L’inganno della semplicità

La geometria del suono e del rito: la cellula sonora di Roberto Cacciapaglia come medium di cura e connessione

foto-Roberto-Cacciapaglia

 Il sagrato della Chiesa di Sant’Anastasia al Borgo ha ospitato, sabato 19 settembre, il concerto di Roberto Cacciapaglia, evento conclusivo dell’XI Settimana della Cultura di Roccella Ionica. Esibitosi in formazione di Trio – pianoforte, postazione elettronica e violoncello – il compositore ha offerto un percorso acustico intenso, legato a una raccolta fondi a favore di Komen Italia per la lotta ai tumori del seno. Pur in un contesto all’aperto che orecchie abituate al silenzio protetto dei teatri avrebbero potuto definire “disturbato”, il pubblico è rimasto sinceramente rapito.
È proprio l’immagine del pubblico che dimostra infine con calore il proprio gradimento mi suggerisce un approfondimento sul superamento di un malinteso che in certe circostanze, e confesso di averle attraversate di persona, avvolge la musica contemporanea quando questa abbandona le asperità cerebrali dell’avanguardia per cercare la via della consonanza: si propende allora a liquidare come un’induzione puramente descrittiva un linguaggio che risponde, in verità, a un rigore geometrico e spirituale. E dove lo sguardo focalizzato sulla complessità strutturale potrebbe scorgere una linearità fin troppo piana, si cela in realtà una sapiente gestione della cellula sonora.
La linearità è l’esito di una sottrazione, non di una mancanza, nella musica di Cacciapaglia, compositore di primo piano della scena internazionale nella contaminazione tra scrittura classica e sperimentazione elettronica; un percorso, il suo, caratterizzato per la ricerca continua dell’essenza (1) e del dialogo con alcune profonde intuizioni che attraversano la storia della musica.

L’architettura del tempo: da Bach a Luigi Nono

Johann Sebastian Bach dimostra che l’espressione del genio risiede anche nell’economia dei mezzi. Nel Primo Preludio in Do Maggiore un’unica cellula di arpeggi si ripete per tutto il brano, essendo modificata solo l’armonia sottostante: ciò non “sviluppa” una melodia nel senso romantico, ma fa risuonare un’architettura acustica. Cacciapaglia, utilizzando la cellula sonora come un vero e proprio mattone geometrico, fa lo stesso; la scrittura si fonda sull’uso delle «triadi, che sono fattori elementari, la base dell’armonia» ha spiegato egli stesso.  Nella parsimonia di elementi non c’è una trama che corre ansiosamente verso una fine; c’è una stasi temporale.

D’altra parte, può sembrare un paradosso accostare la fluidità di Cacciapaglia al radicalismo d’avanguardia di Luigi Nono, eppure esiste un forte punto di contatto: l’ossessione per lo spazio e per la natura fisica del suono. Nono, specialmente nella sua ultima produzione (2), isolava i singoli eventi sonori nel silenzio, chiedendo all’ascoltatore di abitare la risonanza nuda dello strumento. Cacciapaglia, seppur attraverso un linguaggio consonante e accessibile, devia l’attenzione del pubblico dal “cosa succederà dopo” (sviluppo orizzontale e narrativo) a “cosa sta risuonando qui e ora“.

Questo spostamento dell’asse musicale verso la tensione verticale genera una percezione che molti spettatori descrivono come “cosmica”. Non si tratta di una suggestione poetica casuale, ma di una precisa tecnica compositiva che Cacciapaglia condivide con esponenti del minimalismo colto europeo come il belga Wim Mertens o l’inglese Michael Nyman.

Se la musica pop si muove lungo schemi alternati (strofa-ritornello) e la musica classica si sviluppa nel tempo lineare (passato, presente e futuro del tema), il minimalismo si muove in una dimensione ipnotica; l’uso di schemi ripetitivi crea un senso di costante espansione e l’illusione dell’immobilità pur rimanendo in perpetuo movimento, ricalcando idealmente la rotazione dei pianeti o la fissità geometrica delle costellazioni. La visione pitagorica della Musica delle Sfere è un tema cardine nella ricerca di Cacciapaglia, dove le leggi musicali coincidono con le leggi geometriche dell’universo. Nei suoi brani, lo strumento solista rimane fisso al centro mentre l’orchestra vi ruota attorno: «Danno vita a delle orbite», racconta il compositore, «l’orchestra diviene così come una sorta di costellazione che gira intorno, come fossero onde planetarie».

C’è tuttavia un carattere centrale nella sua produzione che sembra quasi separarlo da queste ascendenze rigorose ed erudite: il recupero della forma melodica. Per comprendere la portata di questa scelta, bisogna ricordare che l’avanguardia del Novecento ha eletto l’atonalità ad assioma, bandendo la melodia cantabile come un retaggio del passato. Cacciapaglia si riappropria della linea melodica.

Ed è presumibilmente questo il punto di faglia dove si generano i malintesi sulla trasparenza comunicativa della sua musica, spingendo non di rado a etichettarla come “musica da film”. Questo accostamento è piuttosto l’esito di un riflesso: la memoria collettiva tende ad associare le sue composizioni a campagne televisive e sigle note che hanno utilizzato le sue melodie, fissandole nell’immaginario di milioni di persone. Si pensi all’uso di capolavori come “How Long” per gli iconici spot di Levissima, o alle sue composizioni prestate a marchi come Asti Spumante, Illy, Barilla e Fineco. Brani nati per l’autonomia del concerto sono così diventati parte integrante del nostro paesaggio sonoro quotidiano.

Ma esiste un confine netto tra il commento visivo e l’evocazione pura. La tradizionale film music
segue le immagini su uno schermo, accompagna un’azione, sottolinea un dramma. La musica del compositore milanese compie il percorso inverso: genera l’immagine nella mente di chi ascolta. Se i creativi della comunicazione scelgono le sue opere, è proprio perché questa musica possiede in sé una forza sinestetica autonoma, capace di dare senso alle immagini e non ha bisogno del cinema per esistere. La forma melodica qui è un filo d’Arianna: serve a rendere le orbite sonore un’esperienza accessibile.

L’architettura interiore di Gurdjieff e Jung

Se la struttura formale richiama l’astronomia antica, la spinta interiore risiede in una precisa mappa filosofica e psicologica. Il lavoro di Cacciapaglia è dichiaratamente influenzato dalla dottrina della Quarta Via di Georges Ivanovič Gurdjieff (3) e della psicologia analitica di Carl Gustav Jung.

Per Gurdjieff l’essere umano vive in uno stato di “sonno vegliante”, e l’arte ha il compito di risvegliarlo attraverso precisi movimenti vibrazionali. La ripetitività della cellula sonora funziona come un mantra acustico: disattiva i filtri razionali del pubblico per indurre presenza e attenzione interiore. Questo minimalismo dialoga direttamente con l’inconscio collettivo di Jung. Rinunciando a intrecci musicali sovraccarichi, Cacciapaglia spoglia la melodia dall’Io privato del compositore per toccare forme archetipiche universali. La musica genera un’emozione soggettiva che all’inizio è vuota e che ognuno riempie come desidera. Quella che un orecchio scettico potrebbe interpretare come una sottile strategia di suggestione emotiva è in verità la natura stessa del simbolo junghiano: una forza espressiva che agisce direttamente sulle corde emotive intime, bypassando le sovrastrutture accademiche.

Questo cammino filosofico trova continuità in una fervida e feconda produzione recente con una sintesi espressiva sempre più orientata alla comunicazione diretta e spogliata dai testi verbali delle sue prime opere (4).
Non di rado chi è formato alla scuola della complessità occidentale prova una sottile irritazione nel sapere costantemente come proseguirà il tema, poiché la sua mente è educata alla retorica della sorpresa, al continuo spiazzamento intellettuale del discorso musicale. Ma perché pretendere da una geometria sacra la stessa narrazione di un dramma ottocentesco o di una destrutturazione d’avanguardia? Sapere in anticipo dove andrà la melodia è la chiave del rito: la prevedibilità genera sicurezza, abbassa le difese cognitive e permette all’ascoltatore di non rimanere all’erta, ma di abbandonarsi. Il pubblico riunito non cerca la sorpresa intellettuale, cerca la risonanza. Sapere come prosegue il tema significa sentirsi accolti, allineati a un ordine cosmico prevedibile e stabile, proprio come il moto dei pianeti.

Una musica che unisce e cura

Quali emozioni e sentimenti ha messo in moto, dunque, la cellula sonora di Cacciapaglia sul sagrato di Sant’Anastasia a Roccella Ionica?
Io credo che abbia agito come una forza ordinatrice, capace di riorganizzare il rumore di fondo del borgo e di creare una bolla di sacralità laica. Il Maestro stesso ricorda come, durante i suoi live, si vada sempre a ricreare una simile atmosfera: «Come si faceva nei tempi antichi, nei templi. In fondo si cercava la stessa cosa e durante i miei concerti riaffiora un po’ questa sensazione, grazie soprattutto all’aiuto del pubblico».

Ogni riserva critica sul minimalismo formale si scompone di fronte alla natura stessa dell’evento solidale. Per muovere una comunità attorno a un obiettivo di solidarietà e beneficenza, la musica allenta i codici dell’intelletto. Ha bisogno di un linguaggio universale. La misura si rivela un’architettura trasparente, che non ingombra lo spazio cognitivo, ma apre le porte all’ascolto interiore, alla gratitudine e alla cura dell’altro.

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