Claudio Martelli a Reggio Calabria: il merito? “Una tragica illusione”
Ieri sera l’ex ministro della giustizia Claudio Martelli ospite al Cartoline After Club di Reggio Calabria: da Trump a Gaza, dal merito tradito ai giovani in fuga, le riflessioni nell’intervista a CULT
Il merito che non viene premiato, una società che si impoverisce e un Occidente attraversato da tensioni sempre più profonde. È il ritratto tracciato da Claudio Martelli, ex ministro della Giustizia e protagonista di una stagione cruciale della storia repubblicana, ospite ieri sera al Cartoline After Club di Reggio Calabria per il format Cartoline Files. Al centro dell’incontro, Il merito, il bisogno e il grande tumulto, titolo del suo libro che riprende un discorso pronunciato nel 1982 alla conferenza programmatica del Partito socialista italiano.
A condurre la serata è stato il giornalista e scrittore Francesco Villari, direttore artistico del Cartoline Club, che ha sottolineato il valore di un’occasione capace di aprire una discussione a tutto campo, senza sottrarsi ai nodi più controversi della storia politica e giudiziaria italiana. Martelli, ha ricordato Villari, è stato protagonista di passaggi cruciali della storia repubblicana: dal governo alla stagione di Giovanni Falcone, fino alle vicende che hanno segnato profondamente il rapporto tra politica e magistratura.
La conversazione, durata circa due ore e mezza, ha attraversato temi come il caso Moro, la collaborazione con Falcone durante il suo mandato al ministero della Giustizia, la meritocrazia, il peggioramento della politica, il referendum e le posizioni di Martelli sulla magistratura, spesso distanti da quelle dei magistrati presenti.
Accanto a Villari, infatti, sono intervenuti Luciano Gerardis, già presidente del Tribunale di Reggio Calabria, e Roberto Lucisano, già presidente della Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria. Gerardis ha ricordato come Martelli abbia vissuto da protagonista trent’anni di storia italiana, probabilmente tra i più intensi e drammatici della Repubblica, sottolineando l’eccezionalità di poterlo interrogare anche al di là delle questioni strettamente giudiziarie. Ha richiamato inoltre il libro dedicato a Giovanni Falcone e alla sua persecuzione e la partecipazione di Martelli alla commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Aldo Moro.
Prima dell’incontro, Martelli ha risposto alle domande di CULT, affrontando questioni che attraversano la politica italiana e gli equilibri internazionali: dalle disuguaglianze sociali alla deriva autoritaria, dal conflitto in Medio Oriente alla guerra in Ucraina, fino alla fuga dei giovani dall’Italia. Un confronto serrato, partito da una domanda che, dopo 40 anni, continua a bruciare.
Stasera si parla di merito, bisogno e grande tumulto. Forse, è proprio l’assenza del primo e l’aumento del secondo ad avere scatenato il terzo?
«Potrebbe anche darsi. Indubbiamente, però, il tema è tuttora di grande attualità. Se penso che quel discorso l’ho scritto e pronunciato quarant’anni fa, è impressionante constatare come ancora oggi il merito non sia abbastanza apprezzato».
Martelli denuncia un sistema nel quale le carriere sono ancora troppo spesso condizionate dalle parentele e nel quale anche le imprese faticano a riconoscere adeguatamente le capacità. Al mancato riconoscimento del merito si aggiunge l’impoverimento della società italiana.
«Negli ultimi dieci anni abbiamo visto un impoverimento addirittura della nostra società. Salari e pensioni bloccati, il costo della vita che ha continuato ad aumentare a raffica».
A rendere tutto più complesso è il «grande tumulto» internazionale. Nell’intervista, Martelli punta il dito contro Donald Trump, parlando di una «dittatura del denaro, della prepotenza». Il presidente americano, osserva, sembra preferire il dialogo con Xi Jinping e Vladimir Putin a quello con i tradizionali alleati europei.
Una scelta che, secondo l’ex ministro, ha logorato la comunità euro-atlantica, con il rischio di una frattura che si augura non definitiva.
E di Israele cosa ne pensa, parlando di dittature?
«Certamente anche lì le tendenze autoritarie di Benjamin Netanyahu sono smaccate, evidenti».
Martelli richiama le notizie relative a presunti tentativi di ostacolare l’accesso ai seggi della minoranza araba israeliana, che rappresenta circa il 20 per cento della popolazione. Una presenza che considera parte significativa della storia del Paese, quando la convivenza tra arabi ed ebrei e la rappresentanza parlamentare araba costituivano un elemento positivo della società israeliana.
Dopo il 7 ottobre, sostiene, si è verificata una trasformazione profonda: «Netanyahu, che non aveva saputo impedire quel massacro pur avendone avuto notizia in precedenza, ha impresso una torsione terribile alla società israeliana. L’ha fatta diventare molto più intollerante, incivile, discriminatoria».
Martelli distingue i diversi fronti militari: considera comprensibile la reazione contro Hamas, ma giudica diversamente il conflitto con Hezbollah in Libano e l’attacco contro l’Iran. Pur condannando il regime iraniano, ribadisce che combattere una dittatura non significa poter trasformare se stessi in un altro regime autoritario.
In Palestina è in atto un genocidio.
Martelli riconosce che la definizione di genocidio si sta imponendo nel dibattito, ma ammette di avere difficoltà a utilizzarla, soprattutto per il peso storico della Shoah.
«Sono rimasto connesso a quello che era stato il genocidio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. I forni delle SS, la persecuzione, la discriminazione, le violenze, le sopraffazioni contro gli ebrei. Faccio un po’ fatica a parlare di un genocidio da parte israeliana» dice.
Nel suo ragionamento richiama le vittime palestinesi a Gaza, citando la cifra di 70mila morti e confrontandola con i sei milioni di ebrei uccisi durante la Shoah.
La replica di CULT è netta: «Sono sempre 70mila vite».
«Sono sempre 70 mila vite ma mi stupisce un’altra circostanza: la guerra russa contro l’Ucraina ha provocato un milione e mezzo di morti e di quella non si parla come genocidio», riconosce Martelli.
Alla considerazione di CULT che l’Ucraina sia sostenuta da numerosi Paesi occidentali, Martelli risponde contestando l’idea di un Occidente compatto. Ricorda le divisioni negli Stati Uniti e in Europa e cita le posizioni della Lega e del Movimento 5 Stelle, contrarie al sostegno militare a Kiev.
Le divergenze, osserva, potrebbero creare tensioni “all’interno del ‘Campo largo’, soprattutto per la posizione di Giuseppe Conte. Forse troveranno qualche formula ambigua adatta a tutti i gusti”, ironizza.
Il confronto si accende proprio sul ruolo dell’Italia. Alla contestazione secondo cui la Costituzione impedirebbe di sostenere militarmente altri Paesi, Martelli replica richiamando non soltanto l’articolo 11, sul ripudio della guerra, ma anche l’articolo 52, sul dovere di difesa della patria.
“L’Ucraina non è la nostra patria” è la replica di CULT. “L’articolo successivo parla delle nostre alleanze internazionali. E mi riferisco sia a quella europea che a quella atlantica” risponde l’ex Guardasigilli. “L’Italia, però, non può fornire armi a paesi in guerra” è la risposta.
E dal tumulto internazionale si torna al merito e al bisogno, con lo sguardo rivolto alle nuove generazioni.
Esiste una soluzione per convincere i giovani a restare in Italia?
CULT chiede a Martelli se esista una soluzione al malessere italiano, capace di convincere i giovani a non emigrare e a costruire il proprio futuro nel Paese.
La risposta è diretta: «Questo per me, che lo denuncio da dieci anni, è uno dei grandi problemi italiani: perdere la gioventù».
Per invertire la tendenza, secondo l’ex ministro, servono interventi più incisivi e opportunità migliori per chi è partito.
«Bisogna fare sforzi molto maggiori rispetto a quelli sinora attuati, offrendo qualcosa di meglio a chi se n’era andato. Sono pochissimi quelli che sono tornati indietro. Dunque bisogna fare molto di più».
Una frase semplice, ma che riporta al punto da cui era partito il confronto: il merito, le opportunità e la capacità di un Paese di dare prospettive a chi lo abita.
Quarant’anni dopo il suo discorso, la domanda resta aperta: quanto può reggere una società in cui il merito fatica a essere riconosciuto e una buona parte della sua gioventù non vede più un futuro?