Il prezzo della verità: Sigfrido Ranucci si racconta
L'intervista di CULT a Sigfrido Ranucci, ieri sera al teatro Cilea con "Diario di un trapezista", tra giornalismo d'inchiesta, minacce e prezzo della libertà d'informazione
Il giornalismo d’inchiesta non è un mestiere per chi cerca una rete di protezione. È un equilibrio precario, fatto di scelte, rischi e verità che qualcuno preferirebbe lasciare nell’ombra. Lo sa bene Sigfrido Ranucci, storico volto di Report, che ieri sera, 24 ottobre, è salito sul palcoscenico del Teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria con il suo «Diario di un trapezista» aprendo la stagione teatrale dell’Officina dell’Arte. Uno spettacolo che ha messo da parte, almeno per una sera, il giornalista delle inchieste per raccontare l’uomo: il costume da Superman, il rapporto con i genitori, l’eredità morale del padre, gli incontri decisivi, gli imprevisti, le ritorsioni e le vicende che hanno segnato la sua carriera e quella di Report.
CULT ha incontrato Ranucci prima dello spettacolo, seguendone le prove e raccogliendo una lunga conversazione sul significato del suo percorso professionale, sulle trasformazioni dell’informazione e sul costo personale della ricerca della verità. Sul palco, tra ironia, aneddoti e passaggi più intimi, il racconto si è trasformato in un viaggio dietro le quinte delle inchieste: una storia collettiva, fatta anche di persone rimaste nell’ombra, senza le quali molti scoop non sarebbero stati possibili. Al termine, il pubblico gli ha tributato una lunga standing ovation.
Perché hai scelto proprio la figura del trapezista?
“Perché intanto un po’ si addice al mio percorso, che è quello di saltare da un trapezio all’altro. Anche in questo momento mi trovo davanti a un salto molto più complicato rispetto ad altri del passato, e senza rete di protezione.
Ma «Diario di un trapezista» nasce da una frase del mio maestro, il direttore Roberto Morrione, che mi diceva: «Quando diventi obiettivo per un’inchiesta, passa al trapezio successivo». Significa fare un’inchiesta ancora più dura, che diventa difficile colpire. È un insegnamento di vita: non piegare la schiena e mantenere alta l’asticella della libertà di stampa”.
Sul palco racconti te stesso. È stato più difficile vestire i panni dell’uomo o del giornalista?
“Credo che, quando si interpreta il mestiere in una certa maniera, come l’ho interpretato io, non si possano scindere le due dimensioni. Sono vasi comunicanti: una parte del Sigfrido professionale finisce in quello personale e viceversa.
È stata una bella seduta di psicoanalisi, mettere insieme 23, 25 anni di storia. Ma la parte più interessante, secondo me, è quello che si è sviluppato dietro le quinte delle inchieste, ciò che il pubblico non conosceva. È stata anche l’occasione per ringraziare tutte quelle persone che, con le loro scelte, hanno contribuito al successo di quei lavori e che erano rimaste nell’ombra.
Penso alla figura di un tassista, a una donna svizzera che mi ha aiutato a sfuggire alla trappola di un politico, oppure a un vagabondo che mi ha dato la chiave di lettura per realizzare l’inchiesta più importante della mia carriera. Forse la più importante nella storia della Rai, perché, per la prima volta in cinquant’anni, la Rai ha fatto il giro del mondo grazie a uno scoop internazionale”.
Con il tuo lavoro, hai fatto luce su molte vicende che altrimenti sarebbero rimaste nell’ombra. Hai mai pensato di aver pagato un prezzo troppo alto?
“Sì, ma il problema non riguarda soltanto me. Il prezzo lo hanno pagato anche tutte le persone che mi stavano accanto. Questo mi ha provocato tantissimo dolore, perché mi sono sentito impotente nel difenderle quando venivano colpite per colpire me. Mi sono sentito responsabile di questa situazione.
È stato anche un momento di crescita e di consapevolezza per le persone che mi erano vicine e che, forse, non comprendevano fino in fondo il ruolo che ho avuto io, insieme a chi ha interpretato il mestiere come me in questi ultimi anni.
Mi reputo ancora un privilegiato. Lo spettacolo comincia ed è dedicato ai trenta giornalisti che, dal dopoguerra a oggi, sono stati uccisi per aver raccontato i rapporti tra mafia e politica, i conflitti e il terrorismo rosso e nero. Se sono ancora qui, lo devo esclusivamente alla qualità delle donne e degli uomini che ho incontrato nella mia vita”.
La figura del trapezista è quella di chi resta in equilibrio tra rischio e coraggio. È la stessa condizione del giornalista d’inchiesta oggi?
“Mi sembra proprio di sì. I giornalisti che non piegano la schiena, che mantengono la propria indipendenza e la libertà di informare, devono pagare un prezzo, a volte molto amaro.
La cosa positiva è che incontro tantissime persone che vogliono essere informate, che amano la profondità e l’indipendenza. Da lì bisogna ripartire per cambiare lo sguardo sul ruolo dell’informazione.
C’è uno studio del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford che ha lanciato un allarme, secondo me sottovalutato e rimasto inascoltato: per la prima volta, nel mondo, la maggior parte delle persone si informa attraverso i social e il web, e non più attraverso i media tradizionali.
Il problema è che dialoghiamo con questi strumenti come se li avessimo scelti consapevolmente per informarci, mentre è come affidarsi a un bibliotecario ubriaco. Non viene privilegiata necessariamente la notizia vera, ma quella che, secondo l’algoritmo, è più cliccabile. Questo cambia completamente il rapporto tra verità e informazione: ogni giorno finiamo per avvelenarci bevendo un po’ di cicuta”.
In un’epoca di disinformazione e di notizie che corrono veloci sui social, come si difende la verità?
“Intanto, presidiando i social. Non bisogna abbandonarli: sono uno strumento di colonizzazione. Per anni sono stati veicolati messaggi che puntavano sostanzialmente all’implosione dell’Europa, alla lotta contro l’immigrazione, allo sgretolamento del diritto internazionale e all’indebolimento dei diritti nazionali.
C’è stato anche un contrasto alle politiche di papa Francesco, identificato come un leader di sinistra perché difendeva l’inclusione, i valori umani, mettendo al centro la persona e l’ambiente.
Noi europei non siamo stati in grado di difendere i nostri valori. Una parte di responsabilità è anche dell’Europa, che si è fatta trovare impreparata di fronte a questa nuova forma di colonizzazione proveniente da un’area ben precisa del mondo: la Silicon Valley, con tecnocrati di destra che hanno un’idea della democrazia completamente diversa dalla nostra”.
Se potessi tornare indietro, ripercorrendo tutta la tua carriera, cambieresti qualcosa o rifaresti tutto allo stesso modo?
“Alla fine credo che rifarei tutto, perché il mio carattere è questo. Penso di essere sempre stato coerente con me stesso e con le scelte che ho fatto.
La differenza è che l’esperienza ti permette di capire prima quando stai per cacciarti in un guaio. Ma questo non ti evita di finirci”.
Che cosa speri che il pubblico si porti a casa dopo aver visto il tuo spettacolo?
“Mi ha sempre colpito vedere il pubblico che, dopo quasi due ore di spettacolo, rimane magari un’altra mezz’ora, o anche un’ora, per il firmacopie. La considerazione che sento più spesso è che le persone escono diverse da come sono entrate: cambia il loro sguardo sul mondo dell’informazione e sul mondo in generale.
Questo è forse il complimento più importante. La gente si commuove, si emoziona, ma sorride anche: ci sono diversi cambi di passo. Alla fine, però, resta un’amarezza, una domanda: qual è il prezzo da pagare per mantenere alta la libertà di essere consapevolmente informati?”.
Parlerai anche di Report e di tutto quello che è successo?
“Sì. Parleremo di Report, racconterò tante cose che fanno capire che cosa è successo in questo momento. Ci si arriva alla fine, però io credo che come un pezzo di un mosaico e metti i tasselli al punto giusto, alla fine ti appare la figura del mostro”.
La lunga standing ovation finale ha suggellato una serata in cui il giornalismo è diventato racconto personale, senza perdere di vista la sua responsabilità pubblica.
Perché il trapezista può anche rischiare di cadere, ma il suo compito resta quello di attraversare il vuoto senza smettere di cercare l’equilibrio. E, per chi fa informazione, quell’equilibrio ha un nome preciso: libertà.
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