La fine del mondo
La fine del mondo tra crisi climatiche, guerre, solitudine e paure collettive: una riflessione sul pessimismo contemporaneo e sul valore della speranza
C’è una frase che ricorre sempre più spesso nelle conversazioni, nei commenti sui social e persino nei discorsi di chi, fino a qualche anno fa, conservava una fiducia quasi incrollabile nel futuro: siamo vicini all’estinzione.
La si pronuncia con angoscia, con una smorfia di rassegnazione, o con quella leggerezza un po’ sinistra di chi annuncia una catastrofe mentre sorseggia un cappuccino, come se la fine della civiltà fosse ormai diventata una delle tante incombenze della giornata. Il mondo, del resto, sembra essersi specializzato nel fornirci ragioni sufficienti per coltivare il pessimismo, al punto che immaginare un domani sereno comincia ad apparire un esercizio di fantasia, quasi una forma di ingenuità da perdonare soltanto a chi non segue i telegiornali.
Ogni mattina ci svegliamo e, prima ancora di aver messo a fuoco i contorni della giornata, veniamo informati che qualcosa, da qualche parte, sta andando irrimediabilmente storto. I ghiacciai si sciolgono, le temperature salgono, le stagioni perdono le loro antiche abitudini. La natura, trattata per secoli come un magazzino inesauribile di risorse, comincia a presentarci il conto con una puntualità che nessuna amministrazione pubblica può vantare. Nel frattempo, guerre e conflitti ridisegnano quotidianamente la geografia del dolore, mentre le immagini di città distrutte e di bambini in fuga scorrono sugli schermi con la stessa rapidità con cui, pochi secondi dopo, ci viene proposto un video divertente. La tragedia e l’intrattenimento convivono così, senza apparente imbarazzo, nella stessa manciata di secondi.
Non facciamo in tempo ad abituarci a una minaccia che ne compare un’altra, come se la storia avesse deciso di abbandonare ogni ambizione narrativa e di trasformarsi in una serie televisiva scritta da un autore in preda a una crisi creativa. Malattie che credevamo relegate nei libri di storia tornano a far parlare di sé, nuove emergenze sanitarie alimentano paure antiche e la scienza, pur compiendo progressi straordinari, non ce la fa a stare dietro a tutti i problemi. Noi oscilliamo tra l’allarme e l’assuefazione, tra la necessità di sapere e il desiderio di non sapere più nulla, fino a desiderare, almeno per qualche ora, che qualcuno spenga il mondo come si spegne una televisione troppo rumorosa.
Ma la sensazione di vivere sull’orlo del precipizio non nasce soltanto da ciò che accade intorno a noi.
Qualcosa sembra essersi incrinato anche nel modo in cui abitiamo le nostre esistenze. La solitudine è diventata un’esperienza diffusa. Possiamo parlare con chiunque a qualsiasi ora, ma sembriamo sempre meno capaci di sostenere una conversazione autentica, di ascoltare senza distrarci, di restare accanto a qualcuno senza controllare che cosa stia succedendo altrove. Abbiamo moltiplicato le possibilità di connessione e impoverito, non di rado, la qualità dei legami, come se l’intimità fosse diventata un servizio accessorio, disponibile soltanto quando non interferisce con i nostri programmi.
Siamo più informati che mai, ma non per questo necessariamente più capaci di comprendere.
La notizia drammatica cattura l’attenzione, mentre i progressi silenziosi, le soluzioni che richiedono tempo e le persone che lavorano quotidianamente per migliorare le cose difficilmente possiedono la stessa forza narrativa di una catastrofe annunciata. Il pessimismo, del resto, ha un indubbio vantaggio commerciale: tiene svegli, alimenta discussioni e produce quella particolare dipendenza per cui, pur sapendo che il prossimo aggiornamento potrebbe rovinarci l’umore, continuiamo a cercarlo con la perseveranza di chi spera, contro ogni evidenza, di trovare finalmente una buona notizia.
Se allarghiamo lo sguardo oltre la cronaca immediata, scopriamo che l’umanità ha sempre abitato in prossimità della propria fine, o almeno ha sempre avuto ottime ragioni per immaginarla. Epidemie, guerre, carestie, invasioni e catastrofi naturali hanno attraversato i secoli, accompagnando generazioni che conoscevano altrettanto bene la paura di non vedere un domani. Questo non significa che i pericoli attuali siano esagerazioni di una società incline al melodramma, né che ogni epoca sia stata uguale alle altre. Significa piuttosto che la percezione della fine appartiene da sempre all’esperienza umana: siamo capaci non soltanto di temere la morte, ma di immaginarla in anticipo, costruirle scenari, attribuirle date e organizzare intorno a essa intere filosofie di vita.
Tanti sono i romanzi che ruotano attorno alla tematica della fine del mondo. L’ultimo uomo di Mary Shelley, Cecità di José Saramago, L’anno del diluvio di Margaret Atwood. Molti libri immaginano il collasso della civiltà. La peste di Albert Camus, Stazione Undici di Emily St. John Mandel.
C’è un modo per rimandarla, questa fine? Potremmo cominciare da gesti meno solenni di quelli che accompagnano le grandi dichiarazioni sulla salvezza dell’umanità: spegnere ogni tanto lo schermo, tornare a parlare con qualcuno senza fare altro nel frattempo, prenderci cura dei luoghi in cui viviamo, riconoscere il valore della gentilezza senza scambiarla per debolezza. Non salveremo il pianeta con una passeggiata domenicale, né risolveremo la solitudine con una telefonata, ma sarebbe già un progresso se smettessimo di comportarci come se tutto fosse perduto e, contemporaneamente, come se nulla dipendesse da noi.
Quanto alla fine del mondo, possiamo concederci il lusso di non occuparcene a ogni ora del giorno, senza per questo diventare irresponsabili. Potremmo persino tornare a progettare qualcosa che richieda tempo, a coltivare un sogno, a immaginare un futuro che non sia soltanto il prolungamento delle nostre paure. La speranza, in fondo, non è la certezza che andrà tutto bene, ma la decisione di non considerare inutile ciò che possiamo ancora fare. Se poi l’apocalisse dovesse davvero presentarsi, avremo almeno evitato di trascorrere gli anni che la precedono nella sua anticamera, con il cappotto addosso e l’aria impaziente di chi aspetta il proprio turno.
Naturalmente, senza esagerare con l’entusiasmo: non vorremmo mai che, proprio adesso che abbiamo imparato a riconoscere tutti i segni della fine, ci venisse in mente di ricominciare a vivere.