore. E soprattutto comprendiamo che avere poche persone davanti alle quali poter essere completamente noi stessi vale infinitamente più che essere piacevoli per una moltitudine di conoscenti.
La vita non ci chiede di diventare impeccabili, ma di diventare, almeno una volta, irrimediabilmente nostri.