Francesco Guccini, l’ultimo intellettuale di un’Italia che non esiste più
“Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa. Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia. Io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi.”
Esistono momenti in cui ci rendiamo conto dell’importanza delle persone anche se non le vediamo o non le sentiamo da tempo. Quando attraversiamo decenni e decenni a cavallo di due secoli e abbiamo avuto la fortuna di vivere in un’epoca, in cui la musica e le canzoni avevano una funzione sociale e culturale, esistono artisti che diventano simboli immortali. Siamo un po’ come le canzoni che abbiamo ascoltato, attraversiamo giorni, luoghi, persone che ci hanno regalato emozioni. Francesco Guccini, mi ha accompagnato in modo lontano, non rientrava tra le mie preferenze musicali primarie, non possiedo nessun suo disco, ma questo è un limite e una forza.
E’ sempre esistito nel mio mondo musicale, come un frame di Goffman, come cornice che rimanda alla mente porzioni di vita radiofonica, con le sue canzoni trasmesse dai miei colleghi in programmi specializzati in cantautori.
Adesso che è cambiato il suo scenario d’esistenza, mi rendo conto che mi manca tanto, come una presenza assenza, come un’emozione e un’idea invisibile che vive accanto a te. Il cantante, lo scrittore, il chitarrista finger picking che accompagnò nel lontano 1957 Nunzio Gallo, vincitore del Festival di Sanremo 1957 con “Corde delle mia chitarra” in coppia con Claudio Villa. L’uomo fiero delle sue radici emiliane, tra l’Emilia e il West, tra l’Appennino tosco emiliano, Bologna, Pavana, Modena e il Dickinson College, a Carlise in Pennsylvania dove ha insegnato lingua italiana.
Impresse nella mente le parole delle sue canzoni, radicate, forti, metafore e simbolismi, nate dalla sua grandezza compositiva.
“La locomotiva”, “Canzone per un’amica”, “Auschwitz” portata al successo dai Nomadi, ”Dio è morto”, “L’avvelenata”, sono solo un breve elenco delle opere musicali. Francesco Guccini un po’ calabrese grazie ai suoi concerti e il “Riccio D’argento” per il live d’autore e l’amicizia con Ruggero Pegna.
Francesco Guccini scrittore con Cròniche epafàniche, edito da Feltrinelli nel 1989, il suo primo romanzo di maggior successo narra delle vicende passate di Pavana, il paese un cui ha trascorso l’infanzia mitizzando nel testo ogni suo ricordo, per renderlo unico e avvincente, con i racconti ascoltati dagli anziani dei monti dell’Appennino tosco-emiliano.
Dopo l’esordio editoriale, anche i suoi due romanzi successivi, Vacca d’un cane e Cittanova blues, riguardanti i diversi periodi della sua esistenza, hanno avuto un grande successo di critica e pubblico. I luoghi, l’ideologia, l’impegno sociale, la sua vena compositiva folk non lascia spazio ad arrangiamenti armonici o assoli virtuosi, ma è un tappeto sonoro su cui si appoggiano le parole, essenziali, forti.
La sua grandezza è quella di attraversare la vita e le generazioni, entrando nel cuore di chi vive la musica come crescita personale. Il corpo diventa anima fluttuante e Francesco Guccini è l’ultimo intellettuale, di appartenenza e orgoglio, di passione e curiosità della conoscenza, avanti come lo erano Pierpaolo Pasolini e Mario Schifano, luci di un mondo adesso annebbiato da realtà virtuali.
Nell’immaginario dell’istante, mi appare un uomo anziano, sornione, sorridente, che seduto in un’osteria, dove tra gioco di carte, bicchieri di vino e parole, riassume tutta la sua vita, vissuta come opera d’arte, di intellettuale carismatico che non ha bisogno di artifizi semantici o ribalte mediatiche.
Mi guarda, alza il bicchiere di Lambrusco con la mano destra e sorridente dice “T salùt”.
Dio è morto
“Ho visto
La gente della mia età andare via
Lungo le strade che non portano mai a niente
Cercare il sogno che conduce alla pazzia
Nella ricerca di qualcosa che non trovano
Nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate
Lungo le strade da pastiglie trasformate
Dentro le nuvole di fumo del mondo fatto di città
Essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà
E un dio che è morto
Ai bordi delle strade, dio è morto
Nelle auto prese a rate, dio è morto
Nei miti dell’estate, dio è morto
Mi han detto
Che questa mia generazione ormai non crede
In ciò che spesso han mascherato con la fede
Nei miti eterni della patria o dell’eroe
Perchè è venuto ormai il momento di negare
Tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura
Una politica che è solo far carriera
Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto
L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
E un dio che è morto
Nei campi di sterminio, dio è morto
Coi miti della razza, dio è morto
Con gli odi di partito, dio è morto
Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata
Ad un futuro che ha già in mano
A una rivolta senza armi
Perchè noi tutti ormai sappiamo
Che se dio muore è per tre giorni e poi risorge
In ciò che noi crediamo, dio è risorto
In ciò che noi vogliamo, dio è risorto
Nel mondo che faremo, dio è risorto”
Francesco Guccini